Domenica 7 luglio 2019. Seminare il Vangelo con la gioia empatica!

Evangelizzare significa trasmettere gioia: il Vangelo (che è della gioia) di questa Domenica, tratto da Luca, lo esprime con chiarezza nei suoi versetti finali.

L’evangelizzatore è tale in quanto, in prima battuta, si è fatto egli stesso evangelizzare.

Farsi evangelizzare in che modo? Nella serenità e felicità, principalmente.

Nessuno è insensibile alla tranquillità gioiosa di un altro. Questa cosa attrae e suscita empatia.

La gioia è empatica e Gesù, ancor prima della moderna psicologia, lo sapeva, e sa, benissimo!

Il suscitare empatia nell’allegria è spia di un cuore libero e sereno, conciliato col mondo e il passato. Ecco i migliori evangelizzatori.

Gli operai sono pochi anche per questo: pochi si fanno prendere appieno dalla fiducia nel Signore che fa gioire. Gli operai sono pochi, perché la gioia spesso non è di moda.

Per essere gioiosi, la maggior parte di noi pensa che bisogna avere (o ottenere) ciò che si desidera: falso. Per essere gioiosi si deve avere fede nella Sua Parola; per essere gioiosi non si deve far leva su quanto si fa di straordinario, ma sul motivo intimo che spinge all’azione, potenzialmente straordinaria o meno.

Questi i doni che il Vangelo ci fa in questa calda e afosa Domenica: doni che spingono alla fiducia e alla testimonianza.

Che tipo di testimonianza? Quella del sorriso e della pace, che trasmigra da un cuore all’altro, anche con lo sguardo.

Buona Domenica!

Luca Sc.

#RiflessioniCristiane: Neuroni specchio, alleati della gioia del Vangelo.

Di Luca Sc.

Roma, 18 settembre 2018

Da ormai più che un ventennio si è scoperta, grazie a dei ricercatori dell’Università di Parma, la valenza dei cosiddetti “Neuroni specchio”.

Bando alle ciancie: perché vi parlo di queste cose in un blog fatto da teologi e filosofi?

Perché i “Neuroni specchio” sono facilitatori dello scambio linguistico, emotivo, forieri della socialità per i gruppi umani.

Tali neuroni sono, scusate se sarò impreciso nella spiegazione, ma non sono uno scienziato, attivatori di quelle azioni cerebrali che permettono l’immedesimazione in quanto compie un altro, il quale si trova vicino a noi, in contiguità spazio-temporale.

Ma adesso vi richiederete: perché vi sto tenendo una sorta di “lectio”, abbastanza “wikipediana”, sui “Neuroni specchio”?

Io, come nel mio stile, rispondo con un’altra domanda – lo so: è maleducato, ma chiedo venia.

L’evangelizzazione non è forse fatta di linguaggio? “Vangelo” non significa forse “annuncio”?

Bene. Avete compreso il perché di questo articolo-riflessione.

Come si evangelizza con i “Neuroni specchio”? Beh, se devo essere sincero, io non lo so da studi accreditati, ma dico semplicemente la mia, per esperienza…

Si evangelizza con il sorriso!

Delle volte, avete mai notato, quando state in fila al supermercato, certe cassiere che paiono ridere senza senso? Ebbene, un senso ce l’ha.

Quelle cassiere fanno bene il loro lavoro, mettendo a proprio agio anche lo stanco padre di famiglia con in mano le buste del latte ad alta digeribilità (non si sa mai, con le allergie che oggi imperversano…).

Ma andrò al sodo: ridere, sorridere, esprimersi con gesti, porta all’emulazione inconscia dei medesimi (sto descrivendo grossolanamente, ma spero che quando dico malamente faccia comprendere il discorso generale).

Nessuna stranezza: noi uomini ci esprimiamo così.

Sorridi, se sei felice e hai la gioia del Vangelo in te!

I “Neuroni specchio” sono chiave per la forza della tua evangelizzazione. I gesti fanno socialità, danno senso al contesto, creano legami.

