Zeffirelli. Vita dedicata alla bellezza trascendente

Non sarò l’ennesimo che parlerà della morte di Zeffirelli per farne ricordo sterile. Voglio fare di questa vita, quasi centenaria, un ricordo cristiano.

Lo so che molti hanno espresso il loro pensiero, essendo forse più titolati di me nel compierlo. Io farò ciò da piccolo teologo.

Andrò al dunque. Mi ha colpito il giorno della sua morte: lo scorso sabato, ieri, in tarda mattinata.

Non un sabato qualunque, ma quello che racchiude in sé i ‘Primi Vespri’ della Solennità della Santissima Trinità.

Trinità creatrice, Trinità Agapica, Trinità bella nella relazione e nel promanarla nelle realtà create. Trinità che si contraddistingue per il Bene, il Vero, l’Unità, la Bellezza.

Questi ultimi, come direbbero i più genuini medievali, sono definibili come Trascendentali, ovvero come aggettivi propri e inalienabili dell’Essere.

Dio è, la Trinità è e dà origine a tutto ciò che è, il quale non può che essere buono, bello, vero, unico.

L’artista, Zeffirelli lo è stato a tutto tondo, comprende in maniera privilegiata tutto questo, vivendo in sé la capacità di farsi ‘creatore di bellezza’.

Mi ha colpito l’aver sentito che il Maestro, pensando alla sua dipartita, si rammaricasse di dover lasciare tanta bellezza. Provvidenzialmente il suo passaggio è stato da bellezza (terrena) a bellezza originaria e originante. Non è un caso (il caso non esiste).

Zeffirelli amava definirsi credente cattolico: non sto a spulciare la vita privata di un uomo, dato che non mi spetta neppur lontanamente; quel che so è che, nella sua esistenza, egli mai ha mancato a voler profondere bellezza.

Basta guardare la cura nei suoi allestimenti, mai contraddistinti dall’estetismo per l’estetismo, bensì dal bello che porta alla radice buona e vera dell’essere. Per dirla semplice: non si trattava del bello al botulismo e senza rughe, del bello da sovraesposizione luminosa alla ‘Barbara D’Urso’; si trattava, e si tratta, della bellezza che sa elevare gli animi e richiamare al trascendente.

La misteriosa bellezza della Trinità è un po’ traducibile dunque dall’artista, dal creativo.

Il regista fiorentino nel suo operare ha aperto uno spiraglio alla Trinità e, al suo novantaseiesimo anno di età, la Trinità gli ha schiuso le porte della sua medesima bellezza.

Buona Domenica, cari lettori.

Luca Sc.

Pillole d’arte (cristiana): ‘La Rue’ di Balthus

In pillole d’arte, oggi parliamo di un dipinto di Balthus: ‘La Rue’, olio su tela del 1933 conservato al Moma, New York.

In questo dipinto il maestro si concentrò sullo studio del paesaggio urbano: tutto è delineato, dai vestiti ai gesti, alla posizione delle figure, che appaiono bloccate nel movimento come marionette.

Lo spazio è organizzato da uno schema geometrico che il pittore desume dal 400 italiano. Anche le figure ,armoniose nel loro insieme, sono disposte seguendo un ordine matematico.

In questo anfratto vediamo la semplicità della vita così ritratta ed è inevitabile dare importanza ad ogni piccola cosa che accade nel quotidiano. Tutto ha un senso, anche le fatiche che ci vengono richieste dai nostri piccoli incarichi e che ci appaiono così tanto incomprensibili.

Katia Catalano

Di seguito la descrizione video…

#SegniDeiTempi: Le pubblicità vogliono fare famiglia. Riflessioni di un cristiano che guarda un po’ di TV.

Di Luca Sc.

Roma, 6 settembre

Più volte si pensa al fatto che non si facciano più figli, che non ci si voglia o non ci si possa fattivamente sposare. Poi arrivano diritti civili, separazioni lampo etc… E tutta Italia è nel bel mezzo dell’antica gazzarre, in voga fin dai tempi bohemien dell’ottocento, sul tema “famiglia sì – famiglia no”.

I consumatori, in una società capitalista come la nostra, hanno però già deciso: famiglia sì… e la vogliono ben vedere rappresentata, compaginata, sorridente e speranzosa.

