#SegniDeiTempi. Papa Francesco: l’umorismo è frutto della grazia di Dio

Di Luca Sc.
Roma, 10 maggio 2018
Oggi il Papa è in visita a Loppiano, presso la Mariapoli, la prima cittadella dei Focolarini.
Non sapevo di questa visita: il tran tran quotidiano a volte non permette che io sia un teologo-blogger credibile, ma questa è un’altra storia.

Tre elementi del discorso del Pontefice nel suddetto luogo hanno colmato il mio animo: li vorrei compartire con voi.

Memoria: Francesco parla della “chiave della memoria”. Di cosa si tratta? Sarebbe il ricordo ben saldo di cui parla il Deuteronomio: il ricordare che Dio salva, che Dio accudisce, che Dio è Padre del popolo, che Dio offre la “chiave” della vita.
Avere memoria delle grazie ricevute, dell’amore donato, della storia pacificata, del dono fatto fruttare.
Il ricordo crea frutti, essendo paragonabile alle radici: così spiega il Papa.

Parresia: in termini biblici significa “franchezza”. Non si tratta del parlare cono veemenza e dire tutte le problematiche come vomitandole: si tratta dell’essere se stessi, nella vita, nella fede, nel rapporto con gli altri. Un cristiano autentico non dovrebbe misconoscere l’autenticità: questo è il germe di ogni sana e “fruttuosa” testimonianza.

Umorismo: “atteggiamento umano che più si avvicina alla grazia di Dio”, così spiega il Pontefice.
L’uomo che sa ridere di sé (primo esempio di umorismo), conosce la sua creaturalità, il suo limite e, di conseguenza, non si stupisce di quello dell’altro, dei limiti degli altri.
Non è semplice: bisogna cominciare a cambiare testa, dando un contributo alla creazione di una vita, di una società, di un mondo più giusti, che profumino della fragranza del Regno di Dio che qui e ora comincia.
Grazie Santo Padre per queste parole.

Buona giornata.
A presto,
Luca Sc.

Rubrica #SegniDeiTempi: Il Papa in Myanmar, terra di consolazione.

​Catania, 1 dicembre 2017

“Vorrei che la gente sapesse che voi, giovani uomini e donne del Myanmar, non avete paura di credere nel buon annuncio della misericordia di Dio, perché esso ha un nome e un volto: Gesù Cristo. In quanto messaggeri di questo lieto annuncio, siete pronti a recare una parola di speranza alla Chiesa, al vostro Paese, al mondo”: presso la Cattedrale di St. Mary a Yangon in Myanmar, il Papa – a conclusione della prima parte del viaggio apostolico nel sudest asiatico – così si è rivolto ai giovani riunti per la liturgia eucaristica nella festa dell’apostolo Andrea, il protocletos, il primo chiamato da Cristo.

In questa terra martoriata, la fede nella misericordia di Dio assume il volto dei fedeli, esortati a recare il lieto annuncio di bene, che è la vita in Cristo.

Il magistero del Papa è improntato proprio alla missionarietà, all’evangelizzazione di quanti – ancora molti – non conoscono il Signore o, peggio, lo rifiutano perché ne hanno un’idea errata.

Il brano della Lettera ai Romani, su cui si è fondata l’omelia di Francesco, mette in luce il piano della nostra cooperazione alla diffusione della Verità; Dio ha affidato a noi cristiani la missione di essere luce e sale, di annunciare con la vita che è possibile sperare.

Speriamo non in un concetto, in un’energia amorfa, in un principio astratto, ma in una persona, anzi la Persona: il Dio dei cristiani si è incarnato e ha condiviso la nostra natura.

Proprio poiché non crediamo in principi da scoprire autonomamente, ma nella Persona, è necessario che ci sia qualcuno che ci introduce in un cammino di conoscenza e di amicizia.

L’amicizia col Cristo si concretizza proprio in una comunità alla sequela del Maestro, docile alla Sua chiamata e pronta a gettare le reti per pescare uomini.

Il viaggio di Francesco in Myanmar è segnato proprio dal confermare la fede di tanti nostri fratelli che, per vicissitudini politiche, economiche e sociali, hanno bisogno di una consolazione per progredire.

E la consolazione della vicinanza di Dio e della Chiesa è il punto più alto della nostra vocazione di cristiani.

Andrea Miccichè

Rubrica “Segni dei tempi”. Correctio filialis: la parabola della scontentezza. Facciamo il punto sugli attacchi ad Amoris Laetitia di queste ultime settimane…

​Caltanissetta, 5 ottobre 2017

La parabola del Padre Misericordioso è di spaventosa attualità, ecco quale potrebbe essere il titolo della Correctio filialis de haeresibus propagatis (Correzione filiale riguardo alle eresie propagate), il documento firmato da 62 professori e sacerdoti, in cui si denunciano gli errori – anzi le eresie – di Papa Francesco, diffuse essenzialmente tramite l’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia.

