#VangeloDomenicale: 27° Domenica del Tempo Ordinario. ‘Uomo è uguale a dono’: dall’ ‘adultescenza’ alla maturità dell’adulto.

Di Luca Sc.

Roma, 6 ottobre 2018

Il Vangelo di questa Domenica interpella il valore dell’amore coniugale, interpella il senso della famiglia e dell’unione che crea comunione; ebbene sì, l’unirsi in matrimonio di un uomo e una donna è tra i primi segni della comunione vera. Dio ci crea per la comunione, il cui segno più grande è, per l’appunto, l’unione sponsale.

Sotto il dettame evangelico di Gesù vi sta il ritorno all’opera della creazione. Il ‘ma dall’inizio’ proferito da Cristo ai farisei non lascia adito a dubbi: permette la conversione dello sguardo verso ciò che è genuinamente divino.

La creazione è per la comunione: Dio è, in sé, comunione e pone il seme dell’amore coniugale quale spia emblematica di tale medesimo amore.

Una famiglia unita, due sposi che si amano, creano insieme al Creatore, perché vivono una fedeltà foriera di futuro.

Mi spiego meglio.

L’unione sponsale permette che, sia l’uomo che la donna, escano da se stessi, per farsi carico dell’altrui bisogno. Questo è il culmine della maturità di ogni essere umano. Lasciare la propria madre e il proprio padre, per farsi carico dei bisogni di un altro o un’altra che stiano ‘di fronte’ (così recita il testo genesiaco ebraico, per parlare della presenza di una donna per l’uomo), significa vivere l’uscita definitiva dall’adolescenza egoistica.

Ripudiare l’altro e lasciare questo progetto di vita, determinato dall’unione che si fa comunione e strada per conoscere Dio Amore, equivale a perdere di vista lo scopo del valore della propria vita umana.

Si è uomini quando si entra in quest’ottica, in questo cammino, in questa vita che ama stare di fronte a chi rappresenta, e rappresenterà sempre, una sfida al proprio egoismo e al proprio edonismo ‘adultescente’.

Ho usato l’aggettivo ‘adultescente’, un neologismo sociologico, per descrivere lo stato in cui spesso tendiamo ad essere invischiati nella nostra cultura consumistica.

Possiamo trovarci tutti, anche se adulti, in uno stato viscoso di adolescenza protratta e fine a se stessa. Vogliamo, compriamo, sperimentiamo tutto velocemente: anche la comunione e l’unione sponsale diventa propaggine, talvolta, di una vita adultescente. Ma questa non è vita umanamente matura, non è progetto che crea futuro.

Per entrare in quest’ottica, Cristo, paradossalmente, ci fa uscire dall’adolescenza, facendoci guardare al bambino. Come è possibile? L’adolescenza non è forse stadio di vita posteriore?

Il bambino aspetta tutto dall’adulto, non avendo per sé che la forza di pensare bene del medesimo: il bambino si dona; l’adolescente sente l’incipiente forza di autodeterminarsi, ma, nello stesso tempo, non sa sopire l’egoismo di chi sente di essere finalmente forte e bastevole a se stesso.

Un adulto, invece, è un’adolescente che sa di dover dar sempre fiducia a qualcuno e, a propria volta, dover essere degno di fiducia per qualcun altro. Così si cresce: guardando paradossalmente ai bambini.

Così entreremo nell’ottica del Regno di Dio, così incontreremo lo sguardo di Cristo, che offre all’umanità il suo vero significato.

Ragazzi, per sintetizzare tutto ciò, potremmo dire che ‘uomo è uguale a dono’: non sprechiamo con divisioni la bellezza del nostro essere creature, create con amore e nell’amore!

Buona Domenica, cari lettori.

A presto,

Luca Sc.

 

#Vangelo Domenicale: 17° del Tempo Ordinario. Tanta voglia di ascoltare, da dimenticare il pranzo a sacco!

Di Luca Sc.

Roma, 28 luglio 2018

Tanta gente seguiva Gesù: ricordate il brano dal Vangelo di Marco della scorsa Domenica?

Ecco, se sì, bene.

Oggi comincia la lettura, che si protrarrà per cinque Domeniche, dei brani eucaristici di Giovanni.

Nel brano di oggi, questi uomini, che cercavano con foga di stare ad ascoltare Gesù, hanno tanta fretta di vederLo, da dimenticare il pranzo a sacco, la fantastica merenda che ci salvava le giornate in quelle scampagnate parrocchiali assolate.

Due sono le possibilità: nella prima ipotesi, le folle potevan presumere che in poche ore il discorso sul monte di Gesù sarebbe finito, quasi a mo’ di comizio politico (infatti a fine brano si dice che volevano farLo Re); nella seconda eventualità, si può congetturare che fossero presi a tal punto dal Maestro, da scordare il meraviglioso pranzo a sacco.

In pratica, non hanno manco uno di quei pacchetti di cracker sminuzzati, tipici di un qualunque studente oberato e deputato al sacrifizio.

Chi ha qualcosa?

Un ragazzo, semplice e giovane. Te lo saresti aspettato?

