Mons. Comastri a Tv 2000: ‘Io sono come un vetro, da cui può passare la luce’

Al mattino è bello ritrovarsi a fare colazione o a rassettare casa, mentre si ascoltano parole che profumano di bene e di speranza.

Se vi sintonizzate su Tv 2000, alla visione di ‘Bel tempo si spera’, l’affermazione di cui sopra può palesarsi plasticamente.

Mons. Comastri, più volte ospite nella suddetta trasmissione, riesce a portare buona fragranza al nostro caffè mattutino, magari parlando delle sue esperienze pastorali e dei suoi ultimi studi o scritti.

È il caso di stamattina. Ore 9.10. Intervistato da Lucia Ascione circa la vita della Venerabile Benedetta Bianchi Porro, la quale verrà dichiarata Beata il 14 settembre di quest’anno.

Sulla vita della stessa non mi dilungo né spiego molto, dal momento che, presumo, il web e le innumerevoli quanto autorevoli pubblicazioni possono dire meglio e abbastanza. Scrivo solo che Benedetta Bianchi Porro, affetta da neurofibromatosi diffusa e impossibilitata a letto gli ultimi anni d’esistenza, aveva compreso il valore e il dono della sua vita, da come si evince dai suoi scritti.

Comastri, che ha studiato e studia ancora la figura luminosa della Bianchi Porro, insieme a lui già Giacomo Biffi e Divo Barsotti, è riuscito in pochi secondi non semplicemente ad emozionare, bensì a suscitare la metanoia (conversione) con la sua spiccata e mediatica sollecitudine pastorale.

La Ascione, dopo aver sottolineato quanto le parole dell’Eminenza fossero potenzialmente salutari, quale ‘bene’ e ‘luce’, ha potuto sentire una edificante risposta dal Pastore. ‘Io sono come un vetro, da cui può passare la luce’: poche parole, che, a me che scrivo a voi, hanno parecchio edificato. La luce passa: un vetro terso la aiuta al suo trapasso. Un trasparire che si fa dialogo e viva testimonianza.

Oggi ho assaporato la bellezza del poter ascoltare questa breve quanto ‘illuminante’ affermazione.

‘Bel tempo si spera’ val bene più che un’intervista.

A presto e grazie,

Luca Sc.

#RiflessioniCristiane: il significato del portare la croce al collo.

Di Luca Sc.

Roma, 4 settembre 2018

Siamo o cristiani, o no? Ma le persone che incontriamo lo sanno? Ne hanno sentore? Ora, bisogna dire che il cristianesimo non è gioiello da sfoggiare, ma vita personale nella fede del Signore che si fa quotidianità.

Il mondo però ha bisogno di testimoni. Una volta una cara studiosa mi disse che si premeva troppo sul concetto di testimonianza, dando ad esso grande spessore.

Io rispondo a ciò con una domanda: che cosa significa “martire”? Dal greco tradurremmo in italiano col termine “testimone”.

Altra domanda: chi è il primo Martire? Risposta: il Cristo. Egli dà testimonianza dell’amore del Padre con il Suo sangue.

Chi sono i martiri? Gli imitatori di Cristo.

Beninteso, non tutti sono chiamati a morire da martiri, ma tutti sono chiamati ad essere testimoni, martiri della quotidianità.

Una croce al collo può significare tanto, può essere un segno che richiama alla vita vera del Signore, può ricordare a chi incrociamo per via che ci sta speranza e che noi crediamo in un futuro di amore.

Inoltre, la croce al collo rammenta per primi noi l’estremo amore con il quale siamo amati da Dio.

L’amore, cari lettori, va testimoniato dopo essere stato contemplato, grazie all’aiuto del Signore, che sostiene e rinvigorisce le nostre forze umane.

Il cristiano sa che il mondo potrà rifiutare il Vangelo, di cui la croce è segno, ma sa anche che la verità germoglia nel cuore degli uomini e con insistenza si fa voce in essi.

Sappiamo che questa verità è il Cristo, che si fa nostra vita e unica via per amare nell’amore della Trinità.

Chi ci vedrà con una croce, vedrà magari tutti i nostri difetti e ci ferirà coi giudizi, ma saprà che noi, in un modo o in un altro, vogliamo seguire il Maestro, sforzandoci, con l’aiuto dello Spirito, a far nostro il Vangelo.

Il Buono Nuovo Annuncio non può aspettare e, nelle nostre vite, molto ha da essere eloquente in merito.

Io, nel mio piccolo, scrivo qualcosa, qualche frase.

Che il Signore ci sia d’assistenza e ci guidi, Lui, unica Via, alla Vita Vera.