E finalmente! Era ora che si cominciasse a vedere papà, mamma e figli alle prese con la spesa quotidiana e, soprattutto, con le merendine e quanto sappia grosso modo di cacao.

È terminato il tempo dell’attore ispanico che parla con la gallina, di super modelle, super magre, che mangiano cose sanissime, ma, ahiloro, da sole!

Qui è tornata la voglia di famiglia, di coppia, di madri e padri che, insieme, si mettono a lavoro per creare bellezza nel mondo.

Mi ha colpito una pubblicità in particolare, in cui la mamma, voce narrante fuori campo, arriva a definire la famiglia come la sua “pazza giostra”. Pazza, quindi imprevedibile, ma pur sempre “giostra”, gioco, divertimento, costruzione di felicità.

La famiglia cristiana, infatti, non pretende di essere nulla più.

Per chi crede, queste sono parole che sembrano ovvie e il mio uditorio, spero, sappia essere clemente con me, per il fatto che io stia esponendo cose cristianamente semplici.

Cristiana”mente”: sì, proprio così!

Serve una “mente” cristiana, per capire fino in fondo la fragile bellezza di una famiglia… Una famiglia che fa colazione con una famosa crema alla nocciola o che ama dei soffici mottini… Ma una famiglia vera: persone normali!

È questa l’acquisizione di questi anni ’10 del 21° secolo: una famiglia che sembra, appunto, cristiana! E chi l’avrebbe mai detto!

Scusate il sarcasmo, ma ci voleva proprio…

Buona colazione con crema alla nocciola e cacao e cornettini morbidi e “zuccherosi”!

A presto.

Luca Sc.

#Riflessioni Cristiane. #SanGiuseppeLavoratore. Un lavoro speciale perché attuato nella semplicità

Di Luca Sc.

Roma, 1 maggio 2018

Oggi è il primo maggio, penso ve ne siate accorti. Incipit poco fantasioso a parte, la festa di San Giuseppe lavoratore, cui si inserisce la festa del lavoro, pone della materia di riflessione.

Che cosa è il lavoro? Perché lavoriamo? Domande di senso a cui bisogna rispondere cristianamente.

“Il lavoro nobilita l’uomo” recita un vecchio proverbio-sentenza: il problema sta nel capire quali estremi abbia questo “plus” nobilitante.

San Giuseppe viene in soccorso per lo scioglimento di tali dilemmi: ha lavorato, in silenzio, facendo semplicemente, e nella semplicità, il carpentiere.

Ogni mattina pensava a fare il suo lavoro per fare stare bene gli altri, per migliorare se stesso, la propria famiglia e, dunque, il mondo.

Il mondo? Sì, non mi sono sbagliato.

La società consumistica, infatti, ha perso il senso del lavoro, facendolo divenire mera produttività e profitto.

Brutta cosa, ma è così. Lavoriamo per avere benefit, per andare 10-15 giorni in vacanza, lontani da stress e paranoie varie. Da cristiani dobbiamo prendere atto che non possa essere così.

Il cristiano vive la logica dell’amore a ciò che si fa, dell’affetto alle cose belle, anche verso il lavoro che rende bello il nostro ambiente umano. Beninteso: non il lavoro per il lavoto, ma il bene e bello del lavoro, per l’espressione migliore dell’umanità.

Buona festa a tutti.

A presto,

Luca Sc.

Rubrica #Riflessioni Cristiane: come fare discernimento?

Roma, 10 aprile 2018

Se la fretta fagocita la tua vita, tu fagocita la fretta.

Ogni giorno sempre la stessa storia: svegliati, corri, metro affollata, brutte notizie, belle notizie viste con sospetto, gestisci gli impegni, incontri, scontri, fatica, fame, pranzare se c’è tempo, cenare se non si è stanchi.

In questo breve nostro tempo per amare e far pratica di bene, ci ritroviamo oberati da ciò che non è tanto male, ma che neppure suona con tanta dolcezza e soavità.

Come sciogliere la matassa? Come capire se stiamo percorrendo la strada giusta? Come apprestarci al  buon cosiddetto “discernimento” della nostra vita, ovvero di ciò che facciamo nella nostra esistenza? A tutti i suddetti quesiti non risponderò esaustivamente, mi spiace.

Posso rispondere, tentando di parlare della mia esperienza, che, come tale, non è replicabile a mo’ di decalcomania nelle esistenze altrui.

