Rubrica #ParolaAVoi: le sfumature dell’amore. Una terza media si confronta

Di Stefano G.

Modena, 20 aprile 2018

Che cosa vuol dire amare? Amore è la parola più usata, abusata e fraintesa del vocabolario, ma per il cristiano è la grammatica fondamentale del vivere bene con se stessi, con Dio e con gli altri. 

Nelle nostre classi terze abbiamo provato ad esplorare questa forza così nuova e così potente per gli adolescenti attraverso i miti greci, la Bibbia, un film su san Filippo Neri, e abbiamo imparato a riconoscere le diverse sfumature dell’amore.

Philìa è l’amore di amicizia, quello che genera una confidenza che fa aprire la propria vita all’amico e ricevere quel nutrimento di condivisione che alimenta le giornate, sapendo che non si è soli ad affrontare il sentiero della vita. 

Eros è l’amore passionale, che ha a che fare con l’attrazione e il desiderio, l’amore che fa sentire la mancanza di ciò che non abbiamo e che non siamo e che ci fa protendere verso la persona che completa questo vuoto con la sua presenza. 

Agàpe è l’amore di donazione, l’amore che vuole il bene dell’altro anche a costo di una rinuncia personale, l’amore che comprende che la nostra realizzazione sta nell’aprirsi al dono della felicità per l’altro. 

Nel nostro percorso abbiamo visto come questi tre aspetti possono trovarsi separati, ma nelle scelte fondamentali della vita, quelle che coinvolgono tutta la persona, questi tre colori dell’amore devono essere tutti e tre presenti, pena il rompersi di quell’arcobaleno che ci porta alla verità della vita. 

Per approfondire l’argomento, ho chiesto ai miei ragazzi di immaginarsi tra vent’anni, nel 2038, e descrivere un’ipotetica relazione, mettendo in campo i tre aspetti dell’amore. 

Ho precisato che non era importante se dopo una settimana avrebbero avuto voglia di cambiare completamente tutto: l’adolescenza è appunto l’età del passaggio e degli esperimenti sul ruolo. 

Quello che era importante era lavorare sui sentimenti, sui desideri, sui progetti, provando ad immedesimarsi in una situazione.

Ne sono venute fuori pagine di diario molto interessanti: di seguito ne riporto due, significative per l’approccio utilizzato, che è una costante in diversi lavori. 

Nel primo testo vediamo la descrizione di una relazione d’amore tra due persone all’interno della vita matrimoniale; nel secondo invece, vediamo declinato l’amore in uno stato di vita che non prevede un rapporto di coppia, ma si situa nel dono della vita in una passione che ricapitola tutti gli aspetti della persona. 

Come ci ricorda Max Weber, in tedesco la parola “Beruf” significa sia professione sia vocazione: questo vuol dire, seguendo l’insegnamento della Chiesa e di Papa Francesco, che esistono tante forme di santità e di investimento dei nostri carismi. Tutte queste forme, se vagliate e fatte fiorire, sono diverse facce complementari dell’unico grande poliedro della vita che intreccia in una sinfonia o in una danza armoniosa i nostri modi unici di interpretare l’amore. 

Si potrebbe dire che la nostra identità è nascosta nel modo in cui amiamo. Questi brani allora ci interpellano con questa affermazione: dimmi come ami e ti dirò chi sei. E tu hai mai provato a dipingere la tua storia coi tre colori dell’amore?

Stefano
Caro diario,

oggi è un giorno particolarmente felice, perché oggi è da due anni che sono sposata con mio marito Nicola. Noi due ci siamo conosciuti in un modo un po’ strano, su un sito di appuntamenti on line.

Lui mi ha mandato una richiesta di amicizia e io l’ho accettata subito. Dopo un po’ di tempo dall’esserci scritti, decidemmo di incontrarci. 

Ci incontrammo in un ristorante nel centro di Milano. La prima volta che lo vidi, fui sorpresa: lui era molto alto, aveva i capelli marroni e gli occhi scuri, ci presentammo e lui mi sembrò subito una persona molto simpatica, carismatica e anche molto interessante. 

Dopo aver finito di cenare, mi portò a visitare Milano, passammo ore sotto quel cielo stellato, rimanemmo svegli fino all’alba perpoter visitare l’intera città. La mattina seguente facemmo colazione insieme, poi ci salutammo e ci mettemmo d’accordo per un altro appuntamento, la settimana successiva. 

Io lo trovavo fantastico: per me fu un colpo di fulmine, mi innamorai di lui la prima volta che lo vidi e penso che in fondo fossimo anime gemelle da subito. Aspettai con ansia quel secondo appuntamento e finalmente arrivò. Dopo quel secondo appuntamento ne seguirono altri cinque e finalmente, dopo tanto tempo, decidemmo di fidanzarci. 