Nessuno è così povero da non avere da dare l’Amore immenso che Cristo gli dona.

Buona testimonianza, cari amici e lettori.

A presto.

Luca Sc.

#VangeloDomenicale #VangeloDelleSolennità. Nascita di San Giovanni Battista: nel segno della misericordia e della benedizione.

Di Andrea Miccichè

Catania, 23 giugno 2018

La Chiesa oggi celebra la solennità della nascita di San Giovanni Battista, il precursore del Signore: il Battista diventa il punto di tangenza tra Antico e Nuovo Testamento.
È l’uomo dell’attesa, della preparazione, della via che si apre al compimento.
Proprio per questo, la liturgia di oggi non è incentrata sul martirio (la cui festa sarà celebrata il 29 agosto), ma sulla sua nascita: celebrando la nascita di San Giovanni Battista pregustiamo l’annunzio della Salvezza incarnata.

Tre i temi che colpiscono particolarmente: la misericordia di Dio, il nome del bambino e la benedizione.

Il Vangelo di Luca si apre con la meraviglia dei vicini e dei parenti che accorrono meravigliati da Elisabetta per glorificare “il Signore [che] aveva manifestato in lei la sua grande misericordia”: in Elisabetta si compie nuovamente il prodigio – tipicamente veterotestamentario – del parto della sterile e riecheggiano le parole del cantico di Anna “La sterile ha partorito sette volte e la ricca di figli è sfiorita” (1Sam 2,5b).
La misericordia di Dio non solo riequilibra quanto è impoverito dalla caducità della natura umana, ma sovrabbonda: Elisabetta non soltanto avrà la gioia immensa del figlio, ma al figlio sarà affidata la missione di aprire la via al Signore che viene.

Ed è ancor più singolare il posto che la madre ricopre nell’economia del racconto evangelico: è lei la prima ad attribuire il nome; non è un caso che Zaccaria, impossibilitato a parlare dopo la visione con l’angelo, si limiti a confermare quanto detto dalla moglie.
Il sacerdote che voleva far entrare Dio nei suoi calcoli di possibilità umane – e per questo colpito con la perdita della voce – ora riconosce che il Signore opera agli orizzonti del ragionamento umano.
“Giovanni è il suo nome”: Dio ha avuto misericordia.
Nel nome del Precursore troviamo impressa una sintesi e una promessa, il nesso inscindibile tra Antico e Nuovo Testamento.
Il fatto, poi, che questo nome non appartenesse ad alcuno della parentela, rafforza la novità della profezia: i legami umani sono trasfigurati e superati dalla dignità filiale divina.

Il Signore ricco di misericordia annuncia che è prossima la rivelazione della Salvezza definitiva e l’annunzio si concretizza in una persona.
Se è vero che, nella cultura ebraica, il nome evoca l’essenza dell’individuo, in Giovanni abbiamo espressa una missione e una Grazia.

Di fronte a questa sovrabbondanza, il cuore si apre alla benedizione.
Come Zaccaria, la nostra lingua, impacciata per il carico di peccati e sofferenze, incapace di trovare un motivo per gioire, prorompe in esultanza.
Che cos’altro è essere cristiani se non benedire Dio, riconoscendo che Sua mano è con noi (cfr. Lc 1,66)?

Il Vangelo, dopo il lungo salto del cantico di Zaccaria, si chiude con una notazione dell’evangelista, con cui si presenta un San Giovanni cin preparazione, nel deserto.

Anche lui, prima di manifestarsi al mondo, deve provare, come l’antico popolo d’Israele, il tempo del nascondimento e della tentazione, ma soprattutto dell’incontro con l’infinitamente Altro.

Buona Domenica!

Rubrica #SegniDeiTempi: Settimana di preghiera per l’unità dei Cristiani. La martyria degli ortodossi: un seme di speranza per la Chiesa.

​Catania,  25 gennaio 2018

La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, in questa seconda riflessione, ci fa incontrare la realtà ortodossa, un universo molteplice e variegato, frutto delle diverse sensibilità dell’Oriente cristiano che, per motivi sia teologici che di disciplina ecclesiastica, si sono separate dalla Chiesa cattolica.

La nostra guida ecumenica, frère Roger Schutz, nella sua preghiera di lode, evidenzia l’esperienza di questa Chiesa sorella come esempio di fedeltà nell’amore.

Una fedeltà che si spinge ancora oggi al martirio di sangue: non si può dimenticare il continuo avvicendarsi di attentati terroristici da parte di cellule di fondamentalisti islamici nelle chiese copte in Egitto e in quelle assire in Iraq.

