Rubrica #VangeloDomenicale. II Domenica di Pasqua: stupirsi della bellezza del Risorto.

Roma, 7 aprile 2018

Quanto avviene otto giorni dopo la Domenica di Pasqua, al Cenacolo, è “umanamente” sconvolgente: Tommaso non crede alla vulnerabilità gloriosa del Signore Gesù Cristo, non crede che il Figlio di Dio, segnato da dolorosissime vulnera (“vulnus”, “ferita” in latino) è Risorto, non crede che dalla morte è sgorgata la vita.
Il Signore permette che nella sua incredulità, quella di Tommaso, possiamo entrare noi, popolo di Dio che ha fede alla testimonianza degli Apostoli. Noi crediamo a quanto loro hanno raccontato, a quanto loro ci hanno trasmesso (parola più precisa in merito).
La nostra fede passa per mezzo del prestar degno credito alla “Tradizione apostolica” (“tradizione” sta per “trasmissione”, dal “tràdere” latino), la quale, è viva e forte anche del suo essere passata dalla fragilità umana (compresa quella di Tommaso); gli apostoli sono uomini che non hanno potuto non raccontare fatti umanamente straordinari!

Torniamo ora al brano di questa Domenica della Divina Misericordia (già detta “in albis deponendis”).
Un passo fondamentale del brano evangelico giovanneo è da rinvenirsi nella reazione alla richiesta di Gesù a Tommaso: “poni le tue mani…” Fateci caso: non si dice che Tommaso toccò fattivamente le piaghe.

Lo stupore, infatti, invade l’Apostolo prima incredulo: uno stupore misto a riverenza verso il divino. Tommaso si rende conto della divinità del Cristo, del suo essere, appunto, Signore; si rende conto che Cristo ha quel medesimo nome (“Adonai”, ovvero “Signore”) che il popolo di Israele pronuncia al posto del Sacro Tetragramma (Jahvè).
Notare, non a caso, l’esclamazione dell’apostolo detto Didimo: “Mio Signore e mio Dio!”.

Abbiamo un Salvatore, il Cristo Gesù, vero Dio e vero uomo, che ci ha salvati e continua a salvare dalla morte! Questo hanno compreso per primi gli Apostoli.

Vi auguro una Santa Domenica dell’Ottava di Pasqua.
Buona Resurrezione a tutti.
Luca Sc.

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