L’unico scontento della parabola è il figlio maggiore, che rinfaccia al Padre il servizio svolto con dedizione e gratuitamente, ed è quasi invidioso del trattamento riservato al fratello peccatore.

Una porzione della Chiesa è scontenta della Misericordia, annunciata dal Santo Padre, per quanti, avendo riconosciuto il proprio peccato, chiedono la Grazia.

Come è stato affermato dai due Sinodi sulla famiglia, il vincolo coniugale è indissolubile.

Tuttavia, le situazioni attuali richiedono un maggiore approfondimento.

La chiusura netta non è la soluzione e, nonostante i firmatari della Correctio sembrino sostenere ciò, il magistero costante non ha mai disgiunto la regola generale dall’attenzione al caso singolo.

Il peccato di adulterio comporta non solo una rottura di un vincolo indissolubile, ma apre a nuove unioni (che Amoris Laetitia non giustifica), possibilmente con figli, rendendo difficile un completo ripristino della legittimità matrimoniale.

La cura pastorale non è stata sempre efficace: Papa Francesco, nel segno della collegialità, ha scelto di intraprendere una strada di confronto per trovare la corretta declinazione della Verità nella Carità.

I firmatari della Correctio, saltando – forse con malizia – questi passaggi fondamentali, attaccano i risultati dell’opera sinodale: secondo loro tutto si risolve in uno slogan Comunione per tutti!

Falso! il Papa chiede alla comunità cristiana di offrire strumenti di conversione, che riportino i fedeli con situazioni non conformi alla vocazione matrimoniale sulla via di Cristo.

Ciò vorrà dire, in ultima analisi, portarli gradualmente a interrompere la relazione more uxorio con il nuovo compagno/compagna.

La regola rimane, ma le modalità per giungere all’obbedienza sono tracciate secondo una pedagogia nuova.

Ritornando alla parabola del Padre Misericordioso, possiamo contemplare questo Dio che non accusa il figlio che torna, ma lo riveste della precedente dignità.

Ricordiamo che questo figlio è tornato sporco, con le vesti lacerate, povero, segnato dall’esperienza di peccato: allo stesso modo, quanti vivono una situazione di divorzio sperimentano già le conseguenze dannose del loro comportamento e, quando chiedono di tornare a Dio, hanno bisogno di chi – con fermezza e carità – li guidi verso la piena comunione.

Andrea Miccichè

Rubrica “Segni dei tempi”: Sinodo 2018. La periferia “giovani” al centro.

Caltanissetta, 26 settembre 2017

Fervono i preparativi per il Sinodo 2018: la mission dell’incontro con le realtà periferiche della Chiesa si arricchisce di un nuovo tassello attraverso l’attenzione al mondo dei giovani.

Il tema su cui i padri sinodali mediteranno riguarda la fede e il discernimento vocazionale; in un momento di incertezze su scala globale, il nostro microcosmo è sballottato tra opposte scelte, con il rischio di preferire lo stallo al dinamismo coerente con la propria chiamata.

L’immagine che la Chiesa ha davanti per caratterizzare la nostra periferia è quella dell’apostolo Giovanni, il discepolo che Gesù amava, colui che diverrà l’evangelista più attento alle sfumature teologiche della Verità.

Proprio Giovanni, il più giovane del collegio apostolico, ha tracciato nel proprio Vangelo la più ampia trattazione della Verità, fino a presentare lo stesso cinico Pilato come colui che chiederà a Cristo: “Cosa è la Verità?”.

Il Papa ha ben compreso che noi giovani non cerchiamo ulteriori luoghi di aggregazione, né diverse vie di svago; aspettiamo la Parola autorevole che vinca il dubbio.

Come Giovanni, anche noi, vogliamo sentirci dire “Venite e vedrete”; abbiamo il desiderio – forse non espresso o non chiaro neanche a noi stessi – di entrare in un intimo dialogo col Maestro, di sostare davanti alle nostre croci quotidiane con la stessa fortezza dell’apostolo amato, di ricevere per madre Maria, icona della Chiesa.

Ricerchiamo figure di riferimento, che facciano sorgere in noi la passione per la vocazione; appare che noi abbiamo perso ogni gusto per la vita e che siamo incapaci di puntare in alto e ciò è il risultato di una generazione che, anagraficamente adulta, non ha scelto di non scegliere, preferendo l’istinto emotivo alla responsabilità.

Questo, però, non può essere una scusa, anzi, è l’impegno che tocca alla nostra generazione: evangelizzare con scelte vere e coerenti.

Non lasciamoci vincere dall’accidia spirituale, che spegne il desiderio di Dio: se la Chiesa dedica un Sinodo a noi, è perché lo Spirito farà sorgere profeti tra di noi, pronti a portare ovunque il Vangelo della Speranza.

Andrea Miccichè

Domenica della Parola. Per non fermarsi solo alle parole…

Roma, 24 settembre 2017

Ed ecco finalmente giunta la Domenica della Parola! Evento voluto da Papa Francesco e supportato dalla Famiglia Paolina (Società San Paolo, Figlie di San Paolo etc.) e Comunità di Sant’Egidio. 

