Rubrica #VivereVangelo: Come rompere l’incantesimo?  Il mito di Narciso ed Eco e i suoi incredibili risvolti cristiani

Modena, 9 aprile 2018

Fiori di primavera

Finalmente la primavera è iniziata e nei giardini o nei campi si possono ammirare in questi giorni i narcisi, col loro annuncio di rinascita. Questo bel fiore per gli antichi nasceva da un mito di trasformazione che vedeva coinvolti due giovani e che poi, ripreso da psicologi e filosofi del novecento, ha segnato il tentativo di dare un nome al “narcisismo”, che come un ritornello sembra connotare tanti atteggiamenti della società post-moderna. 

Coi miei ragazzi di terza media abbiamo provato a leggere il mito, che ha un finale tragico, e a ripensare una conclusione alternativa. Divisi in gruppi, infatti, abbiamo cercato di risolvere questointerrogativo: come rompere l’incantesimo che teneva legati questi due ragazzi? Abbiamo infine cercato di comprendere il ruolo della relazione all’altro nella scoperta della nostra identità. 

Ma di cosa parla questo mito?

Ne esistono diverse varianti, ma la più bella è senza dubbio quella delle “Metamorfosi” di Ovidio, che per me resta sempre un poeta insuperabile e non semplicemente frivolo come si potrebbe credere. 

Il mito

Tiresia era il più grande indovino dell’antichità ed era divenuto cieco a causa di una punizione di Giunone: Giove, per ricompensarlo, spenti gli occhi naturali, gli aveva però concesso la facoltà di vedere nel futuro e tutti si rivolgevano a lui per chiedere responsi sul loro avvenire. Tra queste persone c’era anche Liriope, una ninfa dei boschi che era stata violentata dalle acque tumultuose di un dio fluviale, Cefiso. Da questa unione era nato un bambino bellissimo, Narciso, che la madre portò da Tiresia per chiedere se sarebbe vissuto a lungo. Ne ottenne la risposta che ciò sarebbe accaduto se non avesse conosciuto se stesso. 

Già qui capiamo che sul bimbo pende una maledizione: come si può vivere senza conoscere se stessi? Questo era anche il motto celeberrimo inciso sul tempio di Apollo e fatto poi proprio da Socrate. Eppure Tiresia, in questo oscuro responso, non voleva impedire ciò che rende l’uomo uomo, ma voleva mettere in guardia sul come. Esiste un modo positivo di conoscere se stessi, che porta alla vita, e uno negativo che porta alla morte. 

Chi vuole conoscersi rimanendo dentro di sé e ponendo sé al centro del mondo, commette una violenza alla sua natura e si consumerà. Chi invece accetterà di conoscersi in un altro modo, scoverà la strada della vita. 

Eppure, vi siete mai accorti che il nostro viso, la parte del nostro corpo che più ci identifica come persone e che ci permette di riconoscerci, è l’unica parte che non possiamo vedere direttamente? Le mani, i piedi, con un po’ di sforzo anche una parte della schiena rientrano nel nostro campo di visione, ma la faccia no: per vederci negli occhi, abbiamo bisogno di uno specchio.

Intanto Narciso, nato da un atto di violenza possessiva, cresceva pensando solo a possedere per sé: la superbia gli impediva di mettersi in relazione con gli altri. In particolare snobbava tutte le proposte d’amore che gli venivano fatte, perché la superbia gli faceva amare solo se stesso. 

Una ninfa dei boschi si innamorò follemente di lui: il suo nome era Eco. Anche lei era stata punita da Giunone per la sua loquacità ed era condannata a ripetere solo le ultime parole di una frase che prima aveva udito da un altro. La maledizione di Eco è altrettanto grave: tutti abbiamo bisogno di esprimere chi siamo e cosa sentiamo. Senza comunicazione la nostra identità si trova impedita, ed Eco soffriva terribilmente e seguiva questo amore impossibile senza poter fare la prima mossa. 

Ma un giorno Narciso, da solo in un bosco, sentì dei rumori, iniziò a chiedere chi c’era e ne udì un ritorno di voce. Allora chiese di incontrasi con questa misteriosa presenza, che gli rimandò la proposta di vedersi. Ma quando il ragazzo superbo vide la ninfa, la umiliò dicendole che mai si

sarebbe concesso ad una persona del genere. Eco, ferita a morte, non poté fare altro che rifugiarsi in un solitario luogo di montagna a consumarsi d’amore e di dolore: il suo corpo si prosciugò e di lei rimasero solo la voce e le ossa, che si trasformarono in roccia. La si può udire ancora oggi rispondere alle tue grida nelle passeggiate di montagna, immobilizzata in questo atto per sempre. 

Un giorno qualcuno si stancò dell’atteggiamento di Narciso e invocò Nemesi, la dea della vendetta.

Il giovane, spossato dopo una giornata di caccia, si accostò ad una fonte cristallina per bere e per la prima volta nella sua vita vide la sua immagine riflessa nell’acqua. Quel volto, che aveva fatto innamorare tanti e fatto impazzire Eco, ora turbò così tanto anche Narciso che ne rimase completamente travolto. Non poteva fare a meno di provare amore per quel ragazzo che gli tendeva le mani da quello specchio d’acqua: gli mandava baci, cercava di afferrarlo, ma invano, lo chiamava, ma nessuna parola questa volta gli veniva di rimando. Fino a quando capì che quella persona che stava vedendo non era altro che un’immagine e per di più l’immagine di se stesso. 

