Rubrica #SegniDeiTempi. #PalermoChiamaItalia: a 26 anni da Capaci una speranza

Di Andrea Micciché

Catania, 24 Maggio 2018

Anche quest’anno, il 23 è dedicato alla commemorazione di quanti hanno offerto la propria vita nella combattendo contro la mafia.
A 26 anni dalle Stragi di Capaci e di Via D’Amelio – nelle quali hanno perso la vita i due magistrati simbolo della lotta contro Cosa Nostra, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – è salpata dal porto di Civitavecchia la Nave della Legalità, che ha portato circa mille giovani, in rappresentanza di tutta l’Italia, verso Palermo.

Nell’aula bunker del carcere Ucciardone si sono tenute le celebrazioni ufficiali, alla presenza delle massime autorità civili, con l’intervento dei ragazzi delle scuole superiori.
La giornata si è conclusa con i cortei verso l’albero intitolato a Giovanni Falcone.

È legittimo chiedersi, però, cosa sia rimasto di questo giorno; se una manifestazione possa veramente scuotere le coscienze.
È significativo il titolo dell’evento #PalermoChiamaItalia; per troppo tempo lo Stato ha perso di vista i problemi del Meridione, lasciando campo libero allo sviluppo della criminalità organizzata, che ha fondato un apparato deviato e infiltrato nelle stesse istituzioni.

#PalermoChiamaItalia è il monito perché non siano lasciati soli coloro che si ribellano al potere mafioso, perché la condizione di disprezzo che hanno subito Falcone e Borsellino non si ripeta più, perché, finalmente, si possa dire che il Sud non equivale a crimine.
Prima che un’operazione di polizia, è necessaria, infatti, un’operazione culturale; la mafia, infatti, prima ancora che un’associazione per delinquere è un atteggiamento, un modo di pensare, che si concretizza nella sopraffazione, nell’omertà, nella connivenza compiacente con il crimine.

Il massimo contributo che le vittime di Cosa Nostra hanno offerto è stato proprio l’aver aperto gli occhi su un mondo sommerso, puntando il faro della giustizia su un background da tutti conosciuto, ma passivamente tollerato, se non addirittura promosso.
Giovanni Paolo II, nel vibrante discorso nella Valle dei Templi, ha svegliato la cristianità, indicando in modo netto che nessun battezzato può appoggiare il sistema criminale, condannando in modo specifico quanti, pur definendosi credenti, supportavano i traffici di morte e delinquenza.

Anzi, è preciso compito della Chiesa annunciare che il giudizio divino è contro chi opera il male e che è tempo di conversione e di seria riparazione dei misfatti commessi.
A venticinque anni da quel messaggio, i vescovi siciliani hanno lanciato un nuovo appello per ritrovare la responsabilità della conversione: “Anche fino a voi, fratelli e sorelle che vi trovate invischiati nelle paludi della mafia, desideriamo prolungare l’eco del monito di san Giovanni Paolo II: «Convertitevi!». A voi – che siete stati i primi destinatari di quell’appello profetico – ci rivolgiamo, con tono sereno e serio, per ribadirvi pure l’invito rivolto da papa Francesco, in un’udienza del 21 febbraio 2015, a chi come voi vive nel male e nel peccato: «Aprite il vostro cuore al Signore. Il Signore vi aspetta e la Chiesa vi accoglie».

Andrea Miccichè

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