Un avvenimento nuovo nel panorama ecclesiale, quanto mai necessario e a cadenza annuale.

Francesco, il Pontefice che, sin dai primi mesi del suo ministero,  ci ha chiesto di portare sempre con noi un piccolo Vangelo, vuole che la Parola di Dio sia conosciuta.  

Quale migliore occasione, dunque, di una Domenica tutta dedicata ad approfondimenti biblici? 

Domanda retorica a parte, tanti sono gli eventi in merito: lectio, incontri tematici, mobilitazione sul web…

Insomma, una Domenica che prolunga l’annuncio (o meglio, la proclamazione) dall’ambone, per giungere a portare il Vangelo nel tessuto della quotidianità.

E nulla può diventare quotidiano se non conosciuto e frequentato. Succede così con qualunque amico, non è vero? 

La Domenica della Parola, questa prima Domenica della Parola, esiste per invitare tutti ad interessarsi con piacere, con amore, ai tesori della Sacra Scrittura.

In essa tutto l’uomo, con le sue gioie e i suoi drammi, è presente. Essa è il conforto nelle paure e avversità, l’aiuto validissimo nei momenti di crescita e di scelta, le parole che noi stessi vorremmo dire quando siamo felici…

Diamo dunque spazio alla Parola!

Con questo augurio chiudo il breve articolo, invitandovi a leggere qualche pagina evangelica: magari il Vangelo di oggi…

Buona Domenica della Parola!

A presto.  

Luca Sca

È bello abbandonarsi all’amore di Dio. Parola di Papa Francesco.

​Roma, 24 agosto 2017

Quando siamo un po’ tristi, quando sembra che tutto vada storto, pensiamo: “Dio mi ama; Dio non mi abbandona”“.

Ecco uno degli ultimi tweet di Papa Francesco. Vorrei fare con voi, cari lettori una semplice riflessione.

Qui, il Pontefice sottolinea molto il modo soggettivo di vedere le cose: usa, infatti, i verbi “sembrare” e  “sentirsi (essere)”. 

Siamo noi che “pensiamo” tutto nero; siamo noi che “ci sentiamo” un po’ tristi.

La relazione con Dio ci apre alla relazione con il mondo e ci decentra da quello che vogliamo vedere di noi stessi. 

Permette che i nostri pensieri non siano gli unici pensieri; che le cose vadano viste da angolazioni differenti. Nessuno può vedere il proprio volto da solo: si specchia…e noi, in quanto persone, abbiamo bisogno di capirci tramite la relazione… In primis quella con Dio.

Sappiamo, con Dio, che il nostro soggettivo dolore è compreso e accolto con tutta la sua drammaticità; sappiamo che quel medesimo dolore, con Dio, forse sarà ridimensionato un tantino, perché chi si sente amato, anche se triste per le cose storte, sa che un bene più grande può sgorgare dai momenti “no”.

Tutti soffriamo; alcuni riconoscono di essere amati.

È bello abbandonarsi all’amore di Dio: niente e nessuno può togliere a nessuno questa possibilità…

Buon cammino, cari lettori.

Buon fine agosto.

A presto,  Luca Sc. 

Cristianesimo da salotto? No, grazie.  

Ci troviamo in un bar: cosa vediamo? Gente che gioca a briscola, il nullafacente del quartiere che conferma le dicerie su taluna o talaltra persona, l’anziana che pazienta ad oltranza verso l’amica che giudica tutto e tutti, il barista che guarda scocciato quel cliente che chiede sempre credito…

Ci troviamo ad una festa parrocchiale: cosa vediamo? Se assistiamo a scene “da bar”, bisogna essere critici. Ce lo dice proprio Papa Francesco.

Oggi, festa dei Santi Pietro e Paolo, con simili parole si esprime il Pontefice: non siamo cristiani da salotto.

Cosa significa salotto? Significa club, socialità piena di buonista cortesia, critiche sussurrate all’orecchio. 

Buonismo, infatti, non è bontà: il buonista galleggia sul “bene” che piace agli altri, il buono apre al Bene maggiore, oltre il comune utile.

“Si è sempre fatto così”, “Non urtare la sensibilità”,”Sorridi a tutti e cerca di unire utile a dilettevole”, “Evita: le persone potrebbero non capirti… finiresti come questo o quell’altro”: potrei continuare con le frasi tipiche dei salotti. 

Menomale che il Vangelo ci dice tutt’altro. Il nostro parlare non doveva per caso essere “sì, sì” o “no, no”? Non dovevamo guardarci bene da coloro che adulavano gli altri? 

Gesù, che conosce bene l’animo umano, ci mette in guardia dall’ipocrisia. E il salotto, menzionato da Francesco, si nutre di questa falsità.

Buona festa. 

Auguri e a presto.

Luca Sc.