#VivereVangelo. Storie di alberi e di frutti. La vita è fatta di relazioni buone.

Di Stefano G.

Modena, 4 maggio 2018

In questi giorni risuona ancora dentro di me il Vangelo della scorsa domenica, quel capitolo 15 di Giovanni che ci presenta Gesù come la vera vite.

Sarà perché la campagna è un tripudio di verde, di fiori, di vita, sarà perché a scuola sto curando piccoli spazi di verde coi miei alunni, ma questo Vangelo mi ha scavato dentro.

“Rimanete in me e io in voi.
Come il tralcio non può portare frutto da se stesso
se non rimane nella vite,
così neanche voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci.
Chi rimane in me, e io in lui,
porta molto frutto,
perché senza di me
non potete fare nulla” (Gv 15, 4-5).

Questo Vangelo mi riporta all’inizio dei tempi, a quel primo uomo e a quella prima donna collocati nel giardino dell’Eden, perché lo coltivassero e lo custodissero. In quel giardino Dio fece germogliare l’albero della vita al centro e l’albero della conoscenza del bene e del male.

Dio desidera che l’uomo partecipi alla vita, alla sua Vita, e per far questo proibisce all’uomo di mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male. Perché?

L’uomo deve rendersi conto di non essere tutto e di non poter possedere tutto: il mistero della vita rimane altro e se vuole essere a immagine e somiglianza di Dio, deve accettare di essere come Lui, che si è come contratto, per far posto alla libertà dell’uomo. Solo questo spazio di finitezza che per l’uomo, se mal interpretato, può costituire un suo limite, è invece ciò che gli permette di aprirsi all’altro, per ricevere ciò che all’uomo manca.

Eppure l’uomo non può fare a meno di conoscere il bene e il male, perché altrimenti non saprebbe come vivere, come far fruttare il dono della vita che Dio gli elargisce, non saprebbe nemmeno chi è veramente. E allora perché Dio glielo proibisce, dicendogli che se ne mangiasse, morirebbe?

Il contrario di un atto contro la conoscenza è l’errore, ma qui si parla esplicitamente di morte, qualcosa che a ben vedere ha più che a fare col primo albero.
Innanzitutto Dio ha già fornito all’uomo la traccia per discernere il bene dal male: seguire la sua parola è bene e conduce alla vita, disobbedire è male e porta alla morte. Ecco il criterio! La conoscenza del bene e del male è già fornita all’uomo: consiste nel seguire Dio come un figlio fa col proprio padre, rinunciando a diventare padrone egoista del bene e del male.

Dio proibisce all’uomo di ergersi come consumatore individualista del bene e del male, perché l’uomo, che non può fare a meno di domandarsi cosa sia bene e cosa male, vada dal proprio Padre e gli chieda come fare, lo guardi negli occhi e si metta in dialogo con Lui, realizzando il suo essere a immagine di un Dio che è comunione e dialogo già in sé.

Rinunciare a staccare quel frutto è allora un limite salutare: significa non separare la conoscenza dalla vita e dalla relazione con Dio e quindi con gli altri, significa non pensare che la conoscenza sia semplicemente un comprendere oggetti ideali, ma porsi primariamente in relazione con soggetti personali, anzi con colui che è la Via, la Verità, la Vita (Gv 14, 6).

Solo quando l’uomo avesse accettato di dialogare col proprio Padre, avrebbe scoperto che Lui stesso era non semplicemente buono, ma la Bontà, Lui, che creando ogni cosa, la vedeva buona.

In ebraico il verbo “conoscere” ha un forte valore relazionale-esperienziale e significa coinvolgersi, fare esperienza, tanto che lo si usa anche per l’atto coniugale.
Dio allora non ci nega la conoscenza, ma vuole che sia una conoscenza vitale: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17, 3). La vera conoscenza è un essere rivolto verso Dio, che non è un principio metafisico da capire, quindi da possedere, ma un Padre a cui affidarsi e da amare, proprio come il Verbo di Dio che nel prologo del Vangelo di Giovanni è “rivolto verso Dio” (Gv 1, 1) e per questo lo può rivelare.

Allora essere uniti a Dio come il tralcio alla vite significa essere uniti in modo unico alla Verità che è Amore, a un volto e a un cuore prima che a un’idea. Quando Pilato chiede a Gesù cosa sia la verità, questi non risponde: la verità non è un qualcosa, ma è Gesù stesso che in silenzio sta di fronte a lui e lo guarda.

La nostra civiltà europea da secoli ha voluto tagliare questo legame vitale tra il sapere e la vita, inaridendosi, come un tralcio secco che deve essere tagliato via. Ma allora è tutto da buttare?

Papa Benedetto XVI nella Caritas in Veritate (nr. 53) ci apre una pista per potare e valorizzare ciò che è buono:

“Un simile pensiero obbliga ad un approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione. […] La creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio. […] È, quindi, molto utile al loro sviluppo una visione metafisica della relazione tra le persone. A questo riguardo, la ragione trova ispirazione e orientamento nella rivelazione cristiana, secondo la quale la comunità degli uomini non assorbe in sé la persona annientandone l’autonomia, come accade nelle varie forme di totalitarismo, ma la valorizza ulteriormente, perché il rapporto tra persona e comunità
è di un tutto verso un altro tutto”.

Papa Francesco nella Evangelii Gaudium (nr. 92), esortando a scegliere la fraternità, scrive:

“Lì sta la vera guarigione, dal momento che il modo di relazionarci con gli altri che realmente ci risana invece di farci ammalare, è una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano, che sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi all’amore di Dio, che sa aprire il cuore all’amore divino per cercare la felicità degli altri come la cerca il loro Padre buono”.

E nella Laudato si’ (nr. 240) ci ricorda che:

“Le Persone divine sono relazioni sussistenti, e il mondo, creato secondo il modello divino, è una trama di relazioni. Le creature tendono verso Dio, e a sua volta è proprio di ogni essere vivente tendere verso un’altra cosa, in modo tale che in seno all’universo possiamo incontrare innumerevoli relazioni costanti che si intrecciano segretamente. Questo non solo ci invita ad ammirare i molteplici legami che esistono tra le creature, ma ci porta anche a scoprire una chiave della nostra propria realizzazione. Infatti una persona umana tanto più cresce, matura e si santifica quanto più entra in relazione, quando esce da se stessa per vivere in comunione con Dio, con gli altri e con
tutte le creature”.

Chiediamo al Signore di metterci in ascolto del segreto battito della relazione, che è il mistero della vita, e di saperlo mettere in pratica ogni giorno con fiducia e creatività, per portare frutti nuovi e buoni alla nostra epoca.

Stefano

2 Comments

  1. ripensando alla particolarità di questa pianta del passo del vangelo, ovvero la vite, ogni cosa che hai scritto riflette la sua natura. Non è un melo, scelto invece per la conoscenza del bene e del male, con il suo tronco che si sostiene da solo da cui si sviluppano i suoi rami e i suoi frutti, il tutto racchiuso in uno spazio ben delimitato. La vite, per svilupparsi, ha bisogno di un sostegno (che possiamo identificare con l’Altissimo) a cui si affida totalmente e tende per natura a tessere relazioni con tutto quello che gli circonda.

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