Il sigillo sul cuore. La sete di relazione di ogni uomo.

Di Stefano Go.

In questi giorni sto chiedendo ai miei bimbi della primaria che cos’è per loro la felicità e per tutti immancabilmente risulta essere che si è felici solo quando si sta o si fa qualcosa con qualcuno: la solitudine non è mai felicità. Anche se lo stare insieme comporta spesso il litigio, nessuno vorrebbe venire a scuola per stare da solo. Insomma per i bimbi è chiaro che noi siamo fatti per abitare con gli altri, l’altro è il mio paradiso, con buona pace di Sartre, certo un paradiso non a buon mercato, a volte difficile, ma l’altro è la fonte della mia gioia.

Mi ha colpito in questi giorni un passo famosissimo del Cantico dei cantici che riporto:

«Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come il regno dei morti è la passione;
le sue vampe sono vampe di fuoco,
una fiamma divina!
Le grandi acqua non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che disprezzo». (Ct 8, 6-7)

L’innamorata chiede al suo amato di metterla sul suo cuore, la sede più profonda dell’intelligenza, degli affetti e delle decisioni, e sul suo braccio, la fonte dell’agire, come un sigillo.

Ora il sigillo serviva per autenticare un documento trasferendo il proprio nome ed era dunque segno distintivo dell’identità della persona che lo portava. Ricordiamo che nelle mentalità antiche la scrittura aveva qualcosa di eterno e quasi magico e che nella cultura ebraica il nome è presenza dell’essere cui appartiene.

Ora, se ci concentriamo sul primo versetto, l’innamorata per essere felice chiede di appartenere ad un altro, anzi chiede che il suo essere venga depositato nella parte più profonda dell’essere di colui che ama. Sembra paradossale, ma la nostra felicità più piena si ha quando il nostro essere riposa pacificato nell’essere di un altro. Io sono io quando vivo oltre me stesso nella vita di chi mi ama, ed allora mi sento un re o una regina, come Salomone e la Sulammita, i due protagonisti del Cantico, i cui nomi sono legati alla radice “shalom” che è la pace, con tutti i doni che questa comporta.

Viceversa possiamo dire che la mia identità è un nome vivente incompleto, che trova il suo senso nell’accogliere le parole vive del nome di chi ami, trasferendo a sua volta il suo senso nel nome dell’altro.
Come hanno capito benissimo i bambini, noi siamo esseri dialogici, siamo relazioni viventi, frecce di senso che cercano un altro, perché Chi ci ha voluti è una relazione vivente che ci ha fatti a propria immagine.

Felicità allora è stare insieme senza mai annullarsi nell’altro, ma mantenendo aperto questo scambio di comunione di un volto di fronte ad un volto, di uno sguardo in uno sguardo, di un cuore dentro un cuore.

Stefano

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