#RiflessioniCristiane: Prepariamoci alla Pentecoste. La pace, dono luminosissimo dello Spirito Santo.

Di Luca Sc.

Roma, 17 maggio 2018

La pace ha delle sembianze distintive. Mi spiego meglio.

Quando si vive in pace, i preconcetti svaniscono, ci apriamo a novità, a pensieri positivi sul mondo e le persone.

Molte volte, quando stiamo giù, non ascoltiamo il soffio dello Spirito, il suo correre pian piano e leggero, quasi imperturbabilmente pronto a turbarci dolcemente.

Ogni volta che pensiamo che tutto vada storto, di non avere pace, sediamoci in un luogo luminoso, appartato, ma comodo, e, con la libertà del cristiano, mettiamoci in ascolto del Signore.

Rileggiamo la nostra vita, la nostra storia, il nostro mondo interiore e degli affetti. Il Vangelo sarà la bussola di questo esame intimo e personale.

Il mondo, per avere pace, ha bisogno di uomini e donne che fanno pace con se stessi: non è per niente strano! Noi siamo parte del mondo!

La nostra presenza in società, anche se non ne abbiamo piena avvertenza, è importante…a partire persino dal modo in cui facciamo la spesa.

Non lasciamo nulla al caso, dal momento che non ci siamo per caso!

La pace verrà da sé e si spanderà per il mondo, come un vento leggero e soave.

Grazie per l’attenzione e buona preparazione alla Pentecoste.

A presto, cari lettori.

Luca Sc.

#Riflessioni Cristiane. #SanGiuseppeLavoratore. Un lavoro speciale perché attuato nella semplicità

Di Luca Sc.

Roma, 1 maggio 2018

Oggi è il primo maggio, penso ve ne siate accorti. Incipit poco fantasioso a parte, la festa di San Giuseppe lavoratore, cui si inserisce la festa del lavoro, pone della materia di riflessione.

Che cosa è il lavoro? Perché lavoriamo? Domande di senso a cui bisogna rispondere cristianamente.

“Il lavoro nobilita l’uomo” recita un vecchio proverbio-sentenza: il problema sta nel capire quali estremi abbia questo “plus” nobilitante.

San Giuseppe viene in soccorso per lo scioglimento di tali dilemmi: ha lavorato, in silenzio, facendo semplicemente, e nella semplicità, il carpentiere.

Ogni mattina pensava a fare il suo lavoro per fare stare bene gli altri, per migliorare se stesso, la propria famiglia e, dunque, il mondo.

Il mondo? Sì, non mi sono sbagliato.

La società consumistica, infatti, ha perso il senso del lavoro, facendolo divenire mera produttività e profitto.

Brutta cosa, ma è così. Lavoriamo per avere benefit, per andare 10-15 giorni in vacanza, lontani da stress e paranoie varie. Da cristiani dobbiamo prendere atto che non possa essere così.

Il cristiano vive la logica dell’amore a ciò che si fa, dell’affetto alle cose belle, anche verso il lavoro che rende bello il nostro ambiente umano. Beninteso: non il lavoro per il lavoto, ma il bene e bello del lavoro, per l’espressione migliore dell’umanità.

Buona festa a tutti.

A presto,

Luca Sc.

Rubrica #VivereVangelo: Per eleggere bisogna lasciarsi eleggere… 

Modena, 2 marzo 2018

Giornate di neve in tutta Italia, scuole chiuse, qualche disagio, i bambini che in giacche multicolori sfogano a palle di neve la gioia di poter starsene a casa, messaggi degli amici, gli ultimi sussulti dell’influenza. 

Domani sera sono invitato a casa di una coppia di amici per parlare di quello che succederà nel week-end, le elezioni, e sarà una serata particolare: ci saranno persone credenti e non credenti, lavoratori e lavoratrici, mamme e single, ingegneri e insegnanti, e ad ognuno è stato affidato un po’ a caso il programma di un partito da presentare agli altri, per capire meglio come orientarsi.

