Solennità di NSGC Re dell’Universo. Cristo Re di misericordia

Con questa Domenica, ultima del Tempo Ordinario e dedicata alla Solennità di Cristo Re, si chiude l’Anno liturgico detto ‘C’. Dalla prossima Domenica, prima di Avvento, si entrerà nell’ ‘A’.

Cristo Re è una festività che io definirei ‘gancio’, leit motiv di tutta la liturgia, la quale trova in Cristo il suo centro permanente.

Cristo ci svela il volto del Padre, è sacramentalmente presente con la forza del Santo Spirito, è modello per tutte le nostre scelte di vita; Cristo è il senso di tutto ciò che è creato.

Cristo è nostro Re in questi significati suddetti. Cristo è il motivo di tutta la creazione (cfr. il Credo: ‘tutte le cose sono state create per Lui e in vista di Lui’).

Ecco la regalità di Cristo, che, declinata evangelicamente, assume i lineamenti della misericordia, della prossimità, del ‘vivere per’. Si è Re, come Cristo, quando si ha la forza di perdonare, quando si ricomincia con fiducia nel futuro, quando non si ha paura di soffire, talvolta ingiustamente, per il bene.

Quando, come Gesù Cristo, noi ci comportiamo, nel nostro piccolo, in modo ‘regale’, la creazione assume il significato per cui si trova ad essere e tutto, meravigliosamente, diventa ‘buono’, nello stesso significato scritturistico di Genesi (e Dio vide che era cosa buona).

Cristo è Re dell’Universo, della creazione universale, di tutto ciò che è stato creato in Lui e in vista di Lui; solo guardando Cristo e comportandoci come Lui abbiamo, in quanto Cristiani, la felicità.

Che Cristo regni nei nostri cuori, donandoci la grazia della misericordia e dell’essere misericordiosi.

Grazie e a presto,

Luca Sc.

Cos’è educare? Cos’è il ricordo? Un pensiero di Fedor Dostoevskij.

Stefano Go. ci regala un video con uno tra i più bei pensieri di Dostoevskij sul ricordo.

Buona continuazione di giornata.

Da LABREZZALEGGERA.COM

Contro vecchi e nuovi totalitarismi, La Pira profeta e padre costituente

Parlare di Giorgio La Pira nell’attuale contesto politico potrebbe sembrare una contraddizione, un’illusione antistorica.

Nell’era degli slogan, della demagogia, degli “haters”, della postverità, la figura di questo padre costituente, giurista, professore di diritto romano presso l’Università di Firenze, si staglia come un monito anzitutto per noi, che ci professiamo cristiani.

L’occasione è la recente pubblicazione del III volume dell’Edizione nazionale delle opere di La Pira, intitolato “Principi contro i totalitarismi e rifondazione costituzionale” e curato dal Presidente Emerito della Corte Costituzionale, il professor Ugo De Siervo.
Nei “Principi contro i totalitarismi” sono raccolti gli scritti relativi alla complessa gestazione della nostra Carta costituzionale, di cui La Pira non soltanto fu redattore, avendo partecipato alla “Commissione dei 75” e, in particolare, alla definizione dei principi fondamentali, ma anche profeta, essendosi distinto in epoca fascista come un deciso oppositore del regime.

Basti pensare che nel luglio 1938, prima dell’emanazione e delle leggi razziali, Giorgio La Pira, sulle colonne del giornale “Frontespizio”, lanciava strali a suon di citazioni filosofiche e bibliche contro un sistema che negava il personalismo e la solidarietà tra uomini e che tradiva l’autentica vocazione di integrazione e cooperazione, propria di ogni società organizzata.

Già in queste parole riecheggia l’art. 2 della Costituzione, nel quale si stabilisce che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

La coerenza di questo padre costituente, ispirata al detto evangelico “Sia il vostro parlare: «Sì, sì», «No, no»; il di più viene dal Maligno” (Mt 5,37), è stata pagata non solo con la persecuzione del regime, ma anche con la critica da parte di intellettuali cattolici che, tuttavia, avevano scelto la via dell’adesione supina al nazionalismo pseudo-clericale del fascismo: ad esempio, egli è uno dei pochi a svelare, scrivendo nel 1941 sull’“Osservatore Romano”, il profondo inganno delle “belle parole” del dittatore portoghese Salazar, che si riferiva a patria, famiglia, stato, ordine, lavoro, virtù in ottica puramente demagogica, senza affrontare i problemi ad esse sottesi.
Nonostante ciò, La Pira è stato e rimane uomo di pace: nel 1943, durante la crisi che segue la caduta di Mussolini, è conscio che solo l’unione di tutti gli italiani, antifascisti e fascisti, può risollevare le sorti del Paese.