Sorridete, se avete l’opportunità di apprezzare la bellezza del Vangelo…

Vedremo bene che le persone intorno a noi risponderanno con il sorriso (a specchio!) e, magari, si domanderanno poi anche il perché.

Buon pomeriggio, cari lettori.

Luca Sc.

#VangeloDomenicale: 15° Domenica del Tempo Ordinario. Evangelizzare nella logica della provvidenza.

Di Luca Sc.

Roma, 14 luglio 2018

Andare a predicare il Vangelo è il mandato principale di ieri, come di oggi.

Il discepolo, in questo caso eminentemente i Dodici, è chiamato (o meglio: “mandato”, donde il termine “Apostolo”) a non avere nulla per sé nell’evangelizzare.

Perché? Perché le forze umane non possono essere computate al dare annuncio. Le forze su cui bisogna contare sono quelle che concede il Signore: è Egli che manda, è Egli che dona il Vangelo, la Buona Nuova, da comunicare.

Andare per città e villaggi, vivendo della provvidenza che il Signore concede, è già annuncio di bellezza e novità nuove.

Nessuno può contare solo sulle proprie capacità umane, se il Signore non concede la potenza della sua Parola, che chiama, dona vita e permette la conversione.

Oggi il Vangelo ci dice che siamo strumenti e che è Dio che salva.

Che tipo strumenti siamo? Uomini e donne che vivono nel mondo da cristiani, nella logica del Vangelo, senza ostentare e dando preminenza alla provvidenza divina.

Per noi che lavoriamo e fatichiamo nel mondo, pensando a famiglia e imprevisti vari, evangelizzare significa vivere la quotidianità non preoccupandoci oltre misura ed annunciando silenziosamente con la vita.

Buon cammino.

Luca Sc.

#VangeloDelleSolennità #VangeloDomenicale: Pentecoste. Lo Spirito, luce nel cammino di fede

Di Luca Sc.

Roma, 19 maggio 2018

Leggendo il brano del Vangelo della SS. Messa del giorno della Solennità di Pentecoste, mi colpisce una frase: “siete con me”.

Essere con Lui fin dal principio, conoscerLo per tutto ciò che ha fatto nella nostra vita, a partire dal Battesimo.

Gli Apostoli sono destinatari di un dono unico nel suo genere: essere stati con Lui, con Gesù, fin dall’inizio del suo ministero; noi, in modo differente, viviamo nel dono del cammino nella sua conoscenza, fin dal nostro Battesimo.

Chi ci guida in questo cammino? Lo Spirito Santo. Ricordate il Vangelo? “Egli vi guiderà alla verità tutta intera”.

Vivere in ascolto dello Spirito significa, dunque, essere capaci di stare aperti alla conoscenza sempre più approfondita di Dio.

I limeamenti del Suo amore possiamo scandagliarli proprio attraverso lo Spirito Santo: con Lui entriamo dentro la logica del dono, dentro la gioia della Trinità.

Non è qualcosa di accessorio, che oggi può esservi e domani no, ma tutta la Vita per noi. Lo Spirito illumina pian piano il percorso di fede, ci aiuta a non perdere la speranza, ci mantiene vivi, aggrappati al Datore della vita, sostiene la nostra preghiera.

Chiediamo il dono dello Spirito, affinché possiamo essere sempre più vicini e in intimità con il Signore, vivi del suo amore!

Buona Pentecoste a tutti!

Luca Sc.

#RiflessioniCristiane: Prepariamoci alla Pentecoste. La pace, dono luminosissimo dello Spirito Santo.

Di Luca Sc.

Roma, 17 maggio 2018

La pace ha delle sembianze distintive. Mi spiego meglio.

Quando si vive in pace, i preconcetti svaniscono, ci apriamo a novità, a pensieri positivi sul mondo e le persone.

Molte volte, quando stiamo giù, non ascoltiamo il soffio dello Spirito, il suo correre pian piano e leggero, quasi imperturbabilmente pronto a turbarci dolcemente.