Ognuno dirà la sua, si parlerà molto, a volte come capita si alzerà la voce, si tornerà a casa senz’altro più informati, ma certamente qualcosa sarà la base di partenza: la non negoziabilità dell’amicizia che ci lega. Certo ci possono essere strappi, divergenze, a volte fallimenti, ma almeno si sa di discutere in nome dell’amicizia comune e per far sì che anche chi la pensa diversamente da te, sia più consapevole delle sue scelte e magari ti spieghi quei frammenti di bene a cui tu non avevi pensato e che puoi trovare nel tesoro di chi è altro.

D’altronde mai come in questo periodo le vecchie ideologie sono cadute e la verità si è frammentata nelle buone intenzioni e nei punti di vista di diversi gruppi: per chi vede il bicchiere mezzo vuoto motivo per rimpiangere il bel tempo che fu, per chi lo vede mezzo pieno possibilità di ricostruire insieme. 

Il compito di eleggere qualcuno, anche per un’Italia che si è disaffezionata al voto, è una responsabilità nobile, anche in questo periodo in cui la politica non offre grandi programmi cui aggrapparsi e la teologia non ha ancora elaborato pienamente uno stile nuovo con cui vivere la sua diaconia nel pubblico, valorizzando il “date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, dopo utopie clericalizzanti e riduzionismi pragmatistici. Eppure silenziosamente stanno emergendo piste percorribili, che se seguite possono diventare segnavia di future strade, consapevoli che il cristiano deve potersi impegnare in politica perché il cristianesimo è la fede del popolo di Dio e non una setta di eletti; d’altro canto si devono osare nuove strade per entrare nel dialogo con la pluralità democratica del giorno nostro, in uno stato laico per costituzione, che scalpita tra un laicismo alla francese e un indifferentismo dilagante. 

Prima però di eleggere qualcuno, ricordiamoci che il cristiano è tale perché è stato eletto, scelto e chiamato per nome. Dio, guardandoci con misericordia, ci ha scelti senza alcun merito, non per essere migliori degli altri, ma perché noi a nostra volta chiamassimo altri alla vita, facendoli partecipare al dono della comunione. Solo perché Dio ci ha eletti, noi possiamo eleggere, cioè scegliere cosa fare col dono che abbiamo ricevuto.  Dio ci ha creato con una parola che è anche fatto, quindi noi siamo parole viventi scritte sul gran libro della natura. Ma ogni libro è muto se qualcuno con la sua voce non lo legge e lo fa risuscitare, donando vita a quelle potenzialità che non possono attivarsi da sole. Nessuna parola si legge da sola: ha bisogno di un lettore. Dio che è Parola, attraverso il soffio del suo Spirito, ci chiama alla vita, ognuno con un nome diverso, come diverse sono le stelle del cielo. E lo fa anche con i fatti e gli incontri della vita. Risvegliati da questa voce, noi possiamo chiamare altri, possiamo eleggere altri a partecipare di questo dono e sentirci assieme un popolo di chiamati. 

Come l’amata vede l’amato in ogni creatura perché tutto le ricorda di lui, così il cristiano scorge Cristo in ogni luogo, perché con l’incarnazione Dio ha ricapitolato nel corpo di Gesù l’intera creazione, che ora è ricolma del profumo della sua presenza, in un gioco tra immanenza e trascendenza, che solo gli innamorati possono intuire.

Dice Étienne Grieu: “Se è lui che mormora, canta e chiama così, allora è tutta la città che stormisce della sua presenza. Anche i catenacci e i lamenti annunciano la venuta del beneamato. Il cuore della Chiesa ne viene aperto e allargato all’infinito. Essa ama tutta la città, mondo di speranze, di lamenti e di ricerche. L’ama così com’è, nell’infinita varietà dei suoi ornamenti: l’ama perfino nei selciati delle sue strade, nelle sue edicole di giornali ricoperte di rimmel e di fard, perfino nei suoi parcheggi sotterranei, nelle sue zone industriali tagliate in geometrie, nei suoi caffè dalle conversazioni erranti, nelle sue case popolari stoiche nell’assenza di locatori, nei suoi sensi unici, nei suoi raccordi attorcigliati, nei suoi supermercati con lo sguardo da sonnambuli, nei suoi circhi, nei suoi zoo, nelle sue rotonde che si inarcano, nei suoi forni che già regalano il profumo del buon pane, nelle sue chiuse, nelle sue fogne che fuggono, vergognose, strisciando, nei suoi pedaggi nelle sue stazioni, nelle sue fontane che non smettono mai di cantare, nelle sue vie pedonali e nel clamore dei suoi stadi”. 