In un articolo pubblicato il 1° agosto di quell’anno su “L’Avvenire d’Italia”, intitolato “Ricupero”, chiede giustizia, non vendetta, ordine giuridico, non violenza: è ancora una volta il Vangelo, con la parabola del grano e della zizzania, a ispirarlo: se si cerca di estirpare “sic et simpliciter” dal tessuto sociale quanti hanno collaborato con la dittatura, si rischia di ferire ancor più profondamente la Nazione.

Non solo, la Patria, intesa cristianamente contro il “nazionalismo materialista e pagano”, in quell’istante supremo che segnerà le sorti per la nostra Repubblica, chiedeva un afflato di fratellanza e carità, perché gli italiani, riconoscendosi non in falsi vincoli di razza, ma di solidarietà, potessero ritornare a essere un popolo unito.
Parole rimaste inascoltate: si pensi all’occupazione nazista, alla Repubblica di Salò e alla guerra civile che si concluse solo nel 1945.

A distanza di più di settant’anni, l’eco di La Pira è ancora vivo, così come le ferite che dilaniano la politica e, se non sfociano nel conflitto fisico, è solo per una congiuntura provvidenziale.
Di certo, il tessuto umano è da ricucire, i principi cristiani di solidarietà e personalismo latitano anche tra chi si professa credente; in nome dell’autoaffermazione sociale si continua a calpestare il diritto dell’altro.

Se non sono riusciti la sua parola e lo scritto, possa l’intercessione di questo venerabile padre costituente (ricordiamo che Papa Francesco ne ha annunciato la prossima beatificazione) proteggere l’Italia e l’Europa dalle forze disgregatrici.

Andrea Miccichè

Sbagliando si impara… ad amare

Nessuna vita è sprecata, nessun errore è una perdita tout court.

Il periodo sovrastante può apparire quale groviglio di (2) frasi fatte: no, non è così!

Spesso io mi sono fossilizzato sui miei errori, sul mancare il bersaglio, il segno, in ciò che io ho mal compiuto.

No, qualsiasi azione non è mai una sconfitta! Farò un ragionamento contrario, al fine di spiegarmi meglio.

Dopo che si è conseguita una vittoria (un successo in genere), quante e quali sono le nostre aspettative future? Sono, per caso, le stesse di quelle a seguito di una perdita?

Molti di voi risponderebbero che, dopo un traguardo raggiunto, l’ansia sale di più, che le aspettative di stare a livello divengono cogenti…Si chiama ‘ansia da prestazione’ ed equivale a ‘paura di sbagliare dopo un successo’. Un circolo vizioso che la nostra mente, come tranello, ci pone dinanzi.

Avete visto che un insuccesso è abbastanza relativo, dunque.

Per il Signore, che ci ama nella nostra fragilità creaturale, i nostri errori sono sempre visti potenzialmente come trampolini, per lanciarci meglio verso il bene.

‘Amartion’, ‘peccato’, in greco, significa etimologicamente ‘mancare il bersaglio’.

Ragazzi, dopo un errore, il bersaglio e la freccia restano lì: siamo noi che ci blocchiamo sull’istante nel quale abbiamo scoccato un tiro deludente. Quello è stato. Adesso tocca riprendere con fatica la freccia e riprovare.

La vita del cristiano è così. Mai arrendersi e confidare in chi crede in noi, Dio.

Sbagliando si impara… ad amare!

Grazie.

Luca Sc.

San Martino e la voglia di rinascita

Storici della Chiesa concordano nel fatto che, presumibilmente, la lettura della vita straordinaria di San Francesco sia stata, in prima battuta, ricalacata sulla vicenda di Martino di Tours, di cui oggi si fa memoria.

Elemento di congiunzione tra le due vite meravigliose, sante, è la vicenda del mantello donato al povero. Entrambi, da uomini grandi e in ricerca del bene più genuino e legato a verità, incrociando nel loro cammino chi è privato del necessario vestimento, donano il proprio mantello, talvolta dividendolo, talvolta per intero.

