Il caso. Le bestemmie degli adolescenti nei luoghi pubblici.

cattive parole

Chi vive in una grande città e deve, necessariamente, prendere un mezzo pubblico, è abituato ad osservare varia umanità: persone di diversa estrazione sociale, differente cultura, diversa delicatezza e modi.

Un adulto, di norma, in metro o in bus non lancia bestemmie di fronte a sconosciuti e ignari compagni di viaggio; un ragazzo, un adolescente, con minori freni inibitori e nella pretesa di ‘onnipotenza’ tipica di quella età, non ci pensa due volte a proferirle, persino a voce alta.

Ho atteso molto prima di scrivere questo articolo, dal momento che ho voluto capire la portata statistica di quanto sto per riferire.

Vi garantisco: in metro o in bus, ogni giorno, ne sento una e, come potete ben intuire, sono stufo.

Obiezione che potreste farmi: non tutti sono credenti e hanno la medesima sensibilità. Ovvio: per questo esiste il buon costume della società. In buona sostanza è quest’ultimo a perdersi.

Le parole sono importanti: alcuni filosofi addirittura sogliono affermare che esse creino, diano forma, alle cose che ci circondano. Ed è vero. Una parola, ben posta e ben corredata in un discorso, offre chiavi di lettura per leggere la realtà, per comprendere e per comprenderci.

Una bestemmia è mortifera, per un credente come per un non credente. Spiego meglio.

Parlare male in riferimento a figure religiose lede infatti la sensibilità di chi crede, per evidenti ragioni d’amore e dedizione di chi vive in determinati orizzonti di senso; lede inoltre alla cultura e al buon gusto di chi deve ascoltare e non crede.

Sensibilità, buon gusto, cultura.

L’errore della mia generazione e di quelle che l’hanno preceduta è di ordine educativo.

Ci si è lasciati andare, al fine di un laicismo che si prefigge maldestramente di essere tollerante. Una tolleranza a senso unico, dal momento che sembrerebbe un vanto darsi al turpiloquio in riferimento a sensibilità religiose altrui.

Chi crede e chi non crede vive in quella stessa Italia, che ha visto sia i Guelfi che i Ghibellini, sia Cavour che Gioberti, sia Barbara D’Urso che giornalisti del calibro di Monica Mondo. Alla base la dignità di ciascuno e la ponderazione delle parole: esse ci mantengono in vita, come società.

Del resto, basta dare uno sguardo alla scaramucce politiche di una bassezza che fa spavento. Qualcuno potrà qui obiettarmi: le parole cattive sono sempre state utilizzate, sia ai tempi del Boccaccio che in quelli del Mazzini.

Avete ragione carissimi lettori avveduti. Nondimeno mi limito a fare un appunto: non sembrava essere medaglia al valore il loro uso.

Oggi l’educazione è demandata ai social, le parole agli aforismi che paiono tutti derivare dal povero e ignaro Oscar Wilde, i fatti a pochi secondi di fake news.

E in metro continuo a sentire il turpiloquio.

Stiamo vivendo la Quaresima della nostra società.

Mi riferisco a sensibilità cristiane: cosa si sta facendo oggi, per sensibilizzare, senza inutili bigottismi, l’opinione pubblica? Se è sempre più impellente trovare soluzioni ecologiche, altrettanto impellente è creare una mentalità che si dia ad un ‘linguaggio ecologico’. Per questo serve scuotere le acque e creare cultura, seppur sembri che non abbiamo contezza di poterla tramandare. Falso: ricominciamo ad essere fermento della società, anche in metro.

Buona giornata,

Luca Sc.

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