#SegnideiTempi. L’accoglienza non ha modello: oltre Riace.

Di Luca Sc.

Roma, 22 ottobre 2018

Nel mondo mediatico si ama fare tanto rumore, corredato dall’ovvio clamore e, indi, dall’altrettanto ovvia retorica.

Tutti pronti a fare vignette, sit in, manifestazioni, invettive, haters che sbucano di qua e di là come funghi dopo la pioggia nel cuneese…

Ma siamo veramente convinti che quello che oggi noi sottolineiamo come degno di nota sia realmente da rubricare nelle cronache e nella storiografia?

Sappiamo bene come va il mondo. Tuttavia non si può andare sempre al ritmo del mondo e del suo clamore.

Riace è una bella esperienza, senza dubbio; ha dato avvio e abbrivio ad altre istanze sociali, che già, germinalmente, pullulavano dieci or sono in Italia, soprattutto al sud. Non possiamo, nondimeno, dimenticare che l’accoglienza non è modello di taluno o talaltro; l’accoglienza è umana: è di Lucano, di Vincenzo, di Ciccio, di zio Franco etc.

Non si può dire che sia un modello, anche perché coloro che hanno potuto accogliere lo ha fatto, pure e soprattutto, in virtù degli stanziamenti dello stato di diritto italiano, che ha permesso un buono e doveroso gettito, da utilizzarsi verso rifugiati e richiedenti asilo.

Sul volere bene e sulla promozione dell’altro non si stilano paradigmi! Scusate l’esclamazione, ma vien doveroso il pensiero ad agenzie di volontariato, che già fanno questo da molti più anni che altri.

So che sembra scontato in questa sede, ma alcune delle migliori esperienze di aiuto e promozione e, in seconda e correlata battuta, di integrazione, vanno ascritte ad esempio alle iniziative Caritas, come anche ad istituzioni, che il più delle volte dallo stato percepiscono poco o nulla.

Quando si aiutano gli altri, chiunque essi siano, il modello non esiste: l’unico modello, trasversale ad ogni forma di sostegno e di solidarietà umana, è quello dell’ascolto.

Ascoltare è la prima esigenza, sia per i volontari della città dei Bronzi, sia per coloro che servono alle numerose mense della capitale.

Finiamola con la retorica; finiamola con i clamori inutili, che fanno male a coloro i quali vogliono fare il bene, senza fare rumore.

Abbiamo un futuro da programmare e non lo possiamo tracciare a furia di azioni eclatanti e barricate: non siamo più nel buon vecchio novecento; qualcosa sta cambiando, perché la compagine sociale è mutata in numerose delle sue variabili.

Tutto ciò, ça va sans dire, è eloquente anche per la Chiesa: è un segno dei tempi e, come tale, va analizzato e inculturato di Vangelo (chi mi segue sa che richiamo spesso il concetto di inculturazione).

Grazie, cari lettori.

Luca Sc.

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