Chi ci precede nel Regno dei Cieli? Dall’Udienza del Papa di ieri alla storia di un ex detenuto.

3 Gennaio 2019

Quante volte noi vediamo lo scandalo di quelle persone che vanno in chiesa e stanno lì tutta la giornata o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente. Questo è uno scandalo! Meglio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo: Papa Francesco, nell’Udienza di ieri, ha tuonato nuovamente contro i cristiani “della domenica”, che vivono una doppia vita, nascosti dalla maschera della veste bianca per apparire belli agli occhi degli altri.

Oggi come ai tempi di Gesù, il fariseismo è la prima piaga della fede.
Non è un caso che il Signore abbia dichiarato che le prostitute e i pubblicani ci precedono nel Regno dei Cieli!

Per un attimo mettiamoci dalla parte degli altri, che hanno sbagliato nella vita e, perciò, consideriamo “sbagliati”, “senza speranza”: forse è più facile per questi risalire dall’abisso che per i falsi cristiani trovare la conversione!

Non è una frase ad effetto e la testimonianza di Giuseppe (nome di fantasia), ex detenuto, che ha trovato nella dura esperienza del carcere una luce per tornare a Dio.
Lasciamo a lui la parola: non troveremo fiabe a lieto fine, ma impegno; non troveremo idee, ma persone e incontri.

“Provengo da una famiglia benestante, ho frequentato la parrocchia, il volontariato, fino a quando, tra cattive amicizie e desiderio di guadagnare soldi facilmente, sono caduto nella malavita, finché sono stato arrestato.

La detenzione è durata poco, ma sono stato segnato profondamente; l’esperienza del carcere non si può dimenticare del tutto. E, in questo la società non aiuta.
Ciò che colpisce di più non è la perdita della libertà, gli spazi ridotti, le poche comunicazioni – a questo mi sono abituato – ma la perdita della stima da parte degli altri; non si dà a chi ha sbagliato una seconda possibilità.

Se si classifica il detenuto come un caso senza speranza, tutti abbiamo fallito; c’è bisogno di una cultura dell’incontro, perché, mettendo in pratica quel “ero in carcere e mi avete visitato”, cresce sia il detenuto, sia chi si mette a disposizione perché non prevalga l’emarginazione.

Ciò che mi ha risollevato e mi ha dato la forza di ricominciare è stato ritornare nella comunità cristiana, grazie al cappellano del carcere e alle associazioni che mi hanno accolto, ridandomi dignità e mostrandomi che non sono il denaro o il potere a qualificare una persona.

Nel carcere ho potuto confrontarmi con altri detenuti, venendo a contatto non solo con le loro profonde sofferenze, ma soprattutto con il senso di umanità, con la voglia di cambiamento, che mi ha spronato a divenire un uomo migliore.
Ora sono padre affidatario di due figli e lotto perché quest’esperienza di dolore non rimanga solo una cicatrice, ma una testimonianza per gli altri”.

Andrea Miccichè

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