Ogni volta che pensiamo che tutto vada storto, di non avere pace, sediamoci in un luogo luminoso, appartato, ma comodo, e, con la libertà del cristiano, mettiamoci in ascolto del Signore.

Rileggiamo la nostra vita, la nostra storia, il nostro mondo interiore e degli affetti. Il Vangelo sarà la bussola di questo esame intimo e personale.

Il mondo, per avere pace, ha bisogno di uomini e donne che fanno pace con se stessi: non è per niente strano! Noi siamo parte del mondo!

La nostra presenza in società, anche se non ne abbiamo piena avvertenza, è importante…a partire persino dal modo in cui facciamo la spesa.

Non lasciamo nulla al caso, dal momento che non ci siamo per caso!

La pace verrà da sé e si spanderà per il mondo, come un vento leggero e soave.

Grazie per l’attenzione e buona preparazione alla Pentecoste.

A presto, cari lettori.

Luca Sc.

#SegniDeiTempi. Papa Francesco: l’umorismo è frutto della grazia di Dio

Di Luca Sc.
Roma, 10 maggio 2018
Oggi il Papa è in visita a Loppiano, presso la Mariapoli, la prima cittadella dei Focolarini.
Non sapevo di questa visita: il tran tran quotidiano a volte non permette che io sia un teologo-blogger credibile, ma questa è un’altra storia.

Tre elementi del discorso del Pontefice nel suddetto luogo hanno colmato il mio animo: li vorrei compartire con voi.

Memoria: Francesco parla della “chiave della memoria”. Di cosa si tratta? Sarebbe il ricordo ben saldo di cui parla il Deuteronomio: il ricordare che Dio salva, che Dio accudisce, che Dio è Padre del popolo, che Dio offre la “chiave” della vita.
Avere memoria delle grazie ricevute, dell’amore donato, della storia pacificata, del dono fatto fruttare.
Il ricordo crea frutti, essendo paragonabile alle radici: così spiega il Papa.

Parresia: in termini biblici significa “franchezza”. Non si tratta del parlare cono veemenza e dire tutte le problematiche come vomitandole: si tratta dell’essere se stessi, nella vita, nella fede, nel rapporto con gli altri. Un cristiano autentico non dovrebbe misconoscere l’autenticità: questo è il germe di ogni sana e “fruttuosa” testimonianza.

Umorismo: “atteggiamento umano che più si avvicina alla grazia di Dio”, così spiega il Pontefice.
L’uomo che sa ridere di sé (primo esempio di umorismo), conosce la sua creaturalità, il suo limite e, di conseguenza, non si stupisce di quello dell’altro, dei limiti degli altri.
Non è semplice: bisogna cominciare a cambiare testa, dando un contributo alla creazione di una vita, di una società, di un mondo più giusti, che profumino della fragranza del Regno di Dio che qui e ora comincia.
Grazie Santo Padre per queste parole.

Buona giornata.
A presto,
Luca Sc.

Speciale 55° #GiornataMondialePerLeVocazioni: un commento alla preghiera proposta in questa giornata

Di Stefano G.

Modena, 7 maggio 2018, Giornata Mondiale per le Vocazioni.

Ho trovato qualche giorno fa nella tracolla blu che porto spesso con me un bollettino parrocchiale di Soliera, che un mio amico sacerdote aveva usato in chiesa per darmi alcune indicazioni su dove si trova casa sua: doveva darmi infatti un documento che mi serviva per la scuola e io sarei dovuto andare a casa sua per prenderlo.

Poi i giorni di festa, lui si trovava in parrocchia a celebrare ed è stato lui a portarmi il documento. Non dovendo più raggiungerlo a Modena, mi sono dimenticato di quella improvvisata mappa stradale e l’ho lasciata dentro la tracolla, fino a quando, andando ad infilare il portafoglio, ho tirato fuori questo foglietto tutto stropicciato e ho guardato le indicazioni stradali ormai inutili. Erano scritte sul retro del bollettino… proprio sulla preghiera per la 55ª giornata mondiale delle vocazioni. Per curiosità l’ho letta e ne ho percepito subito la bellezza, poi l’ho pregata, infine essa mi ha attirato dentro di sé col desiderio di viverla, e ora mi ritrovo qui a scrivere di lei.

