Arte e Natale. L’artista Tamidi’s e la vita in Cristo

Grazie! E auguri!

Voce ed editing Stefano Go.

Zeffirelli. Vita dedicata alla bellezza trascendente

Non sarò l’ennesimo che parlerà della morte di Zeffirelli per farne ricordo sterile. Voglio fare di questa vita, quasi centenaria, un ricordo cristiano.

Lo so che molti hanno espresso il loro pensiero, essendo forse più titolati di me nel compierlo. Io farò ciò da piccolo teologo.

Andrò al dunque. Mi ha colpito il giorno della sua morte: lo scorso sabato, ieri, in tarda mattinata.

Non un sabato qualunque, ma quello che racchiude in sé i ‘Primi Vespri’ della Solennità della Santissima Trinità.

Trinità creatrice, Trinità Agapica, Trinità bella nella relazione e nel promanarla nelle realtà create. Trinità che si contraddistingue per il Bene, il Vero, l’Unità, la Bellezza.

Questi ultimi, come direbbero i più genuini medievali, sono definibili come Trascendentali, ovvero come aggettivi propri e inalienabili dell’Essere.

Dio è, la Trinità è e dà origine a tutto ciò che è, il quale non può che essere buono, bello, vero, unico.

L’artista, Zeffirelli lo è stato a tutto tondo, comprende in maniera privilegiata tutto questo, vivendo in sé la capacità di farsi ‘creatore di bellezza’.

Mi ha colpito l’aver sentito che il Maestro, pensando alla sua dipartita, si rammaricasse di dover lasciare tanta bellezza. Provvidenzialmente il suo passaggio è stato da bellezza (terrena) a bellezza originaria e originante. Non è un caso (il caso non esiste).

Zeffirelli amava definirsi credente cattolico: non sto a spulciare la vita privata di un uomo, dato che non mi spetta neppur lontanamente; quel che so è che, nella sua esistenza, egli mai ha mancato a voler profondere bellezza.

Basta guardare la cura nei suoi allestimenti, mai contraddistinti dall’estetismo per l’estetismo, bensì dal bello che porta alla radice buona e vera dell’essere. Per dirla semplice: non si trattava del bello al botulismo e senza rughe, del bello da sovraesposizione luminosa alla ‘Barbara D’Urso’; si trattava, e si tratta, della bellezza che sa elevare gli animi e richiamare al trascendente.

La misteriosa bellezza della Trinità è un po’ traducibile dunque dall’artista, dal creativo.

Il regista fiorentino nel suo operare ha aperto uno spiraglio alla Trinità e, al suo novantaseiesimo anno di età, la Trinità gli ha schiuso le porte della sua medesima bellezza.

Buona Domenica, cari lettori.

Luca Sc.

Accoglienza: i quadri di un artista commentati dai bambini. 5ª puntata

In questa nuova puntata sui quadri di Oto Covotta ci troviamo di fronte ad una meta e ad un incoraggiamento per raggiungerla.

La meta è “fondere la diversità”, unico modo per generare l’amore, l’incoraggiamento è “non temere la fatica”. Non siamo fatti per stare da soli, in fondo al nostro cuore c’è una porta che ci invita ad uscire dal nostro io, per donarci all’altro: la nostra identità si scopre solo quando si orienta ad un volto che ci guarda, altrimenti il nostro cuore si trasforma in una trappola che ci incarcera.

Quegli occhi, quelle mani tese verso di noi ci aprono la via e ci sostengono con una misteriosa forza di attrazione, ma ora tocca a noi fare il primo passo verso il più santo dei pellegrinaggi: quello che separa la nostra vita da quella del prossimo. “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio” (Sal 83).

La vita però, lo sappiamo, non è facile e noi ci sentiamo fragili davanti al suo mistero come un bambino di fronte al primo impatto con un quadro astratto:
«È molto difficile interpretare i quadri astratti, perché il pittore è come se buttasse giù tutte le sue emozioni e per chi lo guarda è un po’ difficile sapere quello che provava quando dipingeva».

Per questo noi non potremmo mai avere il coraggio di seguire i passi dell’amore se l’amore stesso non ci desse l’energia per camminare. I bambini si trovano di fronte “ad un universo di fatica e ad una paura illimitata”, ma è qui che si inserisce la parola di vita di Dio, che sentiamo risuonare in questi giorni nel Vangelo di Giovanni: «Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!».