L’undici di novembre e i giorni contigui son detti ‘estate di San Martino’: perché?

In questo periodo dell’anno, negli ultimi mesi che si accingono all’inverno, tutti abbiamo bisogno di calore, di una coperta (pensate al mantello…), di qualcuno che ci dica, che anche un clima altalenante e meno afoso possa far maturare i frutti della terra.

Ecco la meraviglia e lo stupore di una rinascita. Le giornate si accorciano, ma le dolcezze dell’estate non ci abbandonano, richiamandoci alla vita. Siamo stati creati per queste dolcezze; siamo chiamati ad apprezzare le caldarroste, l’olio nuovo, il crepuscolo rossastro dell’autunno. Non siamo soli, neanche quando, seppur nel clima e nel meteo a noi avverso, ci sentiamo abbandonati.

Martino dona un mantello a chi ha freddo, quando v’è freddo. San Martino suscita l’estate della condivisione nei tempi duri dell’anima e degli anni.

La poesia che accompagna in tutta Italia questi giorni non vuol far altro che implicitamente dire ciò.

Buona festa di San Martino!

A presto,

Luca Sc.

Santità, riconoscenza, preghiera: parole chiave di questi giorni.

In questi giorni, vari impegni di lavoro mi hanno precluso di scrivere qualcosa di inerente alla festività e alla ricorrenza che stiamo vivendo.

Due le tematiche fondamentali: la santità e la riconoscenza. Tematiche legate dal fil rouge della preghiera.

Per essere, divenire, santi, bisogna incontrarsi nella preghiera con Dio; per ricordare, con riconoscenza, i defunti che ci sono cari, bisogna incontrarli nella preghiera.

Pregare, per il cristiano, equivale al respirare, al potersi mantenere in vita; nella santità festeggiata ieri si sottolinea come la vita di semplici uomini e donne può essere stravolta dall’incontro, perpetuato nella preghiera, con il Signore Risorto. Badare all’aggettivo avverbiale: Risorto.

Si diviene dunque santi, quando si vuole vivere da Risorti; ragion per cui, il 2 novembre, si fa memoria ‘riconoscente’ dei cari che non ci sono più: essi Risorgeranno alla fine dei tempi. E intanto, nel nostro comune prefiggerci una vita risorta, siamo legati dalla preghiera. Non a caso, i nostri morti pregano per noi e noi preghiamo per loro.

Forse questo articolo potrà sembrare ingenuo…il Vangelo del Risorto non è per nulla ingenuo.

Potreste obiettare: la vita è difficile, complessa, e la meta ancor più… basterà pregare? Sì, se ci farà cambiare vita, se ci farà risorgere.

Noi siamo in cammino verso il cielo: non dimentichiamolo. Ecco il senso delle feste di questi giorni.

Luca Sc.

P.S. Volevo chiudere, compartendovi un post di instagram di un amico, @danieleradinitedeschi (a questo nome lo troverete sul social): può esservi di spunto.

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… potete trovare anche me su instagram, al nome @lucasalvatorescavone.

Ciao!

Chi si umilia sarà esaltato. Vangelo 27 Ottobre 2019.

Umiltà ed esaltazione: la costante della vita di Gesù e della sua predicazione. Lo stesso Evangelista Luca, ad esempio, usa la parola ‘analepsis’ (innalzato, portato su, rapito), per parlare della salita a Gerusalemme, la medesima che porterà il Rabbi di Galilea alla sua umiliazione più grande e alla sua esaltazione più grande e più, per noi, liberante.

Quando possiamo dunque dirci umili?

Umile è colui che rifiuta l’ultima parola orgogliosa in un dialogo: colui che fa un passo indietro.

Umile è colui che guarda al proprio limite, perdonando l’altrui.

Umile è colui che sa che, in questa vita, il tempo e, dunque, la possibilità di fare il bene sono circoscritti. Umile è colui che conosce, realisticamente, i limiti temporali. Umile è chi, altresì, sa che, nelle mani di Dio, tale limitazione temporale può diventare grazia, può divenire Kairòs.

Non a caso, il pubblicano della parabola, colui che si umilia, riesce a chiedere perdono, avendo contezza del proprio limite e della bontà di Dio.

Limite della creatura e bontà di Dio godono di radicata consapevolezza nella mente, nel pensiero, dell’umile.

Ecco una chiave di lettura al Vangelo di questa Domenica.

Luca Sc.