Prima di tutto la riporto qui di seguito con un’interessante variante che ho trovato su internet nell’ultima strofa.

Padre Buono, che ami tutte le tue creature
e desideri farne tua dimora,
donaci un cuore che ascolti,
capace di posarsi sul cuore di Cristo
e battere al ritmo della tua Vita.

Signore Gesù, amante della vita,
allargaci il cuore alla tua misura;
raccontaci il tuo desiderio
e compilo nella nostra carne.
Sprigiona in noi le energie
della tua Risurrezione
e contagiaci di vita eterna.

Spirito Santo, ospite atteso,
vieni e mostraci la bellezza di una vita
che appartenga tutta a Cristo.

A te, Maria, Madre sempre presente,
affidiamo il desiderio di Pienezza
che attende di esplodere
dentro il cuore di molti giovani.
Tu che hai accolto l’Inedito (Gesù),
suscita anche in noi
l’audacia del tuo «Sì».

Amen

La prima cosa che si percepisce guardandola è che è una preghiera trinitaria. La preghiera è qualcosa di molto strano: sono parole che dice l’uomo a Dio, anche se prima di tutto è Dio stesso che suggerisce come pregare all’uomo. Dio si incarna nella tua preghiera, perché tu possa divinizzarti parlando con Lui. Quando preghi realizzi il desiderio segreto di Dio: fare di te il Figlio amato, fare di te un altro Cristo.

Ed è per questo che la preghiera è trinitaria, perché parte da Dio-Trinità, per essere fatta propria da un uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio: accogliendo in sé la parola di Dio, e parlando a Dio, in Dio, con Dio, l’uomo diventa sempre più Figlio di Dio.
Prima di tutto si prega il Padre, che è buono: il Dio sopra di noi non è un principio metafisico distante, ma è un papà buono che ama ogni sua creatura, che di conseguenza non può che essere buona. Parla con tuo Padre, anche quando non lo capisci, anche quando sei arrabbiato con Lui, anche quando è tutto buio, parlagli quando sei felice, quando sei così pieno di gioia che non sai come ringraziare per quello che hai e che sei, parlagli nei giorni di quotidianità, quando non c’è nulla di straordinario e l’unica cosa straordinaria è che hai da pulire casa, ma hai una casa, devi faticare al lavoro, ma hai un lavoro, stai litigando con un amico, ma hai un amico.

Parla con Dio e non parlare mai di Dio, se prima non hai parlato con Lui e a Lui. Nella Genesi il primo che parla di Dio, ma non riesce a parlare con Lui è il serpente: Dio è qualcuno, non qualcosa su cui dissertare, è il papà che ti abbraccia e ti ascolta, ma prima di tutto ti parla. Quindi parla con il Padre che ti ha insegnato a parlare e parlerai le parole di Dio. Ma prima vivi questo tuo essere figlio: non sei orfano, hai un papà, non sei solo, hai dei fratelli, non sei abbandonato, da sempre sei inserito in una famiglia, che è la comunione della vita.
Dio ti vuole fare sua dimora. Più bella di San Pietro, più maestosa del Duomo di Milano, più accogliente di una qualunque chiesetta di campagna è la chiesa del tuo cuore. Il Cristianesimo è la religione che vuole far uscire dalla religione, non perché i riti non servano per avvicinarci a Dio, anzi, ma perché il rito, se non vuole rimanere uno sterile formalismo, deve diventare vita: il Cristo è venuto a distruggere il tempio, perché il vero Tempio è il suo corpo e quando noi lo riceviamo attraverso l’eucaristia, diventiamo tabernacolo vivente del Dio fatto carne. Per questo il più grande pellegrinaggio che può fare un cristiano è recarsi nella chiesa che è il suo vicino, il suo prossimo, e onorare Dio presente in lui.