Quando io sono stanco, mi fermo e comincio a pensare. Tranquilli: non è una citazione di qualche canzone di Jovanotti, ma soltanto un dato di fatto.

Guardo la mia vita in generale, tentando di comprendere se tutti i miei sforzi siano coerenti con la mia prospettiva di vita e la mia fede. Non è così semplice, anche se, leggendo queste poche righe, potrebbe sembrarlo.

Nessuno vorrebbe infatti vivere più vite, in modo schizofrenico. Tutti vorremmo capirci qualcosa ed è qui che sta il discernimento.

Le domande che, “marzullianamente” (scherzo: la faccenda è seria), pongo a me stesso sono le seguenti: quanto bene farebbe alla mia e altrui vita tale o tal’altra scelta? Cosa riuscirei a creare di bello, buono e concreto da un determinato progetto, piuttosto che da un’altro? Sono domande banali, ma che, da cristiano, hanno il fascino di una vita veramente evangelica.

Il Vangelo è via di santità e tutto quello che, nelle nostre giornate, profuma di Vangelo sa di santo. Assioma abbastanza evidente, direi. Provate però a pensarlo mentre state in metropolitana, di fretta, oberati dalle diuturne responsabilità: vi siete immedesimati? Bene, adesso ripensate quegli sforzi. Sono belli? Creano bene? Si fondano sulla stima di sé e per gli altri? Vi fanno gioire? Danno pace e facilitano il rapporto con Dio?

Alcune domande possibili. Alcuni esempi. La mia personale esperienza.

Io questiono sempre me stesso in questo modo e, seppur con fatica nel rispondermi, tutto ciò mi aiuta ad essere autentico; beninteso: non ho la pretesa dell’infallibilità, ma la speranza di andare nella direzione giusta.

Buona giornata, cari amici.

Luca Sc.

Rubrica #RiflessioniCristiane: Settimana Santa in Sicilia, tra pietà popolare e teologia dei segni

​Caltanissetta, 27 marzo 2018

La Domenica delle Palme ha dato avvio alla Settimana Santa, tempo sacro che culminerà nel Triduo Pasquale, e la liturgia si rinnova di nuovi segni, di simboli che aprono il cuore al Mistero…

La pregnanza delle celebrazioni di questi giorni si riflette sulla cultura e sulle tradizioni in modo determinante: la pietà popolare – definita da Papa Francesco “autentica espressione dell’azione missionaria spontanea del Popolo di Dio” – ha individuato forme particolari per trasmettere la fede nella Resurrezione lungo i secoli, facendo sì che l’ignoranza intellettuale non si trasformasse una ben più grave ignorantia Christi.

La Sicilia è l’esempio compiuto della ricchezza espressiva della Pasqua: processioni, rappresentazioni sacre, confraternite, riti penitenziali, canti di arcaica origine si succedono ininterrottamente per tutta la Settimana Santa, fino all’esplosione di gioia nella Domenica di Resurrezione.

È impossibile, forse poco interessante, individuare tutte le tradizioni che caratterizzano questi giorni; piuttosto, è bene rintracciare delle coordinate comuni, che danno il senso della profondità teologica nascosta dietro i riti della pietà popolare.

In primo luogo, bisogna ricordare l’elevato grado di affluenza del popolo: è proprio nella Settimana Santa che ci si riscopre Popolo di Dio, chiamato a seguire il Maestro crocifisso fino al Calvario, condividendo con Lui le sofferenze salvifiche.

Ed è altrettanto significativa la diffusione delle processioni: come Israele, anche il Popolo di Dio si riconosce itinerante verso il Cielo; perciò, procede composto per le vie del paese, in preghiera e silenzio.

Proprio a rimarcare il coinvolgimento di tutto il Popolo, anche della sfera civile ed economica, in molte città, come Caltanissetta ed Enna, le corporazioni di arti e mestieri (talvolta costituite in confraternite) sfilano con i costumi caratteristici.

In secondo luogo, l’essenza di questi giorni è la contemplazione degli ultimi momenti della vita di Cristo: a Trapani e Caltanissetta è famosa la processione dei “misteri” o “vare”, gruppi statuari corrispondenti alle stazioni della Via Crucis; la splendida fattura e il realismo artistico mettono a nudo la crudezza della Passione, una crudezza che ispira sentimenti di penitenza e di preghiera, nella certezza della misericordia del Signore.

