#VivereVangelo: Gli occhi aperti in alto

Modena, 28 ottobre 2018

Era una delle città più vecchie del mondo, nel luogo più basso del mondo, e come ogni anziano che ha visto tante tragedie, si era sdraiata assieme ai suoi abitanti, lasciando che l’aria salata del Mar Morto venisse ad imbalsamarla.

Erano lontani i tempi in cui Giosuè aveva fatto squillare le trombe e le mura di Gerico erano crollate e il popolo eletto era entrato a prendere possesso di quel luogo, portando una ventata di speranza, con la sua guerra che era in realtà la processione di uomini in preghiera, di lampade rivolte al vero Dio. Ma quella vecchia città si era stancata di aspettare: troppe guerre, tradimenti, cataclismi della storia: meglio lasciar calare la notte ed entrare nel silenzio in punta di piedi.

Anche Bartimeo era sdraiato, come quella città, al limitare della strada e si sentiva foglia autunnale e scarto degli uomini, mano tesa per dar colore ai mercati della città, lui che i colori non li poteva vedere. Era cieco e, non potendo lavorare, viveva della misericordia degli altri, il cuore avvezzo ai calli del rifiuto, ma anche alla tenerezza di chi sa guardare, oltre gli stracci, gli occhi del respiro della vita.

Stando seduto aveva capito la sua fragilità, ma non l’aveva maledetta, perché dal basso poteva intuire meglio la statura di ogni uomo, sbirciare la sua felicità o la sua malizia, intuire la cattiveria o la bontà segreta e perdonare tutti, i santi e i malfattori: i malfattori del bene che si negavano aiutando la città, i santi che non avevano capito che a volte non basta fare i buoni, ma bisogna avere il coraggio di rompere con un grido ogni mediocrità e credere nel miracolo del Bene per tutti, un urlo di tromba come quello di Giosuè, preludio dell’ingresso del Santo.

Quando sei cieco affini altri sensi, che non siano la vista, quando sei cieco impari a ricevere e quindi a dare con più verità, e ogni minuscola cosa appare grande dono, perché hai appreso la lezione del vuoto, severo maestro, precursore della dolcezza.
Bartimeo non aveva ricevuto molto dalla vita: un logoro mantello, che era la sua casa di notte per coprirsi, e un nome avuto da sua padre. Quel nome, che significava “figlio di Timeo”, gli ricordava ogni giorno la sua dipendenza da tutto e da tutti, e gli aveva impresso nel cuore che lui era, prima di ogni cosa, figlio di Dio, il solo che non si era mai allontanato da lui – lo sentiva – il solo che gli dava ogni giorno in dono la speranza di continuare a stendere la sua mano.

Da qualche settimana aveva sentito parlare di un Maestro di Nazareth che faceva miracoli, ma la cosa che lo colpiva di più, il miracolo per lui più grande, era come trattava ogni singola persona: chi aveva incontrato quel profeta, si sentiva come se esistesse solo lui in quel momento, il suo dolore e la carezza divina che riceveva. Non era un numero in mezzo alla folla, ma un volto che valeva per qualcuno. E in questo amore inaspettato ed inesplorato nascevano miracoli di vita, perché in quel momento era come assaporare l’esistenza per la prima volta e sapere in fondo al cuore un’identità nuova, che fino a quel momento aveva dormito, in attesa che un raggio di sole primaverile la risvegliasse.

Ora, grida affastellate come i covoni quando si miete, giungevano dall’interno della città, perché quell’uomo era giunto lì, nella città più bassa della terra a sollevare gli steli morti delle speranze sfiorite, come una brezza calda dopo l’inverno. Un uomo del genere, non poteva essere semplicemente un uomo, né un profeta, né un maestro: Bartimeo lo sapeva, era una convinzione chiara e radicata profondamente nel suo cuore. Lui ormai sapeva che la cecità gli faceva vedere cose che gli altri non vedevano, lui ne era certo, ma di una certezza strana, che non veniva da lui, ma da più in alto. E ora capiva che non avrebbe mai potuto maledire la sua condizione, perché Dio, sì Dio, attraverso quella mancanza, gli aveva dischiuso nuovi occhi.