È proprio nel solco del sacrificio di molti fedeli che sta rifiorendo una nuova linfa per l’unità dei cristiani: nel martirio di tanti nostri fratelli stiamo trovando la forza di superare le divisioni e ritrovare l’unità della testimonianza.

L’orizzonte ortodosso è sempre stato il più vicino a quello cattolico ed è quello che ha mantenuto intatto il deposito della fede condiviso con noi, pur nella differente sensibilità.

Come ha affermato Papa Francesco, il cammino verso l’unità con gli ortodossi non potrà condurre ad un’uniformità omologata.

Infatti, la il vero ecumenismo richiede che vi sia un autentico rispetto delle specificità e dei “respiri spirituali” delle confessioni coinvolte.

Pensiamo solo all’energia totalizzante della preghiera ortodossa, che coinvolge mente e corpo in un’unica invocazione, o alla predilezione per la via della bellezza per raggiungere il mistero.

Anche la visione antropologica ortodossa è complementare alla nostra: al nostro rimarcare gli effetti dannosi del peccato originale, tanto da fondare il credo sul sacrificio salvifico di Gesù e sulla Grazia, gli ortodossi proclamano con fecondo ottimismo l’Incarnazione di Cristo come prova della sublimità della nostra natura rispetto al creato.

È proprio quest’ottimismo che spinge i nostri fratelli orientali a donare la vita per il Vangelo, riuscendo a rispondere efficacemente alle tendenze che negano la dignità della persona.

Se l’Occidente continua nella sua lotta per “liberare l’uomo da Dio”, gli ortodossi testimoniano che solo nel Dio incarnato l’uomo è innalzato nella gloria.

Ora, nella difficile situazione del terrorismo e del fondamentalismo, queste parole sembrano stridere con la realtà dei fatti: cosa può spingere intere comunità cristiane a proclamare la grandezza della persona umana di fronte alla “bestialità” dei carnefici?

Ecco il mistero, la martyria, la coerenza cristiana: dove non arriva la voce, giunge l’esempio.

La strada del cammino verso l’unità con gli ortodossi è stata tracciata e, in questo tempo di persecuzione, è ancor più urgente trovare l’incontro: lo esige il sangue dei martiri dell’una e dell’altra Chiesa sorella, lo spera l’intero ecumene cristiano, lo suscita costantemente lo Spirito di Dio.

Andrea Miccichè

Rubrica #SegniDeiTempi: Il Papa in Myanmar, terra di consolazione.

​Catania, 1 dicembre 2017

“Vorrei che la gente sapesse che voi, giovani uomini e donne del Myanmar, non avete paura di credere nel buon annuncio della misericordia di Dio, perché esso ha un nome e un volto: Gesù Cristo. In quanto messaggeri di questo lieto annuncio, siete pronti a recare una parola di speranza alla Chiesa, al vostro Paese, al mondo”: presso la Cattedrale di St. Mary a Yangon in Myanmar, il Papa – a conclusione della prima parte del viaggio apostolico nel sudest asiatico – così si è rivolto ai giovani riunti per la liturgia eucaristica nella festa dell’apostolo Andrea, il protocletos, il primo chiamato da Cristo.

In questa terra martoriata, la fede nella misericordia di Dio assume il volto dei fedeli, esortati a recare il lieto annuncio di bene, che è la vita in Cristo.

Il magistero del Papa è improntato proprio alla missionarietà, all’evangelizzazione di quanti – ancora molti – non conoscono il Signore o, peggio, lo rifiutano perché ne hanno un’idea errata.

Il brano della Lettera ai Romani, su cui si è fondata l’omelia di Francesco, mette in luce il piano della nostra cooperazione alla diffusione della Verità; Dio ha affidato a noi cristiani la missione di essere luce e sale, di annunciare con la vita che è possibile sperare.

Speriamo non in un concetto, in un’energia amorfa, in un principio astratto, ma in una persona, anzi la Persona: il Dio dei cristiani si è incarnato e ha condiviso la nostra natura.

Proprio poiché non crediamo in principi da scoprire autonomamente, ma nella Persona, è necessario che ci sia qualcuno che ci introduce in un cammino di conoscenza e di amicizia.

L’amicizia col Cristo si concretizza proprio in una comunità alla sequela del Maestro, docile alla Sua chiamata e pronta a gettare le reti per pescare uomini.

Il viaggio di Francesco in Myanmar è segnato proprio dal confermare la fede di tanti nostri fratelli che, per vicissitudini politiche, economiche e sociali, hanno bisogno di una consolazione per progredire.

E la consolazione della vicinanza di Dio e della Chiesa è il punto più alto della nostra vocazione di cristiani.

Andrea Miccichè