Rubrica #SegniDeiTempi: Quando anche gli insegnanti sono “bullizzati”

Di Luca Sc.

Roma, 19 aprile 2018

Sempre più casi di bullismo imperversano nel mondo dei ragazzi in età scolare e non. La faccenda è più seria del previsto: ultimamente i professori stessi sono vittima di allievi poco inclini al rispetto dei ruoli.

“Ruoli” è parola che richiama etimologicamente “regola”: se l’adolescenza è già contraddistinta dal rifiuto di ingerenze dal mondo esterno (parlo forte dell’esperienza personale e comune, non sono uno specialista), ad oggi la società non riesce a creare rete, al fine di dare un orizzonte di senso alle nuove generazioni.

Non esiste mondo giovanile senza prospettiva al mondo “adulto”: con ciò voglio sottolineare come, il più delle volte, si guardi il fenomeno, o i fenomeni, dal di fuori, senza riferimento alle persone concrete.

Quando guardiamo quei video poco edificanti su azioni maldestre di under 20, è molto semplice trarre conclusioni affrettate, giudizi poco inclini alla dolcezza.

Dobbiamo superare questo: nessun ragazzo vuole per sé il male; nondimeno molti ragazzi non riconosco donde possa giungere il bene per loro e questa è una problematica abbastanza cogente.

I ragazzi che reagiscono male coi coetanei e, adesso sempre più frequentemente, con i docenti, stanno chiedendo aiuto.

Aiutare i giovani a capire la portata positiva del “ruolo” spetta a noi, che, molto spesso, non riusciamo per primi a comprenderla. Il “ruolo” è un contenitore atto a gestire fruttuosamente le relazioni. Sembra strano, ma è così.

Si tende, in questo momento storico in cui tutti sembrano dover, per forza, dire la loro, a snaturare i “ruoli”, perché visti come intralcio alla spontaneità, al vivere lo smart della modernità etc.

Tutto ciò ha il suo germinare nella frantumazione dei ruoli più importanti: quelli genitoriali.

Siamo arrivati al bivio e non è un modo di dire. Non dico di tornare alle visioni parentali arcaiche, in cui la seconda persona plurale era d’obbligo nel linguaggio familiare, ma, almeno, di riuscire a capire quanto l’affetto paternale e maternale abbia bisogno di estremi in cui muoversi, di una stanza ovattata, per l’appunto dei “ruoli”.

Perso questo orizzonte, poco hanno da fare le altre agenzie educative e sociali.

Violenza e bullismo sono richieste di aiuto di una società malata e scevra di uomini e donne capaci di prendere per mano e di aprire, nel rispetto del ruolo, alla affettività, alla consapevolezza di sé, all’ascolto dei desideri più veri e generativi di senso.

La colpa è nostra e una legge dello stato che argini tutto ciò non è che una toppa momentanea; siamo chiamati a coltivare una società meno individualizzata, più fondata sulla condivisione e sulla collaborazione.

“Condividiamo” così tanto sui social, da capire, ad oggi, quanto siamo soli. I ragazzi questo lo vivono con più veemenza, dal momento che mancano dell’esperienza della “condivisione” vera.

Da cristiani possiamo costruire qualcosa di positivo, già adesso, uscendo dalla logica predominante e aprendo le persone, come la società, alla comunione.

E’ una sfida, una possibilità, un progetto per il futuro, fuori da teorizzazioni sterili.

Buon cammino, cari lettori.

Luca Sc.

 

 

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