Ma ora, così vicino alla Vita che gli passava accanto, voleva vedere, voleva vedere anche con gli occhi fisici, voleva vedere, per lasciarsi vedere da quel Volto che poteva solo essere quello del Messia, voleva vedere gli occhi del Figlio di Dio, per sentirsi veramente figlio di Timeo, voleva amare la vita fino in fondo: lavorare, amare, stare con gli altri e aiutare gli altri come altri avevano aiutato lui. Non voleva più essere l’arreso della vita e quella strada a fianco della quale aveva atteso tanti anni, voleva percorrerla anche lui, assieme al suo Messia, che avrebbe indicato strade nuove per imparare nuovamente a vivere.

Iniziò a gridare, a gridare come non aveva mai fatto, a gridare come un bimbo che nasce, e che non sa le parole, sa solo che vuole vivere nell’abbraccio di chi con l’amore lo ha chiamato alla vita. «Figlio di Davide, abbi pietà di me! Figlio di Davide abbi pietà di me!». La gente intorno al Messia lo voleva tacitare, perché va contro il buon senso gridare così, sarebbe sgarbato come se un bimbo gridasse in un luogo di preghiera: e poi lui era un reietto, un impuro. Non aveva diritto alla vita, il Messia non può sporcarsi le mani con materiale di così poco conto.

Ma Bartimeo sapeva che Dio non è sensibile ai contorti interrogativi dei falsi sapienti, ma si commuove nelle viscere come una madre di fronte alle richieste di vita, e che la voce di Dio può risuonare anche nei versi dei bimbi e degli infanti.

Il Messia si arrestò e lo fece chiamare proprio da quel muro di gente che separava il mendicante da lui: bastò una parola e quel muro era crollato, trasformato anzi in due ali che chiamavano ora il figlio di Timeo verso il Figlio di Davide. Il mantello non serviva più a Bartimeo: sapeva che d’ora in poi lo Spirito del Signore lo avrebbe ricoperto e non avrebbe sentito freddo, quindi lo lanciò via. Si alzò in piedi senza pensarci e man mano che si avvicinava al Nazareno il suo cuore si riscaldava, fino a quando fu certo di essere in presenza del suo volto. Se il Signore avesse esaudito la sua richiesta, non avrebbe più avuto scuse per tergiversare e avrebbe dovuto vivere appieno: non poteva più nascondersi dietro al suo mantello o alla sua vecchia identità di scartato. Sarebbe stato un uomo per gli uomini e in questo un uomo di Dio. Il Nazareno infatti gli chiese cosa volesse da lui: una domanda inutile per gli altri, ma per Bartimeo la domanda della sua vita.

«Maestro mio, che io veda di nuovo!», rispose. Una frase semplice, lapidaria gli era uscita, senza giri di parole, così come semplice fu la risposta di quel Maestro che non insegnava cose, ma insegnava ad essere figli di Dio, a riconoscere che l’unica dignità dei figli degli uomini è scoprirsi figli di quell’unico Padre che ti invita a vivere ogni respiro della tua vita con la gioia di Adamo nell’Eden. «Va’, la tua fede ti ha salvato» disse il Messia.

Bartimeo riaprì i suoi occhi e fece in tempo a vedere il sorriso di Dio, che lo accoglieva nella famiglia di chi è vivo. E sopra il suo capo la città di Gerusalemme, il primo luogo alto che si scorge dal luogo più basso della terra. Quel sorriso si voltò e scomparve in un attimo per salire verso il monte Sion. Bartimeo si sentì come frastornato dalla gioia, dai colori, dalla luce e dalle grida e ci mise un attimo per trovare l’equilibrio. Sentiva dentro di sé le parole del suo Maestro e ora aveva conferma che la forza che lo aveva sanato proveniva dall’alto, ma senza la sua fiducia, senza la fiducia del mendicante alzatosi da terra, quella forza non avrebbe guarito nulla, come la luce del sole di fronte ad una finestra chiusa. Quale gentilezza la forza della Vita!

Ma quel volto, quel sorriso, se ne era andato senza aspettare nemmeno un grazie: Bartimeo sapeva cosa fare, lo sapeva più che mai. Quella strada a fianco della quale aveva aspettato una vita, ora era da percorrere. Si mise sulla Via e corse dietro a quel Maestro per vedere quale Verità aveva da insegnare sul monte della Città Santa.

Stefano

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