Oltre alle processioni con gruppi statuari, sono organizzate rappresentazioni sacre, durante le quali sono messi in scena gli avvenimenti dall’agonia nel Getsemani fino alla morte in croce.

L’atteggiamento che caratterizza i fedeli è il risultato della stratificazione culturale che ha caratterizzato la nostra terra: la sanguigna passionalità araba prorompe nelle “ladate”, antichi canti, tramandati di generazione in generazione, che esprimono la durezza del sacrificio; le melodie aspre e l’uso di varianti dialettali ormai scomparse accompagnano il momento solenne del Venerdì Santo.

La penitenza si estrinseca in segni esteriori: la velatura delle immagini, l’elemosina, il “viaggio scalzo” (cioè l’accompagnamento del simulacro che rappresenta il Mistero a piedi nudi) esprimono la risposta dell’uomo a un Dio che non imputa le colpe, ma giustifica e salva.

Ma la penitenza non è fine a se stessa: la chiave per interpretare la Passione è la Risurrezione; la Pasqua è il coronamento dell’attesa.

Un’attesa che è simboleggiata dall’incontro tra il Risorto e la Vergine Maria: a Comiso, a Prizzi, ad Aragona, a Lipari e in altre cittadine siciliane, le statue di Cristo e della Madonna sfilano per le strade fino a quando non si incontrano nella festosa esultanza.

La Chiesa che segue il Suo Sposo, il Popolo che, come i discepoli ad Emmaus, arde nel cuore, simboli di un tempo che si apre all’eternità, di una religiosità che non si riduce a superstizione, di un’evangelizzazione che non si serve di parole, ma di sentimenti: tutto ciò è la Settimana Santa in Sicilia, celebrazione di Colui “ca n’ forma d’omu a la cruci ha murutu/ E comu veru Di’ ha risuscitatu” (che come uomo è morto sulla croce e come vero Dio è risuscitato – da una “Ladata” di Caltanissetta)

Andrea Miccichè

Rubrica #RiflessioniCristiane: Siate creativi! Appello a chi vuole vivere una vita di fede autentica.

Roma, 9 Gennaio 2017

La creatività è il motore delle giornate di molti di noi.
Oggi voglio chiedermi fino a che punto essa sia importante per la vita del cristiano.
In parole semplici: cosa significa avere un atteggiamento creativo? Quale l’apporto specifico della fede alla creatività?

Evidentemente questi sono quesiti che non potranno esaurirsi in poche battute. Ci sta tanta vita e tanta esperienza dietro.

Innanzitutto, la creatività è dono, allo stesso modo del creato.
Ciò che ha a che fare col creare è sempre “dono”: non si tratta di mero fabbricare in serie…quel tipo di cose si troveranno tra qualche scaffale di qualche grande magazzino.

Il creare porta con sé la gioia del saper donare l’opera creata.
La creatività, in fin dei conti, è frutto di un cuore fiducioso e speranzoso. Quando si crea, si crede nella possibilità alta di esprimersi e di donarsi.

Nessun creativo sa bene perché tiene in sé questo desiderio grande di “fare per”… eppure ne sente il desiderio irrefrenabile.
Si tratta di anelare al bello che non passa e di donare l’esperienza che di esso si è vissuta.
La bellezza è il motore del creativo: nessuno crea per, al medesimo tempo, distruggere.
Chi distrugge, solitamente, è colui che dispera nel bene e nel futuro.

L’atteggiamento del creativo è vicino all’amore del Dio cristiano, del Dio che ama donando amore e, dunque, donandosi.

Se i vostri figli hanno qualche velleità artistica, non contrariateli: solo così potranno esprimere se stessi e sapere, in futuro, amare veramente.

Dono, bellezza e amore sono i tratti distintivi di Dio creatore e delle sue creature, ovvero noi che adesso scriviamo o leggiamo quest’articolo.

Sembra strano che io, in queste brevi righe, abbini la creatività al Creatore, ma è proprio così.
Il primo Creativo è Dio: tutto viene da un suo dono.
Donare e creatività figurano quali binomi inscindibili.

Nota ai creativi: potrete rendervi conto di come la vostra vita spirituale cambi e migliori ogniqualvolta stiate producendo artisticamente… e per “artistico” mi riferisco anche ad un bel piatto di pasta cucinato con amore!

Buona creatività a tutti.
A presto e grazie.
Luca Sc.