Giovani e Chiesa Italiana: ascoltati o inascoltati?

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Un anno fa ci si muoveva a più livelli per il Sinodo dei Giovani: incontri, raduni, eventi a Roma con mobilitazioni straordinarie, etc. Cosa rimane di tutto ciò?

Ovviamente la Christus Vivit, documento cardine, dal respiro generale e internazionale, del Pontefice.

A livello di contenuti ci siamo, ci si muove; a livello di prassi le cose non sono a stesso rodaggio.

Mi spiego meglio. Si cerca di comprendere le ragioni di un allontanamento dei fedeli ‘under 28‘, intaccando poco il sistema di ‘approccio al dialogo’.

La comunicazione ‘paternalistica’ va, infatti, poco. I ragazzi degli anni ’10 del XXI secolo, checché se ne dica e almeno in Italia, leggono di più, vivono con un background ben definito, danno un senso al mondo e al loro habitat. Non aspettano che qualcuno, pertanto, dal di sopra, ami indicargli la via.

In questi anni di globalizzazione feroce, anche dell’indifferenza (Papa Francesco docet), i giovani hanno un ‘mondo’ da dare: un mondo che è ed ha ‘volto umano’.

Chi scrive, rappresentando ancora, per poco (!), la compagine giovanile, sa che la visione di un Millennial è positiva, da molti punti di vista.

Il paternalismo accomodante di qualche frangia di Chiesa – mi riferisco alla mia, alla Italiana – non fa che allontanare.

In molte occasioni, anche nella Christus Vivit, si parla di accompagnamento e ascolto. Ciò va tradotto, in soldoni, in ‘camminare ASSIEME e immedesimarsi nel PUNTO DI VISTA (ovviamente qualora grosso modo ragionevole) dell’altro’.

Chi pensa di dare consigli non richiesti a un giovane del 2000 (che ha molti tratti similari al giovane di fine anni ’70, di cui è figlio) ha già sbagliato in partenza.

Il giovane non ha bisogno di aiuto: il giovane ha bisogno di sentirsi parte dell’aiuto da dare e da darsi. Colui che non ha abilità in questo, cambi i suoi interessi nell’evangelizzazione.

Tratto comune negli ‘under 28‘ è infatti la richiesta non di consigli ma di opinioni (meglio se mature). Il Millennial ha una mentalità il più delle volte abituata alle inter-connessioni (ha imparato dai social che vive quotidianamente) e sa fare, da sé, una scrematura.

In pratica, se si vogliono evangelizzare i giovani non bisogna solo parlare con/dei giovani, ma si deve dare la preminenza alla voce di quest’ultimi. Beninteso: voce non univoca, ma da armonizzare in un concerto con quelle dei padri e dei nonni.

Buona piovosa fine di maggio, cari lettori.

Luca Sc.

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