Dal sarcofago alla resurrezione: camminiamo insieme nel tempo di Quaresima

Di Stefano Go.

«Giuseppe morì all’età di centodieci anni; lo imbalsamarono e fu posto in un sarcofago in Egitto» (Gn 50,26).

Termina così dopo cinquanta capitoli il primo libro della Bibbia, la Genesi: si apre con un tripudio di vita e termina con la morte del grande Giuseppe, che si spegne dopo aver adempiuto la sua missione di custode e pastore dei suoi fratelli e di fonte di vita per Israele e per l’intero Egitto.

Una fine gloriosa, è vero, ma chi legge non può non soffermarsi al buio di fronte ad una mummia, che nella tradizione egiziana era il modo per preservare il cadavere dalla decomposizione e per permettergli, attraverso rituali magici, l’ingresso nell’Al di là.

Molti secoli dopo «Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare ad ungerlo» (Mc 16,1), quel corpo martoriato e sepolto in fretta, il corpo di un Nazareno morto crocifisso come bestemmiatore, ma tanto amato. Era l’estremo tentativo di tenere in vita l’amore che c’era stato, fissandolo con oli e profumi come la fotografia di un tempo che non sarebbe mai più tornato.

All’inizio di questa Quaresima proviamo anche noi a metterci di fronte ai sepolcri che ci portiamo dentro, a quelle situazioni di morte che abbiamo dovuto accogliere, non sapendo fare altro che avvolgerle con le bende del rimpianto e che restano nella nostra memoria come tentativi di vita fallita.

Proprio queste ferite, aneliti infranti di felicità, portano scritto un desiderio più grande del dolore che manifestano, una promessa che ci viene donata dall’alto insieme ad una scintilla di speranza e che possiamo esprimere con le parole che Giuseppe disse ai figli d’Israele poco prima di morire: «Dio verrà certo a visitarvi e allora voi porterete via di qui le mie ossa» (Gn 50,25).

È la promessa che Gesù aveva fatto ai suoi, senza che nessuno lo avesse capito o preso sul serio, è quella promessa che risponde alla domanda dei nostri desideri, superandoli infinitamente e cambiando il senso alla nostra domanda. Gesù infatti non soltanto conduce fuori dal sepolcro le ossa, ma dona loro la vita definitiva che non sarà mai più tolta.

La morte allora viene privata della sua paura, la definitività del nulla e del non senso, e si apre ad essere il naturale passaggio per lasciarci alle spalle l’uomo vecchio ed aprirci alla sorpresa del nuovo Adamo. Dio ha deciso per sempre di farci partecipi della sua vita fin da ora: dobbiamo solo avere il coraggio di abbandonare l’Egitto e di fare il primo passo verso di lui. Ci aspettano quaranta giorni di deserto, che non sono una maledizione, ma il sentiero che Dio ci dona per sbarazzarci della paura e far spazio alla fiducia. Troviamo scritto nell’Esodo:

«Quando il faraone lasciò partire il popolo, Dio non lo condusse per la strada del territorio dei Filistei, benché fosse più corta, perché Dio pensava: “Che il popolo non si penta alla vista della guerra e voglia tornare in Egitto!”. Dio fece deviare il popolo per la strada del deserto verso il Mar Rosso» (Es 13,17-18).

È il momento opportuno per capovolgerci nel grembo della vita e rinascere di nuovo, accettando la grazia che il Signore ci concede. Dio ci chiede di ritornare bambini: le nostre lacrime non sono segno di tristezza, ma dell’impatto dei nostri polmoni con l’aria pura dello Spirito Santo. Lasciamo che la fiducia ci avvolga e che le mani del Signore ci abbraccino, ricordandoci la risurrezione a figli di Dio.

Stefano

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