Ma per far questo dobbiamo diventare dei nuovi Salomone e chiedere a Dio un cuore che ascolti. Non ricchezze terrene o spirituali e nemmeno la sapienza, ma un cuore che ascolti e sappia discernere ciò che è da Dio e ciò che, anche se sembra buono, non è da Dio. “Ascolta Israele” è la preghiera fondamentale ebraica ed è l’invito sempre attuale che Dio ci dà: non essere buoni, non essere religiosi, non capire, ma essere ascoltatori della Parola. Quando il pescatore di Galilea a Cesarea di Filippo dirà che Gesù è il Cristo, questi a sua volta gli cambierà il nome e lo farà diventare Pietro.

Ma il pescatore di uomini, se vorrà mantenere fede alla sua missione ed essere pietra per la Chiesa, non dovrà mai smettere di essere Simone, nome che contiene al suo interno lo stesso verbo dello “Shemà Israèl”: ascoltare. Solo ascoltando la Parola fatta carne, Simone diventa pietra: con la sua testa egli rimane un semplice pescatore, le cui reti si affossano a volte in una magra pesca, o addirittura diventa il nemico di Dio, un satana che insegna a Gesù a non andare a Gerusalemme, verso la sua vera gloria.

Dio vuole che il tuo cuore si posi sul cuore di Cristo, come il discepolo amato durante l’ultima cena, per capire l’abisso di misericordia, amore e perdono che quel cuore rimanda ad ogni battito. Un cuore che ti conosce e ti accetta così come sei, un cuore che si dona a Giuda il traditore in un pezzo di pane e solo dopo permetterà che Satana entri in lui, perché Gesù rimarrà col suo traditore anche nella notte del male e lo chiamerà “amico” nel giardino degli ulivi, dove l’Unto del Signore si lascerà stritolare dal frantoio del dolore per dare a tutti i credenti l’olio dello Spirito Santo.

Un cuore che ascolta il battito della Vita è un cuore che sa ricevere vita e donare vita, è un cuore che capisce chi è. La vocazione cristiana non è la scelta della strada migliore che noi possiamo percorrere per realizzare le nostre aspirazioni, ma è la risposta data con timore e tremore ad una chiamata che ti sovrasta e che viene per prima. Tu puoi rispondere, perché qualcuno ti ha chiamato e, nella sua chiamata, ti ha dato la possibilità stessa di rispondergli.

Non siamo noi a scegliere, ma è Lui che sceglie e ci chiede di accogliere e scegliere, rispondendo: non come marionette o soldatini che accettano un destino ineluttabile, ma come figli che rispondono con creatività ad un Senso che li precede. La vocazione è tutt’altro che imposizione di un ruolo calato dall’altro, ma è la liberazione di tutti quei desideri inespressi che trovano un compimento inaspettato nel sogno di Dio.

L’alterità della voce di Dio è ciò che ci identifica, è più intima di noi stessi, perché Lui ci ha creati e sa cosa c’è nel cuore dell’uomo. Il nostro nome lo abbiamo ricevuto dai nostri genitori eppure dice chi noi siamo. Solo la nostra mentalità individualista ci illude che tanto più possiamo possederci, quanto più rimaniamo in noi stessi. Il sapere del Vangelo ci rivela che la nostra vita è nascosta in un mistero di amore, quindi di relazione.

E allora sii come Lazzaro, che dal profondo della morte riconosce la voce dell’amico che lo chiama e viene fuori dalla tomba per riabbracciare Colui che lo conosce intimamente, perché gli vuole bene.

Sii come Maria Maddalena, che incontra un giardiniere, ma riconoscerà il suo Maestro solo quando questi la chiamerà col suo nome, con quel solito profumo di tenerezza. Sii come la pecora che riconosce la voce del suo pastore, quello che l’ha nutrita, guidata e salvata centinaia di volte.