Forse allora queste elezioni possono essere l’esperienza spirituale di lasciarsi chiamare, eleggere, guidare e di ricordare la prima chiamata che fonda tutte le altre: quella alla vita. Solo così potremo a nostra volta eleggere e chiamare qualcun altro, responsabilmente. E una volta eletto qualcuno, non gli lasceremo tutto il peso del lavoro e delle colpe, ma continueremo col nostro pensare, col nostro fare, col nostro pregare, col nostro ascoltare, questa azione di genesi che costituisce giorno dopo giorno il nostro bene comune. Lo Stato nasce nelle relazioni, e nelle pieghe e nelle piaghe delle relazioni è nascosto il Dio-che-è-relazione: Egli lascia le realtà terrene libere di essere se stesse, contraendosi per farle venire alla luce; queste però scoprono che sono libere tanto più quanto più si ricordano di quella voce che continuamente le chiama alla vita. 

Buone elezioni!

Stefano G.

Rubrica #ParolaAVoi: I racconti delle prime medie di Finale emilia. Un buon modo per passare la Quaresima!

​Modena, 19 febbraio 2018

Ehi, vuoi passare la quaresima con noi?! Dico proprio a te, che magari ti stai annoiando, ma vorresti guardarti dentro e dare una svolta al solito tran tran. 

A volte proprio i più piccoli, con la loro freschezza e apparente semplicità, possono scuoterti e farti pensare, e magari farti vedere che anche tu affronti la giornata con piccoli o grandi pregiudizi, che ti impediscono di stare con gli altri e di essere felice come vorresti. 

Allora lasciati andare, concediti cinque minuti di tempo e prova a leggere almeno una delle storie che ti proponiamo: non abbiamo grandi pretese, solo quella di tenerti compagnia.

Ma se magari questi racconti ti aiuteranno a guardare il mondo con occhi diversi, allora ci sentiremo felici di averti lanciato una mano di amicizia. 

Che aspetti? Ecco alcuni brevi racconti delle prime medie di Finale. 

Ciao e buona lettura!

Stefano G.
Plutone e la cometa Halley

C’era una volta Plutone, l’ultimo pianeta del sistema solare, lontano da tutti gli altri, nonché il più solo, senza amici ed emarginato da tutti. Giove, il pianeta più grande, lo prendeva sempre in giro e lo offendeva. 

Nella notte di san Lorenzo, Plutone, stanco delle beffe di Giove, si girò da tutt’altra parte e vide passare una cometa di nome Halley. Lei si fermò e si presentarono. 

Scoprirono di avere diverse cose in comune: ad entrambi piaceva molto la corsa, la musica, il nuoto, il basket, il calcio. Per questo passarono tanto tempo a condividere le loro passioni. Plutone, finalmente, trovò un’amica molto simpatica, attenta e generosa: non si sentì più solo. Da allora ogni anno la cometa Halley lo andava a trovare. 

Passarono gli anni, la cometa stava invecchiando, mentre Plutone non invecchiava mai: per questo la cometa passava di rado, era sempre più stanca e dolorante e Plutone era sempre più triste e preoccupato, pensò quasi al collasso.

Giove, il burlone, passò di lì per prenderlo in giro. Iniziò chiedendogli perché non ci fosse la sua amica cometa e riprese dicendogli che aveva annoiato anche lei e che adesso aveva capito perché tutti lo evitavano. Proprio mentre 

Plutone lo stava ascoltando in silenzio, comparve improvvisamente la cometa per difenderlo… aveva davvero una voce stanca: stava veramente invecchiando! 

Plutone, addolorato nel vedere la cometa, scoppiò a piangere e raccontò a Giove la sua preoccupazione: era terrorizzato dall’idea di non vederla mai più. Sentendo ciò, Giove si commosse e chiese al saggio Sole di riscaldare la coda ghiacciata della cometa. 

