Pregare con i Salmi

Di Stefano Go.

Il Salterio è uno dei libri più citati nel Nuovo Testamento e le sue preghiere sotto forma di poesia sono tra le pagine più “masticate” della Bibbia sia per la tradizione ebraica sia per quella cristiana.

Da secoli infatti la preghiera in ogni sua sfaccettatura è ritmata dai versi dei salmi, che soprattutto nella tradizione monastica scandiscono lo scorrere del giorno e dell’anno.

Il fascino dei salmi è che sono delle preghiere che l’orante, ogni orante, può rivolgere a Dio, ma essendo contenute nella Bibbia, sono anche Parola di Dio. Solo Dio può insegnarci a pregare, e Dio, che è Parola, attraverso il suo Spirito, ci dona la capacità di pregarlo in spirito e verità.

Nei salmi Dio entra in noi, si abbassa fino a condividere il nostro desiderio di lode e di gratitudine, ma com-patisce assieme al nostro cuore la fragilità, le fatiche, i dubbi, le suppliche, le richieste di aiuto e perdono, che ci fanno soffrire e ci fanno uomini. I salmi preludono al Messia e tutti i loro versetti trovano compimento e spiegazione nella sua Vita.

Sant’Agostino nelle “Enarrationes in psalmos 85” dice che il Cristo è «un solo Dio con suo Padre, un solo uomo con gli uomini … Egli prega per noi; prega in noi; è pregato da noi … La nostra preghiera si rivolge quindi a Lui …, noi la recitiamo con Lui ed egli con noi».

Ma qualcuno potrebbe domandarsi: «A che serve pregare, se Dio sa già tutto, e poi non è meglio agire, invece di perdere del tempo a recitare formule inutili?». Innanzitutto pregare è mettersi in relazione con Qualcuno che ci ama e ci vuole felici: quindi la preghiera non “serve” a un bel niente come l’amore, come la felicità. Non fa parte delle cose che hanno a che vedere con l’utile e con l’efficienza, ma con la gratuità, la tenerezza: le uniche cose di cui l’uomo ha davvero necessità, ma che non può comprare, né pretendere, ma attendere con fiducia.

La prima forma di preghiera è mettersi alla presenza di Colui che ci ama molto di più di quanto noi potremmo amare noi stessi, perché Lui è stato capace di morire per noi. Il secondo gradino della preghiera è poi l’ascolto, avere l’umiltà di riconoscere che non abbiamo la verità e la salvezza in tasca e accettare di lasciarci lavare i piedi dalle parole di un amico. Il terzo gradino è inserirsi con le nostre parole nell’eterno Dialogo che Dio intesse al suo interno: per la Trinità comunicare non è semplicemente dirsi delle cose, ma donare il proprio essere ad un’altra Persona.

Allora pregare significa entrare nella danza della comunione che dall’eternità il Padre balla col Figlio nello Spirito d’Amore; abbandonare il nostro io chiuso nell’egoismo individualistico e lasciarci rivestire da altre parole, che, poiché ci vengono da Dio, ci rendono divini.

Pregare non è cercare di persuadere la divinità con paroloni, promesse e sacrifici ad eseguire i nostri desideri, ma lasciare che Dio faccia verità su di noi e ci comunichi il suo disegno, che ci rende più liberi ed autentici: non è un modo per far cambiare Dio, ma per lasciare che Dio ci cambi.
E con la forza della grazia che ci arriva attraverso la parola di Dio, possiamo agire, anzi possiamo trasformare ogni nostra azione in preghiera, cioè in linguaggio di divino amore.

Come uomini nuovi allora, incarneremo nella nostra vita la Parola incarnata, per proseguire senza fine la vita di Gesù. Se saremo valle svuotata da ogni male, potremo far risuonare sui pascoli del nostro cuore l’eco del salmo 62 che dice: «Solo in Dio riposa l’anima mia: da lui la mia salvezza».

Stefano

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