Lascia che il profumo del Nome di Dio ti attiri al tuo nome, perché nella Parola di Dio è racchiusa la parola che ti fa essere chi sei, giacché Dio è “Colui che fa essere”.

La seconda strofa ci porta al mistero di Cristo, il Vivente, l’Amante della Vita, Colui che è Via, Verità e Vita, il Dio con noi. Solo Lui può allargare il nostro cuore alla sua dimensione, Lui che ha la capacità di entrare nell’infinitamente piccolo, pur essendo l’infinitamente grande, Lui che bussa continuamente al cuore con la serenata ostinata dell’innamorato, ma sa entrare anche a porte chiuse, quando la chiave è stata da noi smarrita e battiamo i pugni di fronte ad una prigione che ci trattiene dentro noi stessi. Ma la misura dell’amore è amare senza misura.

Sono povero, Gesù, e francamente fragile. Sono un vaso spezzato e ti ho tradito tante volte. E mi vergogno perché le mie parole puzzano di ipocrisia e le mie mani sono quelle di un ladro di occasioni sciupate, di un assassino di sorrisi, di un codardo nascosto nella maschera violenta di chi difende un pugno di sabbia, un fariseo che venera idoli muti. Il mio posto è vicino al catino di acqua sporca che hai usato per lavare i piedi dei tuoi “stupidi” [che in un primo momento non capiscono ndr] apostoli, sono un asciugamano di pretese inutili da cui fatico a staccarmi, perché almeno ho qualcosa da possedere e con questo stupido possesso mi sento qualcuno. Ho sciupato la vita e le persone, cercando di capire, incasellare… voce del verbo trattenere, come il pubblicano che chiede cento al cittadino che dovrebbe dargli dieci, e si illude di essere al sicuro col suo tesoro.
Ma tu, Signore delle sorprese, ami i peccatori e le prostitute, vuoi morire tra due assassini, elogi il Samaritano eretico che usa compassione, ti fai dichiarare “Figlio di Dio” dal pagano che ti ammazza e l’unico indumento che il Vangelo dice che non ti sei tolto di dosso è quell’asciugamano puzzolente che è il segno dello schiavo. Sei fuori di te, Signore, fuori dai nostri schemi farisaici troppo umani, perché falsamente divini.

Invece tu sei il Dio umano che umanizzi, perché non sei idolo, ma l’unico Dio vivo e vero, che disegna nella carne di un uomo il desiderio di Dio. Raccontaci il tuo desiderio, raccontalo alla nostra umanità che è il luogo dove possiamo incontrarti, e fa’ della nostra vita un capolavoro.

Noi possiamo darti il sì stentato di Pietro, che ha perso l’orgoglio del condottiero e ora accetta di essere discepolo, di seguirti e basta, senza forza, debole, sicuro del tuo amore a cui basta il suo volerti bene.
Tu sei Risurrezione e crei vita dove c’è morte, ti lasci trovare accanto alle nostre tombe, per accarezzarci e prenderci in braccio, viandante di misericordia che assecondi il tamburellare triste del nostro camminare, per insegnarci il ritmo della vita eterna.

E allora è un contagio di gioia: se il sacro era ciò che è separato dal profano, tu hai rotto questo muro, e sei il primo che ci tocchi, noi lebbrosi di sfiducia, per insegnarci che ora tutto il mondo è inondato di Dio e non c’è un luogo e una situazione dove il Medico dei cuori non si possa fare presente.

