#VivereVangelo: Tamidi’s e il Mistero della Vita

Di Stefano Go.

Modena, 2 agosto 2018

In questi caldi giorni d’estate ho incontrato, in un modo che solo la Provvidenza poteva aver organizzato, una persona molto particolare, il cui nome racchiude un Mistero: Tamidi’s. È un uomo senza tempo, gli daresti otto oppure cento anni, ha una nuvola di capelli che lo segue e un sorriso che scroscia come un temporale di gioia.

Mi ha chiesto di scrivere per lui e la prima reazione che ho avuto è stata un no, per poi portagli sistemate le pagine che raccontano la storia artistica della sua vita: sì perché Tamidi’s è un pittore e uno scultore, ma prima di tutto è un innamorato di Dio.
Pastore di pecore, designer, convertito, bisnonno, operatore di relazioni umane nel campo dell’arte, tanti titoli che non lo definiscono perché lui sapeva, già da tanto tempo di essere Tamidi’s.

La Vita è un Mistero – ripete sempre – e un Mistero non lo puoi capire: devi lasciarti sedurre, te ne devi innamorare e saltarci dentro, così come il suo nome, che è un grido di ringraziamento a Dio che gli ha fatto il dono dell’Arte. Sapeva che non avrebbe firmato le sue opere col proprio nome e cercava qualcosa per esprimere quello che sentiva dentro. Scrisse: “Ti Amo MIo DIo, Sono”, Tamidi’s. Il suo nome è definito da un Tu ed è colmato da un Amore che gli fa raccontare, in opere d’arte contemporanea, il sacro che abita le cose più quotidiane della vita.

Starlo ad ascoltare è spiazzante ed è bello, perché vai via sempre con la gioia nel petto e un ringraziamento, che lui immancabilmente rinvia al Terzo presente al tavolino del bar, dove passa ore a ritrarre bozzetti, e respirare il tempo che passa. Ha con sé ritagli di qualsiasi oggetto cartaceo, che contengono riflessioni, articoli, aforismi e che regala come un mazzolino di fiori dopo aver preso un immancabile caffè, che deve essere più che bollente: la tazzina deve essere riscaldata col vapore prima di versarci il liquido amaro.
I miei amici sanno quanto io non riesca ad apprezzare l’arte contemporanea astratta ed informale: nella mia famiglia ho uno zio ed un cugino pittori e anche mio padre ama dipingere e sono stato educato a tutto ciò che sta prima della metà dell’800.

Quando andiamo in una città e c’è qualche museo di arte contemporanea, ormai la visita, se c’è, è solo una scusa per farsi una risata. Ma con Tamidi’s è stato diverso, perché mi ha fatto entrare nel suo cuore e mi ha fatto capire che l’Arte ha bisogno dell’informale e della deformazione per parlare del Mistero di Dio: è come il buio, lì si vede meglio.
E così, mentre lui accarezzava una vecchia porta di legno screpolato, con la chiave e un’apertura chiusa da barre di ferro perpendicolari, e mi raccontava le storie che poteva aver vissuto in tutte le sue venature, mi è venuto in mente l’ordinarietà del Falegname di Nazaret e l’ordinarietà con cui Dio si lascia scoprire, sempre dimesso, sempre umile, sempre senza potere, come un bambino, un mendicante o un innamorato, la cui unica forza sta nella serenata con cui varca il silenzio del cuore per gettare un profumo d’amore.
Tutte le volte che ho accettato un povero incontro, spinto dall’esigenza di una voce che batteva dentro, ho sempre ricevuto una ricchezza immensa. Ma quanta paura fa la povertà di spirito, quanta paura il mendicante di senso che in quel momento ti interpella e ti sradica dalle tue sicurezze, fatte di immobilità che puzza di morte. Quanto deve lavorare il Signore per farci attraversare quei pochi centimetri, che ci separano da lui: in mezzo c’è sempre un muro di fuoco, che brucia senza consumare, ma noi ne siamo terrorizzati, perché significa morire e risorgere. Manca poco al perdono d’Assisi: Signore, fammi passare la paura di fare la tua volontà, chiamami con la tua mano, oltre quel muro che mi separa da te e dammi il coraggio liberante di amare.

Stefano

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