Il poeta gli fa esclamare parole immortali: desidera che il suo corpo si separi da sé e possa allontanarsi. Non c’è amore vero infatti se non di ciò che è altro da te, e per unirsi bisogna prima essere separati. L’amore assoluto di sé per sé porta solo alla morte, perché l’uomo è fatto per la relazione. Lo aveva capito bene Adamo che nel paradiso terrestre aveva tutto, ma si sentiva solo,perché non aveva un aiuto che gli fosse “di fronte”, dice alla lettera il testo ebraico. Solo quandopuò con-frontarsi con Eva, scopre chi è e non si sente più solo. 

A questo punto cosa poteva fare Narciso? Un bel niente: come la cera della candela si consuma per la fiamma, come la neve si scioglie al sole, anche lui ardeva, ma per se stesso, fino a consumarsi, ad auto-fagocitarsi, a morire. Il suo corpo sparì e al suo posto gli dei lasciarono in riva all’acqua unfiore che ne porta il nome, segno e ammonimento di questa antica storia.

Come rompere l’incantesimo?

Ma come si poteva rompere la maledizione ed evitare la tragedia? I miei ragazzi si sono confrontati dapprima singolarmente poi in gruppo su questo problema. Narciso doveva conoscere se stesso, ma se si fosse conosciuto, sarebbe morto. Eco doveva poter esprimere i suoi sentimenti, ma lo potevafare soltanto imitando una voce prima di lei. 

Proposte, approssimazioni: forse Narciso poteva aiutare Eco, ed Eco Narciso. Narciso doveva conoscersi in un modo nuovo. Eco doveva descrivergli chi era, così non sarebbe rimasto intrappolato nel circolo vizioso dell’io. Ma come fare: per iscritto?

Un po’ complicato, visto anche il carattere di Narciso, e poi lei come poteva uscire dal suo problema?

Alla fine la soluzione migliore ci è parsa questa: esiste solo uno specchio con cui Narciso può guardarsi senza il pericolo di morire. Questo specchio solo gli occhi di Eco. Guardandosi negli occhi di Eco, Narciso avrebbe visto la sua immagine, ma non avrebbe potuto fare a meno di vedere

la persona che gliela rimandava con tanto amore, perché gli occhi – si sa – sono lo specchio dell’anima. Conoscendosi in Eco, Narciso avrebbe avuto la rara occasione di andare oltre la sua immagine, per vedere Eco stessa, la sua persona, la sua dignità. 

Eco gli permetteva di giungere a sé senza morire e già questo era un motivo di gratitudine. Forse questo poteva essere anche l’occasione per andare oltre e scoprire la bellezza in sé di Eco e passare dal “mi piace”, ancora focalizzato sull’io, al “ti amo”, incentrato sull’altro. Ed ecco in questa incredibile scoperta egli avrebbe potuto osare dire le uniche terribili parole che fanno rotolare via i macigni dai sepolcri e spalancano le porte degli inferi, perché l’amore è più forte della morte. 

Egli poteva dirle: “Io ti amo”. A questopunto Eco gli avrebbe risposto la sola cosa che voleva dire in tutta la sua vita: “Io ti amo” e l’incantesimo si sarebbe rotto anche per lei. 

Io, tu, Dio

Noi siamo tutti un Narciso che deve uscire dalla casa dell’io che ci intrappola, per conoscerci negli altri, proprio perché la nostra casa è stata progettata fin dall’inizio per avere porte e finestre aperte.

Ma siamo anche Eco: possiamo dire “io ti amo” solo se qualcuno ce lo ha detto per primo.

L’alfabeto dell’amore si impara se un maestro ce lo ha insegnato con la vita. Se un bimbo da piccolo non ha mai sentito su di sé l’amore di una famiglia, non avrà il vocabolario per esprimerlo a sua volta. Il cristiano scopre la notizia sconvolgente di un Dio che da sempre ripete un “ti amo” all’uomo, anche quando l’uomo risponde con un “ti odio”, come è successo con Gesù sulla croce.

La chiamata di Dio è una chiamata all’amore e la categoria di “vocazione” è un elemento fondamentale della fede cristiana. La nostra identità è nascosta nella Parola di Uno che ci chiama e a cui possiamo rispondere. Normalmente proprio nella chiamata all’amore, si riscopre quella chiamata originale che è la grammatica che fonda anche l’amore: la chiamata alla vita. 

Noi abbiamo risposto senza volerlo ad un invito ad esistere, quando siamo stati concepiti, e da adulti dobbiamo scegliere, questa volta consapevolmente, di rispondere al nuovo invito a perfezionare la vita nell’amore. 

Ma allora se un ragazzo può conoscersi tanto meglio attraverso una ragazza e viceversa, se un io è tanto più io quanto più incontra un tu, come fa l’umanità a conoscersi, a scoprire la sua identità? Chi è lo specchio con cui l’essere umano può comprendersi? 

Una timida mano si è alzata dal mezzo della classe e qualcuno con la voce tremolante ha provato a dire: “Dio ?”. Come dice “Gaudium et spes”: «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo».

Infatti l’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, scopre se stesso scrutando quel Dio che ha deciso di farsi uomo, per rendere l’uomo figlio di Dio. Quando nella conclusione della “Divina commedia” Dante giunge ad intuire la Trinità, scopre che nel suo centro compare una figura umana:la ricerca di Dio, lo ha portato a scoprire la verità sull’uomo, perché nell’incarnazione Dio ha voluto essere definitivamente e per sempre “Il Dio-con-noi”.

Stefano

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