Il Sole fece come gli chiese Giove e la cometa divenne talmente giovane, che tornava ogni mese a salutare Plutone. 

Piena di energie e felicità, la cometa desiderava portare Plutone con sé in un lungo viaggio alla scoperta dell’universo. Desideroso di passare di nuovo del tempo insieme alla sua amica Halley, Plutone accettò e partì con lei. Insieme giocavano, ridevano e scherzavano.

Giove, invece, li guardava da lontano ed era molto triste, a causa del suo carattere burlone e beffardo. Plutone, sapendo perfettamente come si stava ad essere soli e senza amici, si intenerì e, d’accordo anche con la sua amica cometa, chiese a Giove di far parte della combriccola. 

Da quel momento Plutone ed Halley diventarono i migliori amici di Giove, che fino ad allora non avevafatto altro che prenderli in giro, senza neanche provare ad immaginare come si stava ad essere soli e senza amici. 

I A: Manuele, Federico, Mattia, Alessandro, Ilaria, Jenny
L’amicizia prima della ricchezza

C’era una volta, nell’antica Costantinopoli, un’orfanella povera di nome Lucia, che viveva in un vicolo. Un giorno la figlia dell’imperatore fu costretta a fare una visita ai poveri, per dimostrare la sua presenza nel regno. 

Ella si chiamava Elena, e quando vide Lucia disse: “Ma che squallida povera che c’è davanti a me!”. Lucia rispose: “Non solo io sono povera: mica siamo tutti come te, che per andare a prendere due verdure al mercato ci mettiamo indosso molti gioielli!”.

Elena la guardò di traverso e disse: “Guarda te i poveri, non sanno neanche quello che dicono e io che sono qui a perdere tempo con loro, mentre potrei andare a comprare vestiti nuovi”. Lucia si sentì il cuore a pezzi e disse: “Tu che sei senza rispetto, un giorno ti troverai senza rispetto”.

Elena indispettita se ne andò. Lucia intanto rassicurava i suoi simili, dicendo loro che gli insulti non valgono, valgono solo l’amicizia e la felicità degli amici. 

Un giorno Lucia decise di andare al castello di Elena per raccontare le offese ricevute dai poveri.

Appena ebbe finito di raccontare, entrò Elena e i suoi genitori le dissero: “Elena, questo non è un comportamento adeguato e per scusarti dovrai passare una giornata insieme a Lucia”. 

Elena andò a piangere nella sua camera e dopo un’ora venne Lucia a consolarla. Dopo un po’ Lucia ed Elena fecero amicizia e scoprirono di avere molte cose in comune. Passava il tempo e diventavano sempre più amiche, finché Elena convinse i genitori ad adottare Lucia. 

Da quel giorno i poveri non furono maltrattati e Lucia visse felice e contenta con Elena.

I A: Alessandra, Alice, Raffaele, Giulia, Filippo
Sole e Luna

Il Sole pensava che la Luna fosse inferiore, perché era più piccola, meno luminosa e quando c’era lei tutti andavano a dormire. La Luna, invece, pensava che il Sole fosse antipatico, perché si vantava. 

Per quattro lunghi anni i due si inseguirono senza mai incontrarsi e continuarono a pensare male l’uno dell’altra, finché un bel giorno furono costretti ad incontrarsi per colpa di un fenomeno naturale: l’eclissi solare.

– Sole: “Che succede, come mai è tutto buio? Chi si è messo davanti al mio cammino?”.

– Luna: “Bello, stai calmo! Hai visto che la tua luce può sparire in un secondo?!”.

Insieme guardarono il mondo… e dissero: “Che bello!”. Scoprirono così di essere diversi, ma di poter fare insieme cose bellissime. Mentre il Sole stava chiedendo alla Luna: “Vuoi essere mia amica?”, finì l’eclissi e i due tornarono a rincorrersi.

La Luna era curiosa di sapere qualcosa in più della frase che aveva iniziato il Sole, ma dovette aspettare l’eclissi successiva. Quel giorno la Luna chiese al Sole di ripetere la frase, e il Sole disse: “Vuoi essere mia amica?”. La Luna disse: “Cosa vuol dire amici?”. Il Sole rispose: “L’amicizia è un bene prezioso che non puoi comprare, ma puoi ricevere se anche tu lo doni”. 