Ci rendi liberi, Signore, ci rendi navi che seguono il vento della rinascita, marinai dello Spirito Santo, che non sanno di dove vengono né dove vanno, perché c’è sempre un nuovo porto dove donare amore e incontrare Dio in colui che servi o che ti serve, evangelizzatori evangelizzati. Lo Spirito Santo, il Dio in noi, allarga il nostro essere, come ‘Abràm che diventa ‘Abrahàm: una piccola aspirazione, un piccolo soffio e colui che era un semplice nomade, diviene il padre della fede. Lo Spirito Santo è fuoco, che infiamma dell’amore che non muore, che donandoti la libertà, ti lega a quel Cristo che ti ha conquistato con la sua bellezza e ti insegna una vita nuova. Basta! La strada che hai percorso sino ad oggi è chiusa, sbarrata, era un senso unico imboccato dalla parte sbagliata. Cambia direzione: abbi il coraggio di con-vertirti, lasciati modellare la mente, il volere, la memoria, gli affetti, la carne dal tuo vasaio, esperto di bellezza. Non aver paura di bruciare: è la tua natura. I vasi fissano la loro bellezza dentro ad una fornace. E allora cosa aspetti: brucia la vita che Dio ti sta dando, ama, lasciati incontrare e travolgere da un battesimo di vita vera. Non sei stanco di essere inautentico e di ostinarti per le tue vie, che non portano a niente? Dio non vuole la tua morte, perché Lui è amante della vita e sa dove ti sta conducendo. Fidati!
Lo Spirito Santo è respiro, come quando sei venuto al mondo la prima volta ed incontrare l’ossigeno ti ha fatto piangere, perché non eri abituato: ora si tratta di rinascere dall’alto, una seconda volta. Quello che per te è morte e capovolgimento, non è altro che l’ingresso nella vita risuscitata della fede. È ora, è questo il momento opportuno!
Hai un Padre con te, e una Madre sempre presente, che ti aiuterà in questo parto, lei che è esperta di travagli dolorosi. Maria, che è piena di grazia, sa accogliere il tuo desiderio di pienezza, non le sei indifferente: come può una mamma scordarsi del proprio bambino? Lei sa far esplodere ciò che porti nel cuore, ciò che ti fa male, ciò che vorresti far nascere e non sai come, ciò che non sai vivere, perché non sai neppure definire.
Lei sa far nascere ciò che di buono portiamo dentro, perché con l’audacia del suo sì ha fatto fiorire l’impossibile. È interessante come la preghiera che stiamo recitando assieme porti su internet una variante rispetto al mio foglietto stropicciato: “Tu che hai accolto Gesù” è declinato con “Tu che hai accolto l’Inedito”. Maria ha editato il Vangelo di Carne, perché ha creduto all’inedito, a ciò che un uomo normalmente penserebbe non essere possibile. Mai lei ha dato al mondo Colui che Dio le ha donato, perché con la sua umiltà e con la sua capacità di ascoltare, lo ha creduto possibile al Padre che non risparmia sorprese per i figli che ama. Maria si è fidata, perché amata e quindi capace di amare.

Maria si è abbandonata con la sua umanità e la sua fede a Colui che la chiamava ad un progetto straordinario, che avrebbe rovesciato tutte le sue idee, ma che che avrebbe portato molto al di là del suo cuore il suo desiderio di felicità. Voleva sposare Giuseppe e Dio le ha concesso la vicinanza del suo promesso, ma l’ha resa sposa dello Spirito Santo. Voleva farsi una famiglia, avere dei bimbi come tutte le ragazze dell’epoca, e Dio l’ha fatta diventare Madre di Dio e Madre nostra.

Ma forse il desiderio più profondo di Maria era ascoltare quella Voce, fucina di sogni, che le insegnava il segreto della vita e Dio l’ha resa figlia del Padre in un modo unico, ma non esclusivo. Come lei, assieme a lei, anche noi possiamo essere figli di Dio, attenti alla presenza sorprendente dell’Inedito.

Le parole più ripetute in questa preghiera per le vocazioni sono “cuore” e “vita”, proprio perché Dio sa che ciò che desidera di più il tuo cuore è più vita. Allora prova a pregarla anche tu. Magari con una novena, oppure in un momento particolare della giornata o della settimana. Ma prega con Dio nel cuore, gustando le parole di Dio, a Dio di fronte a te. Cosa aspetti? È ora di mettersi in ascolto. E tu cosa hai sentito?

Stefano