Lo stile di Gesù Maestro

Di Stefano Go.

Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. (Lc 5, 1-3)

Mi sto convincendo in questo periodo che l’insegnamento è una questione di giuste distanze e che, se un educatore vuole fare bene il suo mestiere, deve imparare dallo stile di maestro di Gesù. Per questo ultimamente trovo molto interessante fermarmi a meditare su questo brano del Vangelo, che abbiamo ascoltato nella liturgia due domeniche fa, e che continua con la pesca miracolosa.

Le generazioni più giovani con cui abbiamo a che fare sono caratterizzate rispetto alla mia generazione da due aspetti, dipinti entrambi con chiaro-scuri. Il primo aspetto riguarda l’immediatezza con cui apprendono le nuove tecnologie e il ventaglio di esperienze cui la cultura del benessere permette loro di accedere: nella scuola primaria dove lavoro, per esempio, stiamo vivendo la bellissima esperienza di un corso di scacchi e di un corso di musica lirica.

D’altro canto i livelli di attenzione e la capacità di elaborazione critica sono nella media più bassi rispetto a qualche anno fa, perché la routine quotidiana, prevede uno zapping di esperienze che non permettono un approfondimento e un radicamento: bisogna correre e si impara l’arte del mordi e fuggi.

Il secondo aspetto riguarda l’affettività: dopo secoli di educazione improntata alla severità, ora lo stile è molto più familiare ed è normale, tanto più alla primaria, che i bambini diano o richiedano un abbraccio, cosa che ai miei tempi era una rarità, anche se l’affetto degli insegnanti era presente e percorreva altre vie.

L’aspetto negativo è che questo bisogno di contatto fisico rivela una fame di realtà e di manualità che si sono perse, perché più rari diventano i giochi all’aria aperta nei cortili, sotto la supervisione del vicinato, la costruzione di giochi con quello che si aveva a disposizione, l’utilizzo di una fantasia non assopita dalla tv o dai tablet. Questa sete di abbracci rivela anche la fatica dei più piccoli nel ricevere il carburante affettivo in famiglia, dato il lavoro dei genitori, spesso occupati entrambi tutto il giorno a mantenere il prezioso impiego.

L’insegnate e l’educatore devono entrare nel linguaggio anche corporeo delle nuove generazioni per una questione di contatto comunicativo, ma guai se se ne lasciassero assorbire, perché non permetterebbero agli altri di crescere: è una questione di giuste distanze. Enrico Castelli Gattinara nel suo libro “Dieci lezioni sulle emozioni” scrive:

Per ascoltare bene non bisogna essere né troppo vicini, né troppo lontani. Quando si è vicini, si è coinvolti e trascinati dalle emozioni, si diventa partecipi e parte di chi parla, non si riesce a distinguere bene ciò che viene detto e ciò che viene richiesto. E quando si è troppo coinvolti, non si governano più le distanze, come quegli adulti che vogliono essere i migliori amici dei ragazzi di cui si occupano (o dei propri figli), si confondono in loro e inevitabilmente li soffocano, perché essendo adulti hanno un’esperienza e un potere assai maggiori (anche se non ne sono consapevoli). […]
Quando si è troppo lontani non ci si “sente”, e quindi l’ascolto diventa impossibile. Ognuno resta nel suo mondo e nella sua chiusura, con le proprie convinzioni senzaaperture. […]

Ascoltare mantenendo la giusta distanza implica infatti l’empatia, vale a dire il vivere insieme le cose nella differenza reciproca, il partecipare attivamente e vitalmente all’esperienza che ci viene raccontata, descritta o richiesta.

Ciò che vale per l’ascolto vale anche per l’insegnamento e Gesù, nel gesto di salire sulla barca e scostarsi da riva, insegna la giusta distanza. Di fronte ad una folla che si accalca e rischia di ridurre la sua opera a sensazionalismo, il Maestro si scosta un poco per creare le condizioni di una vera relazione, dove nessuno dei due termini viene fagocitato dall’altro e, facendo così, insegna anche il modo giusto per ascoltare. Non viene detto in questo brano il contenuto dei suoi insegnamenti, ci sarà tempo dopo, nel “discorso della pianura”: qui Gesù insegna uno stile e vuole portare già i suoi interlocutori a capire una cosa. Il suo messaggio coincide con la sua persona. Ad una folla venuta ad ascoltare la Parola di Dio, Gesù seduto parlerà di una verità che coincide con se stesso, una verità così potente e liberante, che dopo la pesca miracolosa slegherà i primi quattro discepoli dalla loro famiglia e dal loro lavoro per condurli oltre.

Quali sono i consigli che questo Vangelo può suggerire a chi insegna?

1) Gesù non insegna da una cattedra, ma su di una barca vuota, nel luogo del lavoro quotidiano fatto di fatica e a volte di delusioni. L’insegnante non può collocarsi su un piedistallo, facendo cadere dall’alto il suo sapere, ma deve parlare alla vita in mezzo alla vita, a volte sull’orlo delle ferite, delle attese, delle categorie che possiedono gli alunni.

2) Gesù si scosta un poco da terra e così l’insegnate, pur immerso nel mondo dei suoi interlocutori, sa distaccarsene per far loro scoprire cose nuove. Se l’insegnante diventa insegnante, allora avrà un rapporto amichevole con i suoi studenti, ma non sarà un loro amico alla pari, trascinato dal desiderio di compiacerli e basta, dimenticandosi che la scuola è il luogo dove si impara anche il sacrificio e le regole. Se l’insegnante diventa insegnante, allora instaurerà un rapporto di fiducia, in cui il bambino vedrà un adulto di cui si può fidare, senza che l’educatore diventi il surrogato di un papà o di una mamma.

3) Il contenuto del Vangelo è una persona, ma solo Gesù che è Via, Verità, Vita può richiedere da chi ascolta l’assenso alla sua persona, giacché lui è il Dio che libera. Uno solo è il Maestro (Mt 23,8), gli altri insegnanti devono fare come Giovanni il Battista, che indica la strada da percorrere e sparisce, perché “Lui deve crescere, io invece diminuire (Gv 3, 30). Lo scopo dell’insegnamento non è l’insegnante, ma l’alunno e il suo esodo verso la vita.
La base dell’insegnamento rimane quindi l’amore, l’unica energia che lega senza soffocare, costruisce ponti di empatia senza invadere, forma rispettando le venature del discente come un artigiano con la sua tavola di legno, si incarna nell’umanità e nella cultura che ha davanti per condurre all’esperienza divina del senso della vita. La base dell’insegnamento è sempre l’incontro di due persone, che crescono ognuno secondo il suo ruolo e la sua età, perché anche un insegnante deve imparare dai suoi studenti come insegnare loro.

Stefano

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...