Il Sole donò così alla Luna un po’ della sua luce e del suo calore, la Luna in cambio diede la sua amicizia. Il Sole e la Luna scoprirono di essere diversi da come si aspettavano e impararono che prima di giudicare bisogna conoscersi.

Da quel giorno il Sole e la Luna facevano il loro lavoro e quando c’era l’eclissi, insieme ammiravano il frutto delle loro fatiche. La terra era bellissima grazie a tutti e due, diversi ma indispensabili. 

L’amicizia diventò amore: fu così che il cielo si riempì di stelline. 

I B: Alessandro, Luigi, Federico, Laura, Maddalena, Debora
Una liberazione inaspettata

Un giorno un gruppo di amici, formato da Noemi, Sofia, Cecilia, Luca, Mattia, Jacopo e Fabio, si recò in gita con la classe al museo di storia naturale. 

Qui, una volta entrati, si persero e, non sapendo da che parte andare, aprirono una porta e si trovarono nello stanzino del custode. Davanti a loro si trovava un’altra porta, enorme e chiusa a chiave. I ragazzi, incuriositi, incominciarono a cercare il modo per aprirla e nella ricerca qualcuno pestò un oggetto: era proprio la chiave!

Il gruppo era infastidito dalla presenza di Fabio, perché era il cocco dei prof, e lo mandarono via, temendo che lui potesse raccontare della loro scoperta. Una volta allontanato Fabio, i ragazzi aprirono la grande porta con la chiave e… si trovarono in mezzo al deserto. Subito non capirono dove fossero, ma poi vennero rapiti da una banda di nomadi che li voleva derubare.

Fabio, arrabbiato, si era intanto avviato verso l’uscita, dopo aver chiesto indicazioni. Guardando l’orologio, però, aveva notato che i suoi amici erano assenti da troppo tempo, perciò decise di tornare indietro. Arrivato alla stanza del custode, vide il portone socchiuso, entrò e si ritrovò anche lui nel deserto. 

Camminò a lungo, poi vide l’oasi nella quale erano imprigionati i suoi “amici”. Di nascosto, con una spilla che portava sempre con sé, aprì la serratura della gabbia che li teneva imprigionati e insieme fuggirono verso la porta che li riconduceva al museo.

Gli amici furono salvi grazie a Fabio: nonostante il loro giudizio, lui era tornato indietro per aiutarli.

Da quel giorno tutto il gruppo fu inseparabile, ma soprattutto nessuno giudicò più gli altri dall’aspetto o da frasi riportate.

I B: Noemi, Fabio, Jacopo, Cecilia, Mattia, Sofia, Luca
La storia di Jessikah

Il 19/11/2015 nel liceo di Manhattan arriva una nuova ragazza: Jessikah Ruler. Viene smistata nella classe terza, nella quale non si sente a suo agio fin da subito. I professori la accolgono molto calorosamente, al contrario dei compagni che la prendono in giro già dall’inizio, perché fatica a socializzare. 

Si trova molto difficilmente un’amica: Kathrin Littlewood. Esse hanno gli stessi interessi e le medesime opinioni. Dato che non si sentono accettate e hanno già compiuto i sedici anni, abbandonano la vita scolastica e si dedicano ai viaggi in giro per il mondo. 

Un giorno giungono in Groenlandia nel lago “Magiclake”, chiamato così perché la leggenda narra che ogni cento anni nel lago si apra un portale per un regno sconosciuto, anche se nessuno ci crede.

Proprio quel giorno sono cento anni da quando il portale si è aperto l’ultima volta. Le ragazze, visto il clima stranamente caldo, si tuffano nel lago per fare un bagno e si ritrovano in un universo parallelo, dove conoscono un “essere mostruoso”, l’unico ad avere la chiave per una porta che le potrà ricondurre nel loro mondo.

