#SuiPassiDiPaolo2018: Pronti per la marcia? Ecco i verbi del pellegrino!

Uscire e ascendere… i verbi del pellegrino

Di Stefano Go.

Modena, 25 luglio 2018

Mancano due settimane e partiremo per il pellegrinaggio da Pozzuoli a Roma “Sui passi di Paolo”. Oggi mi si è inchiodato nella testa un versetto del Vangelo di Luca 9, 51 che dice così: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme”.

Dopo la trasfigurazione e l’estasi del Tabor, è giunto per lui il momento di far accadere quello di cui ha parlato con Mosè ed Elia: “il suo esodo, che stava per compiere a Gerusalemme”. Quindi Gesù è deciso ad “uscire”, questo è il significato di esodo, per essere elevato in alto, cioè essere assunto.

Ogni volta che una persona decide di compiere un pellegrinaggio deve uscire e ascendere, ma vediamo meglio cosa significano queste due parole per Gesù, per capire cosa significano per noi. Gesù è stato rifiutato e posto “fuori” dalle mura della città come malfattore per compiere il suo servizio d’amore. E per lui “essere innalzato” ha significato essere issato sulla croce, il trono di un re pronto a far vedere con la vita quanto Dio è disposto a dare per amore dell’uomo.

Per me che lo seguo “uscire” significa abbandonare gli schemi che ho sempre seguito e lasciare la cittadella del mio ego, con le sue paure, i suoi dubbi, le sue complicazioni. Significa trascinare fuori quel magma di falsità che mi abita e che non mi permette di amare, per crocifiggerlo sulla croce che il Signore ha assegnato ad ognuno, non come strumento di morte, ma come mezzo di purificazione. È la grande umiliazione di perdere la faccia, accettando di non aver capito niente e di lasciarsi correggere da chi ti sta vicino. È accettare di perdere tutto ed essere finalmente poveri e quindi liberi per ascoltare la sua voce senza attaccamenti.

Gesù prende una “ferma decisione”, così dice la traduzione italiana. Il testo originale dice invece: “indurì il suo volto”. Il volto di Cristo diventa di pietra, per prepararsi a diventare fino in fondo quella “pietra che scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”. Lui è convinto, perché lui ama e ci sta, accetta di fare quella volontà del Padre che ha insegnato a desiderare nel Padre nostro. E non gli importa che vada tutto storto, perché quello che voleva far vedere era che amare era l’unica, la sola cosa che importava, quindi tanto meglio.

Di fronte a questi pensieri, io mi sento come Pietro: è troppo alto, perché è troppo in basso, pretendi troppo perché alla fine vuoi troppo poco, Gesù. E io alla fine non ce la faccio a seguirti: sono un pescatore orgoglioso, so gettare le reti e trascinarle, e alla fine lo so che il mio entusiasmo serve solo a celare l’insicurezza di non riuscire a calcare coi miei piedi dove tu hai messo i tuoi. Puzzo di pesce e mi sono sentito grande tante volte, perché tu, non so perché, mi hai detto di fare da guida agli altri, solo perché sapevo guidare una barca. Sei pazzo, Gesù, vai troppo fuori le umane prospettive, e quando sono venuti i tuoi a dire che eri “fuori di te”, una parte di me sapeva che dicevano il vero.

Perché tu sei uscito da un luogo che non so spiegare e stani le persone dai comodi rifugi della loro ipocrisia, che profuma di cipolle d’Egitto e di morte, e li fai uscire, come un nuovo Mosè. Solo che lui ci prometteva una terra, tu addirittura il cielo. Eppure quando di notte dormiamo vicini, assieme a questi altri undici fratelli che mi hai donato, e posi una mano sulla mia spalla per assicurati che stia bene, o dai una carezza a questa testa di rude marinaio per ricordare di sorridere al mondo, io divento un bambino, teneramente innamorato di suo Padre e non posso che far scendere in una lacrima un grido: “Da chi posso andare? Dove? Tu profumi di vita eterna e i tuoi abbracci mi lascerebbero il segno incandescente del tuo amore anche nel fondo degli inferi”.

Le mie mani sono dure, ma forse è più dura la mia testa: penso che sia per questo che mi hai chiamato Pietro. Se la testa non va, userò il cuore: lì in fondo so che quando mi hai chiamato tuo nemico, lo hai fatto per amore, perché il cammino che facevi era il cammino dell’amore.

Stefano

1 Comment

  1. E’ una gioia leggere la tua testimonianza e queste parole tue le faccio anche mie

    “Per me che lo seguo “uscire” significa abbandonare gli schemi che ho sempre seguito e lasciare la cittadella del mio ego, con le sue paure, i suoi dubbi, le sue complicazioni. Significa trascinare fuori quel magma di falsità che mi abita e che non mi permette di amare, per crocifiggerlo sulla croce che il Signore ha assegnato ad ognuno, non come strumento di morte, ma come mezzo di purificazione. È la grande umiliazione di perdere la faccia, accettando di non aver capito niente e di lasciarsi correggere da chi ti sta vicino. È accettare di perdere tutto ed essere finalmente poveri e quindi liberi per ascoltare la sua voce senza attaccamenti.”

    Tutto questo però non si raggiunge in un tempo definito, almeno per me ci vuole tutta la vita.E’ il cammino verso la santità silenziosa, nascosta che conosciamo solo noi. Buon cammino Stefano

    Piace a 1 persona

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