Nuovo concistoro. Josè Tolentino Mendonça: un cardinale poeta di Dio

Accogliamo con gioia l’annuncio di Papa Francesco della nomina di mons. Josè Tolentino Mendonça a cardinale.

Come redazione, abbiamo avuto l’onore di incontrarlo nel 2016, in occasione della sua lectio magistralis a conclusione del Festival Biblico di Vicenza: la sua intervista è stata l’occasione per toccare le vette della cultura, ma soprattutto del suo senso di umanità, che lo pervade rendendolo una persona di una mitezza e di uno spessore spirituale incredibili.

Riproponiamo il testo dell’intervista, riflettendo, alla luce del suo profilo biobibliografico e, come la scelta del Papa sia caduta su un uomo che ha incentrato la propria ricerca teologica sulla misericordia.
La Chiesa, chiamata ad essere Vangelo, narrazione di misericordia, sarà ancor di più arricchita dei contributi di questo esperto narratore e poeta di Dio.

Come è narrata la misericordia nel Vangelo e come la Chiesa può raccontarla all’uomo di oggi?

La misericordia si può descrivere come l’arte dell’incontro, un incontro del tutto inaspettato, che si direbbe impossibile a verificarsi, eppure, nella sorprendente pienezza del suo amore, Gesù rende possibile quello che gli uomini dichiarano irrealizzabile.
Questi incontri sono la definizione più forte della misericordia per san Luca. Non è un concetto, un’astrazione teorica.
Misericordia vuol dire accostarsi all’altro, mangiare insieme, lasciarsi toccare, accompagnare, manifestare nei gesti qualcosa che supera l’uomo e, contemporaneamente, lo accoglie.

Quando si parla di misericordia si deve presupporre un allontanamento: l’uomo di oggi, anche credente, non accetta più l’idea del peccato originale. In che modo la catechesi può annunciare con maggiore forza tale verità di fede?

All’inizio della Lettera ai Romani, San Paolo racconta la storia umana, dei credenti e dei non credenti, con la stessa conclusione: tutti siamo debitori, tutti siamo sotto l’ombra dell’inquietudine e del peccato. Ciò rimane una realtà.
Guardando alla nostra cultura, ai suoi nessi assiali più profondi, diremo che l’incapacità di provare la felicità, l’inquietudine permanente, il cuore segnato una domanda rimasta senza risposta, rimangono come la grande verità dell’uomo contemporaneo
Non sono pienamente d’accordo con la non accettazione dell’idea del peccato d’origine, perché il bisogno di misericordia, forse, non si traduce più in chiave religiosa, ma in una prospettiva antropologica.
Alla fine, si giunge al medesimo risultato: in chiave antropologica, vediamo l’incompletezza dell’uomo, la sfiducia in se stesso e nella storia; è un individuo bisognoso di quella luce che solo Dio può donare.

A conclusione del Festival Biblico (XII edizione, ndr), quale rapporto sussiste tra giustizia, misericordia e pace?

Oggi si parla molto di giustizia “riparativa”, non soltanto di una giustizia retributiva. Si deve tendere a ricostruire la vita, anche di colui che è condannato, dell’aggressore.
Riparare la vita del colpevole è la grande questione dei concetti di giustizia, pace e misericordia/perdono.
Qual è l’obiettivo ultimo? La giustizia non si conclude in tribunale, nella prigione, si deve andare oltre, al cuore della persona.
Senza la misericordia, non si raggiunge l’uomo, giustamente condannato; il bisogno di ricominciare in lui può essere sostenuto solo tramite il perdono.
Bisogna abbandonare l’idea di una misericordia che sostituisce la giustizia e viceversa: anzi, è il perdono a rendere veramente “giusta” la giustizia; aiutando il prossimo a rinascere nella pace e nella speranza.

Andrea Miccichè

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