Questo mostro si chiama Robbie. Egli non vuole aiutarle, perché Jessikah e Kathrin sono le uniche persone che possono diventare sue amiche e non vuole farle andare via. Infatti lui non è mai considerato da nessuno, perché tutti ritengono che sia antipatico, e così rimane sempre in un angolo da solo. Jessikah gli spiega che, se vuole attirare l’attenzione di tutti, deve “buttarsi nella mischia” e farsi un po’ notare. 

Le giovani donne lo aiutano a farsi nuovi amici e così Robbie dà una copia delle chiavi alle ragazze: in questo modo esse riusciranno a rivederlo quando vogliono. Dopo questa avventura, le ragazze salutano Robbie e tornano nella loro amata terra, non prima di promettergli di andarlo a trovare ogni mese. 

I B: Giacomo, Aurora, Christian, Mariachiara, Tea.

Rubrica #RiflessioniCristiane: La fine del Carnevale…Oltre la maschera.

​Modena, 13 febbraio 2018

Con il mercoledì delle ceneri finisce il carnevale ed inizia il tempo di quaresima. In effetti lo stesso termine “Carnevale” nei paesi cattolici è legato al tempo liturgico della penitenza, perché deriva da “carnem levare”, cioè togliere la carne. Il carnevale affonda però le sue radici nella mitologia dei popoli antichi greci e latini, quando in questo periodo dell’anno la natura è immersa nel caos dell’inverno e si prepara a rinnovarsi con la primavera. Anche alle società è consentito seguire il ritmo del cosmo con un momento ben definito, in cui l’ordine sociale viene momentaneamente sconvolto per rinnovarsi. Il servo diventa re, il re si lascia canzonare, i potenti possono essere criticati e l’identità fissata nel ruolo sociale diventa mobile, attraverso l’uso della maschera, con la quale è possibile per un periodo assumere le sembianze e il ruolo di chi si vuole.

È interessante come sia lo stesso ordine a consentire al suo interno un momento di caos per ripartire: questo ci fa capire come tutti i momenti, anche quelli più burrascosi delle nostre vite possono entrare dentro il disegno di un ordine più grande, anche se in quel momento noi non ne intuiamo la strada. 

Il carnevale è anche il tempo che ci fa riflettere sulla nostra identità, perché lascia sprigionare ai nostri sogni i desideri più nascosti, che comunque, anche se non si realizzeranno mai, raccontano sempre una parte di noi importantissima. Mi ricordo che uno dei miei sogni ricorrenti di bambino era quello di essere un supereroe e di far parte di una lega per sconfiggere i cattivi. Un anno fa inaspettatamente ho realizzato questo desiderio, quando mi sono trovato a fare giochi di magia davanti ai miei alunni, vestito da mago/cavaliere o più precisamente un mix di cose che avevo trovato in casa per far divertire i miei piccoli. E lì mi sono trovato davvero in mezzo a dei supereroi, perché quei bimbi credevano veramente per quel giorno di essere un cavaliere, una principessa, l’uomo ragno, iron man: il potere della fantasia di un bambino è una delle cose più belle che ci siano. 

La fine del carnevale e l’inizio della quaresima pone però i nostri desideri davanti al Desiderio di Dio, che vuole realizzare qualcosa di ancora più grande rispetto ai nostri progetti: infatti se noi possiamo essere creativi, Lui è creatore e quando parte con qualcosa, realizza capolavori. 

Ma Lui a questo punto ci fa una domanda: qual è la verità della tua persona? Il termine “persona” è legato alla maschera, infatti anticamente con “persone” si intendevano le maschere che a teatro indossavano i vari personaggi per rendersi più riconoscibili e per far risuonare meglio la voce, attraverso quella forma di altoparlante che è costituito dalla maschera stessa. Poi la parola venne usata dai teologi per parlare dell’identità dei Tre che costituiscono un solo Dio, e allora iniziò a significare un’identità intelligente, volente e amante caratterizzata dalla libertà. 

Insomma con l’inizio della quaresima Dio ci chiede qual è l’unica maschera reale che noi vogliamo indossare per sempre, o meglio ci chiede di toglierci tutte quelle maschere che non rappresentano il nostro più vero desiderio, ma solo i nostri idoli: ci chiede di essere nudi di fronte a Lui, che sulla croce ha accettato di farsi vedere nudo, per mostrare all’uomo che non ci si deve vergognare di stare davanti a Dio così come siamo, perché Lui non si è vergognato di mostrarsi così come è.   