Ecco allora che “uno schizzo può diventare amore” e le nostre mani che sanno solo “graffiare l’amore” possono diventare carezze ed indici per mostrare la strada. Quando ci si scopre amati e voluti da sempre, di fronte alla paura che sembra senza confini, si riconosce che “non c’è un confine per l’amore”, che l’amore va oltre: “esistono solo ostacoli per cercare il cuore”, come una corsa allo stadio in cui il più bel trofeo è l’abbraccio che fonde la diversità dopo tanta fatica quotidiana.

Stefano

Amore: non temere la Diversità.

Non temere la fatica

Pillole d’arte: ‘Cane che abbaia alla luna’ di Mirò

Ci ritroviamo per una nuova pillola d’arte su un altro dipinto di Miró: questa volta parleremo del “Cane che abbaia alla luna”.

Questa opera, custodita a Filadelfia nel Philadelphia Museum of Art, Gallatin Collection, presenta sullo sfondo figure e oggetti che paiono ritagliati per un collage.

L’artista fissa un universo fantastico che risponde solo alle sue regole.

Vediamo piccoli tocchi di pennello, quasi piccoli versi poetici, che ci fanno comprendere che la scrittura è diventata un unicum armonico con la poesia.

Già dal titolo dell’opera capiamo che la realtà proposta è surreale e persino il cane abbaia alla luna, raggiungendola idealmente con una scala.

Ecco che anche noi, semplici osservatori, possiamo raggiungere l’infinita oscurità della notte senza avere paura di oltrepassare le barriere fisiche.

Diamo così maggiore intensità ad elementi semplici, ma significativi, che hanno sempre fatto parte del nostro piccolo universo.

Katia Catalano

Di seguito il link della descrizione video.

La ‘Vocazione di San Matteo’ di Caravaggio: spunti spirituali

Per questioni personali, nel giro di pochi giorni e a brevissima distanza, a più riprese, mi sono ritrovato a osservare la ‘Vocazione di San Matteo’ del Caravaggio.

Non mi dilungherò in spiegazioni ricercate, astruse, che tra l’altro potete ritrovare in moltissimi siti dedicati all’arte e allo studio della stessa.

Darò lettura cristiana ad un’opera a tematica prettamente cristiana.

Quel che affiora primariamente al mio interesse di studioso di teologia è il seguente.

Innanzitutto, l’uso della luce. La luce celeberrima del Merisi; la luce epifanica, in questo caso.

Non si tratta di un barlume qualsiasi, ma di una chiave di lettura di tutta un’opera, di tutta un’opera d’arte.

Quando osservi, o, per meglio dire, ammiri la tavola resti folgorato dalla medesima luce, quasi che essa stia già entrando nella stessa cappella ove tu ti ritrovi ad ammirare.

Sì, perché l’opera ‘caravaggiesca’ si trova nella cappella votata a San Matteo, presso la Chiesa di ‘San Luigi dei Francesi’, a Roma.

La luce che taglia il quadro è la stessa che si ricerca: quella addivenente dal Cristo, il quale illumina, presso il medesimo luogo sacro, dal tabernacolo centrale.

La luce che entra, nel capolavoro, si direziona infatti verso il centro del luogo sacro, verso altare e il presbiterio.

La ‘Vocazione di San Matteo’ è, pertanto, un’opera dentro un’altra opera, ‘San Luigi dei francesi’.

Come non si può leggere un testo fuor dal suo contesto, la luce di un dipinto è illuminante o prende luminosità da tutto un suo contorno architettonico o di luogo.

Andando avanti, vorrei soffermarmi su un altro elemento: la chiamata, nelle sue dinamiche.

Salta agli occhi di colui che osserva la duplice indicazione. E del Cristo e dell’Apostolo San Pietro.

Sorge subito la richiesta di maggior comprensione del duplice gesto. Perché dunque? Non basta forse che il Signore stesso chiami?

Badate bene: l’opera in questione è cristiana ed è stata dipinta per ornare una chiesa (non è pertanto la chiesa che la orna); in ragion di ciò la teologia è più importante che l’estetica in sé e per sé, essendo il pensiero a dar ‘forma’ (bella ‘forma’ in questo caso) all’opera.

