Il nodo di Salomone. L’esperienza appena conclusa de ‘Sui Passi di Paolo’

È finita la marcia “Sui passi di Paolo”, che quest’anno ci ha portato ad incontrare a Termoli san Timoteo, figlio nella fede dell’Apostolo delle genti, e stamattina mi trovo a parlare con suor Annamaria del nodo di Salomone, che abbiamo visto nella cripta della cattedrale di Termoli.

È un segno antichissimo, che rimanda alla capacità del saggio re biblico di sciogliere gli enigmi più difficili, grazie alla sapienza concessa da Dio. Ma è anche simbolo dell’intreccio tra il mondo della terra e il mondo del cielo. Esso trova infine la sua realizzazione più piena nel Cristo, intreccio della natura divina e di quella umana, il Figlio a cui il Padre ha concesso il dono di sciogliere gli uomini dalla morte e di legarli alla vita eterna.

Nella cattedrale, che ha rappresentato la meta del nostro pellegrinare, aveva però anche un altro significato: voleva indicare un tesoro custodito lì da secoli e poi dimenticato, la cassetta di legno che dal 1239 conteneva il corpo del discepolo di Paolo, riscoperta dopo la Seconda Guerra Mondiale per un singolare disegno della provvidenza.

Nel viaggio di ritorno mi sono passati davanti agli occhi tanti volti, tanti sorrisi e fatiche di questa settimana, trascorsa assieme ai ragazzi e agli animatori. Mi ero riproposto di pubblicare una poesia che una ragazza mi aveva lasciato o chiedere il permesso a qualcuno dei marcianti di poter riportare parte dei pensieri che abbiamo condiviso, ma capisco che il dono delle confidenze mantiene il suo splendore proprio perché rimangono confidenze, scritte sul cuore e lasciate lì. Al momento giusto riemergeranno come san Timoteo dal nascondiglio delle nostre storie personali, sicuri che un nodo fa da segnale stradale a questo tesoro: il nodo dell’amicizia.

In quel nodo ci sono la generosità di Vittorio e Vincenza che al mattino, quando il sole si stiracchia nel letto del cielo, preparavano il cibo per noi con una gioia immensa e una bravura incredibile, senza volere nemmeno un grazie. L’ostinazione di Sara che voleva salutare ogni persona che incontravamo, pronunciando la parola più umile e più bella del mondo, “amico”. La tenerezza di sorelle di Stella e Mariagrazia e gli scherzi tra fratelli di Anna e Giovanni. I sogni di Domenico e Roberto.

E ritorno tra i passi, il sudore, i canti, le risate, le preghiere, le notti passate sui pavimenti di luoghi immersi nella favola, dove gli animali ti svelano la tenerezza di Dio e i bambini, come i figli di Marzia, ti ricordano che l’Infinito ama giocare sulle bocche e nelle anime dei più piccoli. Il pensiero va alla testardaggine di don Benito, il quale nella sua comunità non si stanca di credere che dietro ogni carcerato c’è una pietra scartata che può diventare parte di un tempio sacro, e agli occhi di Cleofino, grondanti di meraviglia, quando parla del dono ricevuto di plasmare con le mani oggetti d’argilla per parlare ai cuori di pietra degli uomini.

In quel nodo ci sono la passione di Emanuele e Caterina, due fidanzati innamorati di Timoteo e della terra molisana, e l’energia di don Giuseppe, che, dopo aver guidato ore ed ore per predisporre tutto, dice con semplicità: «Io amo servire».
I capi del nodo dell’amicizia, se tirati da un lato, sciolgono i problemi, con quella delicatezza da sorella con cui suor Roberta raccoglie le mie confidenze sulla cima di un molo, di fronte alla bellezza infinita del mare. Se tirati dalla parte opposta, legano in un legame fraterno, che va oltre i legami familiari, perché come assicura suor Veronica: «Certo che siamo fratelli, è così».

Allora anche le vesciche, le incomprensioni, le delusioni, le paure che abbiamo vissuto rendono l’affresco del nostro cammino più bello, perché le ombre si rivelano redente dalla luce e la minaccia di uno sconosciuto che si ferma col suo camion in mezzo alla strada si trasforma in grazia: «Non abbiate paura! Volevo regalarvi delle pesche».
Il nodo dell’amicizia ricompone le due parti dell’antico simbolo cristiano del pesce, dove ad una linea convessa, che manifesta il bisogno d’amore del prossimo, risponde una linea concava, come le mani che raccolgono un bicchiere d’acqua fresca, poca cosa per un uomo, carezza infinita, per chi marcia sulle strade infuocate d’estate.

Torniamo a casa con l’invito a ravvivare un altro fuoco, diverso dalla vampa del sole di luglio: quel dono d’amore che Dio ha messo nel cuore di ognuno e che brilla con una particolare sfumatura colorata, differente per ogni persona. Il mondo è un grande arazzo e non sarebbe perfetto se tu non fossi nato, per cucire con la tua unicità quel pezzo di storia che ti è stato affidato.

Stefano

– Nodo di Salomone nella Cattedrale di Termoli –

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