Se il carnevale è il periodo dei ricchi abiti sfavillanti e multicolori, che ci permettono di tirar fuori dal pozzo della nostra fantasia i nostri più nascosti desideri, la quaresima ci porta nel deserto dove il sole della verità, la fame di amore, la sete di giustizia setacciano questi desideri e li mettono davanti alla Volontà di Dio per farci essere veramente felici. Solo il deserto quaresimale ci farà attraversare i sentieri del nostro cuore, e ci farà vedere cosa regge e cosa no di fronte alla vita. Magari scopriremo che quello che pensavamo il sogno di una vita era solo una voglia passeggera e che una voce apparentemente secondaria si farà avanti con sempre più insistenza per chiamarci per nome, con il nostro vero nome, quello che solo Dio conosce. Allora saremo rivoltati completamente, subiremo una rivoluzione o una con-versione: forse sarà la quaresima per noi il tempo del caos che ci porterà ad un nuovo ordine. 

Sulla croce un uomo è deriso e vestito come un re da burla: una finta corona, un manto da re per prenderlo in giro, un cartello che indica in un condannato a morte “il re dei Giudei”. Eppure il sorriso di Dio sconvolge l’irrisione dell’uomo, capovolgendo il suo punto di vista: veramente quell’uomo è Figlio di Dio. La Pasqua riconduce l’uomo alla sua verità, conducendo Dio all’uomo in un modo inaspettato, e l’uomo così imparerà la sua vera natura: un albero vivente con le radici che si alimentano in cielo. 

E tu chi sei veramente?

Stefano G. 

Rubrica #RiflessioniCristiane: Tutti colorano Sanremo! E noi?

Roma, 30 gennaio 2018

Da un bel po’ di giorni il TV passa gli spot del Festival di Sanremo. Sfondo bianco, sorrisi, vernici, colori, bei propositi, spirito di gruppo e grande intesa tra conduttori…
Questo, presumo, sia il messaggio che suddetta pubblicità vuol mandare.
“Tutti colorano Sanremo” è la parola d’ordine: su questo motto voglio soffermarmi oggi.
Colorare qualcosa significa darle senso? Penso di sì… Una domanda, però, sorge spontanea: chi decide i colori? Chi li giustappone, li mischia, li stende sulla tela in modo uniforme? L’estro dell’artista che ama il bello o il mero successo di un format?
Spero che sia il primo a decidere.
L’estro artistico si esprime in modo inequivocabile, in modo sublime, quasi simultaneo al pensiero che lo pone in essere: un atto costruttivo in se stesso, nel suo stesso pensarsi. Questa è arte: è creare per lo stesso fatto di essere creativo.
Sanremo o no, colori o no, siamo sempre chiamati a colorare qualcosa…altrimenti non la potremmo vedere nemmeno, per via della troppa o poca luce.
Se il mondo ha bisogno di colori, lasciamo che si pongano sulla tela del dono creativo e non del vantaggio economico: non roviniamo una tra le cose più belle che ci resta!
Il contest canoro italiano per eccellenza è una vetrina d’arte? Spero che lo sia in questo 2018. Spero che si possano seminare un po’ di sogni con i piedi per terra. Spero che le canzoni possano ravvivare quanto di più umano e di più vero, nonché bello, possa essere in noi.
Vivere senza arte, senza colori, senza prospettiva di bello e di bene, è come essere parte di un ingranaggio di quei mobili da portare e costruire a casa. Tu ed io non siamo una brugola! Se volete se ne può fare anche una canzone… tanto per ribadire il concetto.
Quante persone vanno avanti a fatica, avendo bisogno di qualcuno che colori la loro esistenza, che li faccia tornare visibili, colorati, per l’appunto…Solo l’avere fiducia nelle potenzialità umane, ovvero nell’arte, può suscitare vita e forza. Forse quel famoso scrittore russo non aveva tutti i torti quando parlava della bellezza… Facciamo bella la nostra vita! Coloriamola!
Grazie per l’attenzione.
A presto.
Luca Sc.