La chiamata all’annuncio, alla testimonianza, passa per il riconoscimento della Chiesa, della Comunità che ha già fatto esperienza del Risorto e continua a farne.

Non è un caso, il caso non esiste, che il segno dipinto esprima il sentire di una comunità, l’ecclesiale.

Ricordiamo che ogni cosa rimanda sempre ad altro, anche fosse una semplice e grande opera d’arte ‘caravaggiesca’.

Buon martedì,

Luca Sc.

Accoglienza: i quadri di un artista commentati dai bambini. 4* puntata

La quarta puntata del nostro viaggio nel mondo dell’arte ci porta in un tema che mi pare estremamente adatto a questo tempo pasquale: la luce che può sprigionarsi proprio nel buio, non dopo il buio, ma esattamente nel luogo in cui non ci si aspetterebbe di trovarla.

In questi giorni la liturgia ci propone un brano di Giovanni in cui gli apostoli, dopo la Pasqua, sono ritornati a fare il loro lavoro di sempre nel mare che ha segnato l’inizio della loro storia: ancora non hanno metabolizzato la conseguenza della resurrezione e in mancanza d’altro ritornano a fare quello che sanno fare con le conseguenze ben note. È notte e le reti sono vuote. Ma un incontro inaspettato genera una fiducia che si pensava sopita: gettano la rete e la barca è piena di miracolo. Ecco che l’amore fa intuire l’identità dell’uomo sulla spiaggia e Pietro, lento a capire, si getta finalmente in mare per raggiungerlo.
Dice a proposito di questo brano don Luigi Maria Epicoco:

«In tempi di confusione e di crisi l’unica cosa che può salvarci non è certo ripiegarci sui nostri problemi. I discepoli mostrano una marcia in più perché non si mettono ad analizzare le reti vuote, ma fanno un atto di fiducia nella parola di chi dice loro di riprovare».

Questo atto di obbedienza ad una luce che brilla nel buio, tenue cosa eppure unico elemento che ha il potere di dissipare le tenebre, fa sì che rinasca la speranza: e allora è festa di cibo, ma non solo, è incontro con l’Amato che è ritornato dal regno della morte per non lasciarti più.
Devo dire che, tra i diversi dipinti di Tamidi’s, quello intitolato “Nel buio sprazzi di luce” è l’opera che ha suscitato i commenti più poetici, forse perché nel buio della difficoltà è la poesia delle cose buone che ci ricorda di aggrapparci alla luce e ci salva. I bambini scrivono:

«Mi ricorda dei fiori, mi fa pensare a degli alberi e a dei girasoli, ad un’unione fra colori, ma mi ricorda anche un cielo con tanti soli, che sembrano come una famiglia».

In effetti chi non ha mai sperimentato che in un momento di paura, tristezza e delusione il ricevere un fiore, il tepore del sole, il profumo accogliente della famiglia sono mani tese che ti fanno uscire da te stesso e ti ricordano che il bello non è cancellato, ma può ancora essere?

Non possiamo allora parlare dell’accoglienza se non parliamo della tenerezza con cui sappiamo infondere speranza a colui che si trova nel bisogno. In effetti cosa sarebbe ospitare qualcuno se “ospitare” significasse “dargli semplicemente un alloggio”, ma non la nostra amicizia o la stima? Cosa sarebbe “visitare un malato” se fosse un asettico accertarsi del suo stato di salute, senza “com-patire” con lui e fargli sentire il calore di una silenziosa presenza?

Così don Fabio Rosini dice che non esiste nessuna opera di misericordia corporale senza una corrispondente opera di misericordia spirituale e viceversa.

È Pasqua e forse per qualcuno questa festa è passata nell’indifferenza o nel dolore. Forse anche tu che ora leggi pensi di trovarti in un labirinto che non ha uscita e ti arrovelli nel rotolare un macigno che non vuole spostarsi di un centimetro. La luce che stai cercando c’è, forse è già accesa e se ancora non la vedi, cercala e invocala, e se è così piccola che pare una scintilla, sappi che ha il potere di sorreggerti e trasformarsi in sole. Non avere paura di aggrapparti ad essa.