La nostra relazione fu veramente bellissima, una storia sentimentale piena d’amore. Ebbi la certezza di amarlo sul serio la prima volta che ci baciammo: fu un momento bellissimo, forse un po’ imbarazzante, ma l’imbarazzo svanì quando le nostre labbra si toccarono. 

Dopo quattro lunghi anni di fidanzamento finalmente mi chiese di sposarlo: il nostro matrimonio fu perfetto in tutto, proprio come l’avevo sognato. 

Eravamo una coppia molto unita, parlavamo l’una con l’altro di ogni nostro singolo problema. La nostra prima discussione avvenne una sera d’estate. Io avevo capito che qualcosa non andava, perché Nicola in quei giorni era molto silenzioso e riservato, un comportamento che non aveva mai adottato in quattro anni di relazione. 

Una sera allora mi feci coraggio e gli chiesi cosa non andasse. Lui mi spiegò di aver ricevuto una promozione, grazie al suo impegno e alla sua dedizione verso il lavoro che svolgeva con tanto amore. Io all’inizio fui contentissima, ma il mio umore cambiò quando mi disse che poteva scegliere se andare a dirigere la nuova sede o rimanere lì. Ma la nuova sede si trovava a Cuba.

Le settimane a venire furono molto dure, perché non ci parlammo quasi mai. Anche per me fu una scelta molto complessa e difficile da prendere: non avrei mai potuto sopportare l’idea che Nicola potesse aver rinunciato al lavoro dei suoi sogni per colpa mia, ma non avrei neanche potuto sopportare l’idea di vivere senza di lui. 

Dopo esserci presi entrambi vario tempo per pensarci, decidemmo di trasferirci a Cuba.

L’AMORE SENZA ETERNITÀ SI CHIAMA ANGOSCIA: L’ETERNITÀ SENZA AMORE SI CHIAMA INFERNO (Gustave Thibon)

Farida Mayate 3A

Roma, 22/10/2038
Caro diario,

ti scrivo il giorno del mio trentaquattresimo compleanno, felice e grata della vita che ho oggi. Sai, stavo riflettendo sul fatto di essere davvero fortunata: ho un’esistenza piena di amore e non potrebbe essere meglio. So che a prima impressione può sembrare strano per una donna non spostata e senza figli, ma l’amore è comunque molto presente nella mia vita. 

A partire dalla grande passione che ho per la danza, da quando sono bambina, quell’amore costante che mi ha spinta a fare mille rinunce per diventare la ballerina che sono oggi. 

Quella passione che mi permette di essere me stessa quando ballo su un palco, di esprimere con ogni particella del mio corpo quello che provo. Perché ballare per me non è solo realizzare una sequenza di passi in un teatro, ma è dare una forma con il corpo a quello che sento, essere un tutt’uno con la musica e lasciarmi trasportare solo dai sentimenti.

Sono sempre stata agitata prima di un’esibizione: l’ansia che schiaccia lo stomaco, la paura di sbagliare, ma poi la musica parte, esco dalle quinte e mi rendo conto che il palcoscenico è il miglior posto al mondo, che è la mia seconda casa, l’unica cosa di cui non mi stancherei mai, e mi rendo conto che non potrei essere più felice, e di amare quello che faccio. 

Con l’inizio della musica è come se tutto il resto sparisse, nulla ha più importanza, tranne danzare. Non c’è posto in cui io sia più vera di come lo sono sul palco: solo lì sono veramente “io”. Poi, finita l’’esibizione, scoppiano gli applausi. 

Mi piace pensare che la mia danza possa regalare sorrisi a chi mi guarda, mi piace pensare di ballare e far star bene il pubblico, di regalare emozioni anche a loro.

Adoro anche andare in giro per il mondo a tenere stage, insegnare alle persone, aiutarle a migliorare, ad amare quello che fanno e a trasmettere la mia passione. E alla fine di tutto questo il mio scopo è quello di averli resi felici e fatti star bene, e quando mi accorgo che è così, allora sono io a star bene. 

Grazie alla danza vivo una vita libera e piena di emozioni, che mi offre un mondo di esperienze di cui non mi stancherò mai. Una delle cose migliori è la sintonia con le altre ballerine. E in un ballo in cui vi è più di una persona deve per forza esserci sintonia. 

E questa è una delle cose migliori: lavorare con le persone a cui vuoi bene, aiutarsi a vicenda, intendersi senza bisogno di parlare. Perché la danza, oltre a divertire, unisce e questo è bellissimo. 

Concludo così: ora vado a dormire. Buonanotte!

Tua Mati

Matilde Suffritti 3D

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