Le persone semplici sono essenziali e, per questo, fantasticamente pratiche.

Pratiche fino al punto di saper condividere e di sapersi render utili al momento debito. Cos’è quella povera merenda per tutti? Agli occhi di Gesù è tutto!

Gesù è semplice e ama donarsi semplicemente: dove Egli sta, il pane non manca, sia quello materiale che quello spirituale.

Pensiamo adesso alla celebrazione Eucaristica: entrando in Chiesa, portiamo a Gesù chi noi siamo, le nostre merende condivise, le nostre paure, le nostre fragilità ed Egli, Uomo-Dio, opera il dono di sé e ci insegna a donare.

Cristo, dunque, non è venuto a fare proclami politici ‘mezzi populistici’, ma ci dà i segni per riconoscerLo Re di vita vera. La vita vera di chi si dona.

Egli si dona veramente come pane spezzato…di quella poca roba del giovanotto ne avanzerà tantissima! Gesù si dona con grandissima magnanimità!

Abbracciamoci a Lui e non ci mancherà nulla!

Buona Domenica, cari lettori.

A presto.

Luca Sc.

#Riflessioni Cristiane. #SanGiuseppeLavoratore. Un lavoro speciale perché attuato nella semplicità

Di Luca Sc.

Roma, 1 maggio 2018

Oggi è il primo maggio, penso ve ne siate accorti. Incipit poco fantasioso a parte, la festa di San Giuseppe lavoratore, cui si inserisce la festa del lavoro, pone della materia di riflessione.

Che cosa è il lavoro? Perché lavoriamo? Domande di senso a cui bisogna rispondere cristianamente.

“Il lavoro nobilita l’uomo” recita un vecchio proverbio-sentenza: il problema sta nel capire quali estremi abbia questo “plus” nobilitante.

San Giuseppe viene in soccorso per lo scioglimento di tali dilemmi: ha lavorato, in silenzio, facendo semplicemente, e nella semplicità, il carpentiere.

Ogni mattina pensava a fare il suo lavoro per fare stare bene gli altri, per migliorare se stesso, la propria famiglia e, dunque, il mondo.

Il mondo? Sì, non mi sono sbagliato.

La società consumistica, infatti, ha perso il senso del lavoro, facendolo divenire mera produttività e profitto.

Brutta cosa, ma è così. Lavoriamo per avere benefit, per andare 10-15 giorni in vacanza, lontani da stress e paranoie varie. Da cristiani dobbiamo prendere atto che non possa essere così.

Il cristiano vive la logica dell’amore a ciò che si fa, dell’affetto alle cose belle, anche verso il lavoro che rende bello il nostro ambiente umano. Beninteso: non il lavoro per il lavoto, ma il bene e bello del lavoro, per l’espressione migliore dell’umanità.

Buona festa a tutti.

A presto,

Luca Sc.

Rubrica #RiflessioniCristiane: Pigrizia spirituale? Serve un upgrade.

Roma, 13 aprile 2018

Aprile dolce dormire. Come ogni anno arriva la stagione primaverile e il suo tepore, che attrae al far nulla, con forza e vivacità. Ci sentiamo pigri, con la voglia di stare sul divano, quasi fagocitati dal sonno.
Esiste la pigrizia spirituale? Sì. Ne descriverò di seguito.
Usando un termine tecnico, si potrebbe parlare di accidia. Le sue caratteristiche sono abbastanza riconoscibili. 

Molte volte capita che, nonostante vorremmo pregare o fare opere di bene, non ne abbiamo interesse alcuno. Sembra strano, ma è così: alcune volte si diventa inattivi, annoiati, privi dello sprint necessario.

Questo avviene quando l’amore diventa più intenso: è proprio così.
Dal momento che già vi immagino storcere il naso durante la lettura, cercherò di spiegarmi meglio.

L’amore, anche, e soprattutto, quello verso Dio, non è come nelle telenovelas, patinato, pieno di pathos e farfalle nello stomaco.
L’amore è tale solo se diviene abbandono delle proprie priorità, dei propri bisogni egoistici, delle cattive abitudini che possono far male a una relazione. 

Quando ciò sta per accadere, in ogni relazione, arriva il nostro sentirci fiacchi, demotivati, annoiati, stressati. L’accidia vien fuori quando il passo sta cambiando, quando l’amore chiede di più; a maggior ragione per  l’amore di Dio che è il più grande tra gli amori di un’esistenza. 

L’accidia è il segno del nostro non voler fare questo upgrade, questo progresso in campo spirituale.

Oltre il tepore primaverile ci sta il “rischio” di amare veramente. 

Buon Aprile, cari lettori. 

Venerdì Santo: Meditazioni sul Cristo morto.

La tenda del tuo corpo 

è issata sull’albero della croce 

e la nave del mondo 

ora naviga verso un oceano nuovo: 

cavalchi la rotta dell’arcobaleno, 

ponte tra la terra e il cielo, 

e riannodi un abbraccio reciso 

quando il tempo nasceva 

tra la rugiada piovuta sui petali 

del primo fiore. 