Vorrei terminare riportando le riflessioni di una bambina:
«Questo quadro mi fa pensare alla pioggia. A dei girasoli senza gambo inzuppati dalla pioggia.
Mi fa pensare ad un lago dal fondo blu e con un inizio azzurro, a degli schizzi di giallo in una nottata con il cielo blu.
A me fa pensare ad un bicchiere con tante sfumature, dal blu al verde che intravedo poco, dal giallo all’azzurro e al bianco.
Mi ricorda dei fiori e mi sembra anche un cielo con tanti soli di diverse sfumature, fra il giallo, l’azzurro ed il blu. O forse un cielo graffiato dal color bianco luce della luna, con un pochino di rosa alla fine.
A me sembra la luce verso un mondo migliore, la luce dell’amore.
Mi ricorda la luce del sole, perché in questo quadro vedo della luce, forse la luce dell’amore, ma mi fa pensare anche ad una famiglia di quattro persone: mamma, papà, figlio e figlia avvolti dalla luce della luna e dal blu del cielo: sembra un paesaggio visto da una finestra».

Ecco nel buio sprazzi di luce, che si trasformano in accoglienza quando, come dice papa Francesco, non rimangono una visione alla finestra o al balcone, ma un’ispirazione per scendere in strada e sporcarsi le mani con l’avventura della vita.

Stefano

‘Nel buio sprazzi di luce’

Accoglienza: i quadri di un artista commentati dai bambini. RESTIAMO UMANI. Terza puntata

In questa nuova puntata presentiamo due opere di Tamidi’s strettamente legate, sia dal punto di vista formale, sia per il significato simbolico.

Esse rappresentano una nuova tappa del nostro percorso sull’accoglienza ed esprimono entrambe il tema del dono come espansione delle potenzialità racchiuse nell’anima di ciascuno.

Come abbiamo imparato quest’anno nel nostro corso sull’affettività (riportato in alcuni miei articoli del blog), esistono diversi modi per parlare di amore: “philìa” è l’amicizia, uno scambio reciproco di passioni, idee, talenti, affetti; “èros” è l’amore passionale, quello che parte dal fascino dell’aspetto fisico per raggiungere la bellezza dell’interiorità; infine “agàpe” è l’’amore più alto, quello che si dona, che ricomprende gli altri due e li sublima, superandoli.

I due quadri di oggi sono un’espressione di questo ultimo amore, che rende concreta l’accoglienza in un agire rivolto all’altro.

Amore che si diffonde” ci presenta un grande sole centrale di colore rosso che espande la sua natura su uno sfondo di colore freddo, colmandolo di sé.

I bambini colgono questa ambivalenza di un sole che piove i suoi raggi e il suo calore, scrivendo: «Una pioggia d’amore e un cerchio d’amore provocano una grande diffusione d’amore».

L’amore è un’energia che non può rimanere confinata nella stanza dell’interiorità, ma ha bisogno di uscire per incontrare dei volti cui sorridere, delle mani da stringere, delle bocche da sfamare.

Solo quando l’amore avrà colorato di sé il mondo che lo circonda potrà ritrovare se stesso e adempiere alla sua missione. Ma allora il segreto della felicità sta nel perdersi nell’altro per amore. I bambini lo esprimono con una frase molto semplice: «L’amore fa passare la tristezza».

Se il blu dello sfondo ricorda un sentimento gelido, ecco che solo l’amore lo può riempire col suo calore.

Quindi fare del bene ad un altro non è più soltanto un “dovere morale”, ma diventa un “desiderio di dare”, che è il titolo del secondo quadro, il quale – come dice una bambina – ricorda delle “foglie” che si specchiano o che vivono nell’“acqua”.

I sentimenti che suscitano questi colori mescolati sono per i bimbi un “desiderare la tranquillità”, che non è però mancanza di movimento, anzi si unisce col “dono” e con la “beneficenza”.

Queste pennellate verdi, che come foglie vogliono lasciare i loro colori in uno specchio d’acqua, fanno pensare ai bambini all’“unione di due amicizie”.

Questa riflessione ci riporta a considerare il vero significato del dono, che non è mai donare qualcosa a qualcuno che ne ha bisogno, ma che è un donarsi a qualcuno.

La grammatica dell’accoglienza, insomma, non parla di oggetti scambiati, ma di soggetti che si toccano, si fondono, senza rinunciare alle proprie differenze, anzi trovando il significato delle proprie differenze in questa unione profonda, che genera qualcosa di nuovo: il noi.

Stefano Go.

Amore che si diffonde

Desiderio di dare