#DonneNellaBibbia: Ruth, II parte. La solidarietà femminile

Di Fatima M.

Alghero 21 ottobre 2018

Noemi VUOTA DI VITA

Il tema dell’immigrazione è una realtà attuale. Nel libro di Ruth convergono queste problematiche: dal testo emergono le solite difficoltà, tutte afferenti l’impossibilità di trovare un futuro.
Nella campagna di Moab la famiglia di Elimèlech trova devastazione e morte.
Noemi è privata del suo sostegno, muore l’uomo della sua vita, suo marito e i suoi due figli.
Che cosa accadrà della sua vita? Noemi, che era “la gioia” di suo marito il cui“ Dio è re” (significato del sui nome), è ormai “vuota e amareggiata”, pure delle lacrime, «come terra deserta, arida, senz’acqua» (Sal 63,2).
Ora è accompagnata dalle nuore Orpa, “colei che volta il dorso”, e da Rut, “ l’amica”, verso Betlemme.

Noemi benedice le nuore e vuole tornare in patria

Sulla via del ritorno “nel paese di Giuda” Noemi incoraggia ad essere totalmente abbandonate:

Andate, tornate ciascuna a casa di vostra madre; il Signore usi bontà con voi, come voi avete fatto con quelli che sono morti, e con me! Il Signore conceda a ciascuna di voi di trovare tranquillità in casa di un marito” (Rut 1,8-9).

Noemi è in crisi esistenziale, perché ella non può offrire niente. Il suo grembo è sterile. Può solo augurarle il bene, l’augurio di trovare da parte del Signore quell’accoglienza e bontà, che esse stesse hanno donato a lei e ai suoi morti.
Noemi non ha più nulla da dare, è del tutto «svuotata». Niente più vita, né speranza.
Ma le due nuore insistono, non intendono abbandonarla. E dunque insiste anche lei, con forte tono affettivo:

«Tornate indietro, figlie mie! Perché dovreste venire con me? Ho forse ancora in grembo figli che potrebbero diventare vostri mariti? … No, figlie mie; io sono molto più amareggiata di voi, poiché la mano del Signore è rivolta contro di me» (Rut 1,11-13).
Noemi chiama le nuore «figlie mie» ma senza alcun ricatto affettivo. Non intende affatto legarle ulteriormente a sé, ma piuttosto lasciarle libere di progettare il loro futuro lontano da lei che è molto «amareggiata».

Incombe su di lei una tale sciagura che perfino il volto di Dio le appare diverso: lo chiama Shadday, titolo che evoca il Dio dei patriarchi nel tempo della migrazione (Gen 49,25), il volto del Dio dell’esilio (Ez 1,24 e 10,5), un Dio che l’ha resa amara e vuota, priva della sua dignità di sposa e madre, senza figli e senza futuro. Egli ha rivolto contro di lei la sua mano.

Un lamento acuto e pungente, un lamento che si fa accusa. Le tre donne piangono insieme: «Di nuovo esse scoppiarono a piangere» (Rut 1,14). Alla fine del lamento Orpa bacia la suocera e poi volge il dorso, cioè realizza il suo nome tomando a casa della madre.

Non così Rut, che non vuol saperne di lasciare sola Noemi nella sua amarezza:

«Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò anch’io e lì sarò sepolta» (Rut 1,16-17).

Com’è possibile una tale scelta? Perché questa moabita sceglie il popolo e il Dio di Noemi? Non forse per amore della stessa Noemi? Cosa ha mostrato infatti il Dio di Noemi per essere preferito ai suoi dèi? Decisamente nulla (almeno fino a questo punto della storia).

La stessa Noemi si è dichiarata «amareggiata» a causa del suo Dio. Perché dunque sceglierlo? In effetti, nelle parole di Rut non è in primo piano la scelta religiosa. In primo piano è la solidarietà con la suocera afflitta, la scelta di prendersi cura di Noemi con tutto ciò che questo comporta.

Oltre la logica del dare e avere

L’afflitta Noemi è così provata e amareggiata che sembra incapace di concepire rapporti gratuiti. Poiché lei non ha più niente da «dare» le due nuore possono andarsene.

Quel martellante «tornate indietro, figlie mie!», fa leva sulla lucida consapevolezza di non avere più niente da offrire. Noemi sembra concepire i rapporti all’interno di una logica di dare e avere. Non venite con me a Betlemme, perché io non ho più niente da darvi.

Questa logica riesce a persuadere Orpa, che a quel punto desiste dal suo intento, bacia la suocera e torna indietro. Non persuade però Rut, che vede le cose in altro modo, secondo un’altra logica e prospettiva. Anche se Noemi non ha più niente da darle (né marito né speranza), lei sceglie di andare e di stare con lei, di non abbandonarla, di rimanere, comunque.

Le parole utilizzate per esprimere la scelta di Rut evocano il linguaggio sponsale. Per seguire Noemi, la giovane moabita ha abbandonato suo padre e sua madre (Rut 2,11), come un uomo che prende in sposa una donna (cf. Gen 2,24).
Ha scelto di unire la sua vita a quella di Noemi, l’afflitta.

Non cammina con lei per avere in cambio qualcosa, ma semplicemente perché vuole fare unità con la donna amata, ovunque e comunque.
Non chiede aiuto né pretende di aiutare. Lei non sa cosa accadrà seguendola nel suo paese, ma sa che non vuole abbandonare Noemi, e fa suo tutto ciò che la riguarda. Come Abramo, anche Rut esce dalla sua terra e dalla casa di suo padre.

E il movente non è direttamente una chiamata divina, ma una chiamata alla solidarietà radicale, quell’amore gratuito che, di fatto, apre un nuovo cammino.

 

…To be continued

A Domenica la terza parte del cammino su Rut: non mancate.

Grazie mille, amiche e amici,

Fatima.

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