O Cristo, 

Parola che abbracci il cosmo, 

punteggi con la breve virgola 

della tua esistenza 

un istante della storia 

e spalanchi all’universo 

l’energia della primavera 

eterna della Risurrezione. 

Non so come tu faccia a stravolgere

il senso del male

e a sedere Re

sul trono dell’amore,

così simile ai tradimenti

con cui ogni uomo 

rinnega la vita, illudendosi

che l’odore di tomba 

sia incenso di reggia.

Tu sei la Via che capovolge,

peso di compassione

sulla bilancia dei miei no, 

carezza protesa alla violenza 

delle ferite,

abbraccio spalancato

che non conosce chiusura.

Hai preso i miei occhi tristi,

perché io li guardassi in te  

e scoprissi la maledizione

di ogni notte di egoismo.

Hai preso la mia bocca, 

perché dicessi in te 

la mia fame disperata d’amore

ed imparassi a mangiare 

quel pane di comunione

che placa le solitudini

dei deserti.

Hai preso il mio cuore,

perché in te fosse trafitto

dalla presenza dell’altro

e facesse entrare la luce di Vita

che il Padre creò 

quando creò il mondo.

Attirami nel tuo mistero

e fammi riposare lì con te:

trascinami nella tua Verità

che è silenzio 

e cambia la mia piccola mente

in onda di battesimo

che asseconda il moto

della tua Risurrezione.
Stefano 

Rubrica #VangeloDelleFestività. Domenica delle Palme 2018: Gesù, amico vero.

Roma, 25 marzo 2018

Nessuno dei discepoli di Gesù avrebbe mai potuto immaginare di vedere il Maestro appeso alla croce.
Quando pensiamo ad un salvatore, lo “costruiamo” forte, invincibile, pieno di livore, giustiziere; niente di più lontano dal Cristo.
Appeso ad una croce, abbandonato, nella fiducia, al Padre, colmo di prossimità pur nel dolore: questi i lineamenti del Gesù della Passione.
Traspare un volto che rifiuta l’ipocrisia: quanti ancora oggi si inginocchiano dinanzi a Lui per farsene beffe!
Non parlo solo di coloro che non credono: siamo noi, a volte, a non inginocchiarci con il cuore… Solo la parvenza di un gesto rituale.
Cristo, vincitore della morte (bisogna sottolinearlo in questa Domenica di Passione), è a conoscenza dei segreti degli uomini e conosce il peso della verità.
Quest’ultima, la verità, chiede dono di sé, benevolenza non pregna di tornaconto, sofferenza.
Quid est veritas? Agostino risponderebbe anagrammando nella lingua dei padri latini: “Chi ti sta dinanzi”, ovvero il Signore Gesù Cristo.
Egli, verità piena, non può tradire se stesso: in caso contrario non sarebbe il Figlio di Dio!
La verità accetta l’insipienza di coloro che vogliono, con dolo, celarla: solo la sofferenza ad essa correlata, nondimeno, può smascherare le foschie doppiogiochiste.
Gesù svela un Dio giusto e creatore di un’umanità buona, veritiera, autentica: solo un’offerta totale può mettere fine ai grovigli di bugie.
Lo si vede, voi lettori potete confermarlo, in ogni relazione umana… Conoscete il proverbio che recita: “il vero amico si vede nel momento del bisogno”? E Cristo non ci ha forse “chiamati amici”?
Oggi celebriamo un grande amico: Gesù.
Buona Settimana Santa.
Luca Sc.

Rubrica #VangeloDomenicale: 5° Domenica del Tempo Ordinario. Dal dolore al dono di sé.

Roma, 3 febbraio 2018.

Il Vangelo di questa quinta Domenica del Tempo Ordinario ci parla di prossimità, amore e guarigione.

I malati accorrono a Gesù, che non può non amarli. A partire dalla suocera di Simone (Pietro), fino a tutti coloro che da Lui, pieni di speranza, accorrono.

La febbre passa e chiama chi è guarito a farsi movimento di guarigione per gli altri, a farsi servizio.

Tutti passiamo momenti bui nella nostra vita, ma abbiamo la fiducia in Lui, nella sua forza, nel suo amore.

La febbre prima o poi passa, dal momento che Cristo è venuto per liberarci, per farci Risorti con Lui. Tutti siamo deboli, ma, come dice l’Apostolo Paolo, siamo forti in Colui che ci ama fino ad abnegare se stesso.

Nessuno è talmente d’acciaio da poter rifiutare questo amore: il nostro Dio ci ha chiamato ad una relazione di amore che guarisce.

“Guarire” non significa soltanto non provare più dolore: significa dargli senso.

Oggi abbiamo la certezza che dalle nostre febbri si guarisce, per potersi così perdere al servizio degli altri.

Una preghiera che chiede di uscire dalla sofferenza, senza l’apertura empatica a quella dell’altro, è falsa. Il nostro Dio salva, passando, Lui per primo, per lo iato del dolore fatto eminentemente di silenzio.

Per questo motivo tutti cercano Gesù!

A presto, cari lettori in cammino.

Luca Sc.