#SegnideiTempi: Ecco le peripezie di un giornalista a Palermo (durante la visita del Papa)!

Backstage di una giornata: 4 disavventure di un giornalista accreditato

Di Andrea Miccichè

Chi non ha, almeno una volta nella vita, visto una diretta televisiva o web di eventi di particolare rilevanza, magari a reti unite oppure con collegamenti in mondovisione?
Dalle “maratone elettorali” ai conclavi, dai vertici dell’Unione Europea ai discorsi dei Presidenti USA, tutti diventiamo spettatori di ciò che accade nel mondo, come se ci trovassimo lì…

Come se… proprio quest’espressione racchiude il grande mistero dei mezzi di comunicazione e di coloro che gravitano attorno alla professione giornalistica: redattori, fotografi, cameraman, tecnici, organizzatori delle sale stampa, webmaster, correttori di bozze, conduttori, registi.

Un lavoro nascosto, con ritualità ben precise, un iceberg di cui si scorge solo la punta.
Perché, ogni volta che si parla di “diretta” – non importa televisiva o web – l’animo del giornalista inizia a carburare, come un’instancabile turbina.
Se, poi, si ha a che fare con il Santo Padre, la tachicardia è assicurata.
Ecco, dunque, le quattro cose che ben pochi sanno sulle disavventure di un giornalista accreditato allo scorso viaggio apostolico di Papa Francesco a Palermo.

1. La vita dell’uomo è una strada, quella del giornalista è una pista di Formula 1: non importa la testata o l’emittente che ti supporta, l’esperienza o la carriera, se vuoi offrire un servizio decente, devi prepararti a correre, a corrompere benevolmente gli autoctoni e sfruttare i navigatori più sofisticati per rintracciare le scorciatoie e accaparrarsi i posti migliori per seguire meglio; anche se possiedi un biglietto con posto numerato, in un settore riservato (come effettivamente noi cronisti avevamo), lo spirito di sopravvivenza editoriale ti spingerà a scavalcare le transenne e i poveri colleghi malcapitati, fino a ritrovarsi sulle braccia del Papa per strappargli un agognato primo piano.

2. Per tutti i comuni mortali, l’embargo ricorda le sanzioni dell’ONU nei confronti degli Stati che ostacolano la pace mondiale; per il giornalista no.
Per il cronista è la spada di Damocle sul proprio onore professionale, un fondamento deontologico imprescindibile.
In poche parole, l’embargo indica il divieto di divulgare i testi dei discorsi, o le relative bozze, prima che siano effettivamente pronunciati.
Dal momento che i giornalisti ricevono queste informazioni in anteprima, è logico quanto sia delicato mantenere la riservatezza, per tutelare sia l’autorità che pronuncia il discorso, sia il pubblico, sia i colleghi.
Queste idee sembrano scontate, eppure, specialmente in campo ecclesiastico, numerose sono state le fughe di notizie e le sanzioni da parte della Sala Stampa Vaticana abbastanza dure.
Perciò, ricevere le copie dei discorsi, vergati con un gigantesco riquadro “EMBARGO”, ascoltare (più e più volte) le raccomandazioni dei responsabili della comunicazione di rispettare strettamente gli obblighi di riservatezza, diventa un rito dal sapore iniziatico.
Quella mezz’ora che divide la consegna del plico dall’effettiva pronuncia lascia strascichi che, in un soggetto lievemente megalomane, proiettano in un film di 007.

3. Il bello della diretta implica necessariamente qualche intervista, ad un immancabile bambino che declama la gioia di vedere il papa, ad un anziano che ricorda la prima volta che ha visto il Papa (non importa se Giovanni XXIII o Giovanni Paolo II, sempre di santi pontefici si tratta), ad una povera mamma, presa in contropiede, mentre cerca di fuggire alla chetichella dall’occhio della telecamera.
Dietro il solito copione rassicurante, che riempie i momenti morti, vi è il solito istinto editoriale, che si manifesta in una sorta di horror vacui: se si devono coprire cinque minuti o due post con foto, si è capaci di pregare in ginocchio intere famiglie, invocare santi e così via…
Se, poi, il passante riesce a dileguarsi prima di cadere in trappola, ecco le divagazioni sullo stile del Papa, sul suo vestiario, sulla sua espressione facciale mentre usava la parola “mafia”, sui suoi neologismi; tanto, si è pienamente coscienti che lo spettatore inizierà lo zapping…

4. Appena conclusa la propria maratona, senza aver potuto bere un goccio d’acqua (posso testimoniare che la mia innocente bottiglietta è stata sequestrata durante i controlli di sicurezza sulla base di precisi ordini della Questura – e fin qui nulla quaestio – ma sapere che vi era penuria d’acqua per gravi responsabilità della Protezione Civile e dei fornitori, questo è troppo!), avendo scoperto che il Papa ha modificato alcuni orari e tratti di strada, mentre tutti i fedeli inizieranno a tornare stanchi e soddisfatti nelle proprie case, inizia il vero lavoro!
La cronaca conclusiva e i commenti ai discorsi diventano l’assillo: per cosa avrei ricevuto l’accredito se non per questo?

Mentre batto sulla tastiera, vincendo la stanchezza e la retroilluminazione, riaffiorano le parole del Papa ai giovani: “meglio essere buoni idealisti che pigri realisti, meglio don Chisciotte che Sancho Panza”! Non è forse una follia scegliere di stare dall’altra parte dello schermo? Ma grazie a questo lavoro, sconosciuto ai più, ecco che le idee iniziano ad assumere lo spessore della Storia.

Andrea Miccichè

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