#RiflessioniCristiane. D’avenia e la noia che suscita parole che creano.

Roma, 30 ottobre 2018

Continua la mia lettura settimanale della rubrica ‘Letti da rifare’, curata da Alessandro D’Avenia nel Corriere della Sera del lunedì. Ieri lo scrittore d’origine palermitana scriveva di noia, crescita e parole-porta.

La noia faceva paura a molte mamme: se i bambini non sapevano cosa fare, divenivano irrequieti, creando baraonda dentro casa… Ai miei tempi era così: ricordo che ad ogni vacanza estiva io dovevo trovare qualcosa di grandioso da fare, come ad esempio ‘plastici’ (Bruno Vespa ante litteram), restyling giardino, micio-coltura (povero gatto!) e così via; il tutto per la gioia, si fa per dire, dei miei parenti.

Adesso, non straniamoci per questo: è sotto gli occhi di tutti, soprattutto educatori, i ragazzi non vivono più la noia benefica, che permette l’esplorazione e la comprensione della realtà.

In filosofia analitica si è giunti a dire che ‘le parole fanno le cose’: le parole, i verbi sono portatori di senso e hanno il legame intrinseco con le azioni da sperimentare nella vita.

Lo stesso significato dell’ebraico Dabar, usato già dalle prime righe della Genesi, identifica ‘parole e azioni intimamente connesse‘: Dio nella creazione, nello stesso momento in cui ‘dice’, opera.

Ogni bambino, fino all’adolescenza più inoltrata, deve sperimentare questo intimo legame tra parole e azioni: cosa che nessuno smartphone o tablet potrà mai fare. Tante parole in essi, poca esperienza fattuale.

Egli così, attaccato a quei dispositivi belli e brutti allo stesso tempo, non vive più il fascino della scoperta del mondo e delle parole: è tutto preconfezionato, sempre nuovo e mai appagante, proprio perché non lo si sperimenta in prima persona.

Da quelle ore sugli strumenti digitali non resta il gusto di qualcosa che resti impresso nel proprio background esperienziale: restano solo informazioni iper-connesse e iper-veloci. L’ultra fibra della conoscenza che schizza nella nostra mente per volar via poco dopo.

‘Conoscenza’ richiama all’intelligenza, a quell’ ‘intus legere’, leggere dentro, tanto caro all’aristotelismo e ai professori di qualsiasi liceo classico d’Italia.

‘Leggere in profondità’ equivale a rischiare di avere, dunque, un propria esperienza e opinione.

D’Avenia, con il suo breve saggio settimanale, invoglia a riscoprire il senso vero di ciò che ci circonda, destandoci benevolmente a suscitare nelle nuove generazioni il medesimo stupore, lo stesso che genera curiosità e nuove parole, nuove porte per la lettura intima della realtà.

Letti da rifare potete trovarlo anche sul sito del suddetto giornale.

Buona lettura e a presto.

Luca Sc.

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