Di politically correct si muore

Questo articolo è impopolare. Lo sottolineo subito, con fare lesto e spartano.

Non amo tenere questi toni nel mio blog, ma voglio riflettere con voi su quanto penso sia cogente adesso nella società. Attendo anche vostri loquaci commenti.

Ieri, quasi per sbaglio, guardavo la diretta su Canale 5 del GFVip. Il politicamente corretto imperversava rendendo l’aria asfittica.

Un Fausto Leali, che per anni ha cantato una canzone adesso al bando, espulso per due affermazioni sceme, eran stupide per davvero!. Una modella, tra il mezzo addormentato e il cuccioloso, che non può replicare a compagni concorrenti inalberati, perché il padrone di casa toglie lei la parola in un modo degno del Costanzo dei tempi d’oro anni novanta.

Tutto si può dire, solo se è opinione condivisa: non c’è spazio per usare bene le parole e con semantica similmente diversa.

Mi spiego meglio: le parole, come dicono alcuni filosofi dell’analitica, ‘fanno le cose’, ovvero permettono che noi si legga il mondo e le sue dinamiche.

Aggettivi, avverbi, locuzioni sono chiavi per interpretare il mondo. Ecco qui la trappola del mainstream del politically correct: imporre, a prescindere, una univocità alle parole, senza soffermarsi sulle loro numerose sfaccettature. Esistono, nondimeno, numerosi ‘sinonimi e contrari’: non a caso! Questo gli scrittori lo sanno bene…

Dirò anche di più…

Le parole sono importanti ma non assolute nella lettura del mondo: oggettivizzano la realtà a partire dal soggetto che le usa e proferisce.

In parole povere, se una persona semplice lancia un insulto poco o per nulla frutto di riflessione, bisogna circostanziare il suo proferire e la sua valenza. Se, per assurdo, mi lanciasse un insulto il mio fantomatico capo, io non oso pensare con quale tronfia sicumera possa reclamare doverosi diritti… Ecco il concetto chiave.

Le parole fanno le cose, ma hanno una vita contingente, ovvero circostanziata nell’attimo. Non tutti gli insulti, ad esempio, possono essere insulti. Di contro, non tutte le buone parole possono figurare quali complimenti.

Dunque, il politically correct non è un blocco monolitico, ma, e qui si va alla sua genesi machiavellica, è una fine strategia a guisa di gioco di scacchi.

Chi non è addetto ai lavori farà sempre e solo retorica di bassa lega. Oggi, infatti, la società muore asfitticamente di retorica. E pochi giocano a scacchi.

Grazie per l’attenzione.

Luca

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