Rubrica #VivereVangelo: Per eleggere bisogna lasciarsi eleggere… 

Modena, 2 marzo 2018

Giornate di neve in tutta Italia, scuole chiuse, qualche disagio, i bambini che in giacche multicolori sfogano a palle di neve la gioia di poter starsene a casa, messaggi degli amici, gli ultimi sussulti dell’influenza. 

Domani sera sono invitato a casa di una coppia di amici per parlare di quello che succederà nel week-end, le elezioni, e sarà una serata particolare: ci saranno persone credenti e non credenti, lavoratori e lavoratrici, mamme e single, ingegneri e insegnanti, e ad ognuno è stato affidato un po’ a caso il programma di un partito da presentare agli altri, per capire meglio come orientarsi.

Ognuno dirà la sua, si parlerà molto, a volte come capita si alzerà la voce, si tornerà a casa senz’altro più informati, ma certamente qualcosa sarà la base di partenza: la non negoziabilità dell’amicizia che ci lega. Certo ci possono essere strappi, divergenze, a volte fallimenti, ma almeno si sa di discutere in nome dell’amicizia comune e per far sì che anche chi la pensa diversamente da te, sia più consapevole delle sue scelte e magari ti spieghi quei frammenti di bene a cui tu non avevi pensato e che puoi trovare nel tesoro di chi è altro.

D’altronde mai come in questo periodo le vecchie ideologie sono cadute e la verità si è frammentata nelle buone intenzioni e nei punti di vista di diversi gruppi: per chi vede il bicchiere mezzo vuoto motivo per rimpiangere il bel tempo che fu, per chi lo vede mezzo pieno possibilità di ricostruire insieme. 

Il compito di eleggere qualcuno, anche per un’Italia che si è disaffezionata al voto, è una responsabilità nobile, anche in questo periodo in cui la politica non offre grandi programmi cui aggrapparsi e la teologia non ha ancora elaborato pienamente uno stile nuovo con cui vivere la sua diaconia nel pubblico, valorizzando il “date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, dopo utopie clericalizzanti e riduzionismi pragmatistici. Eppure silenziosamente stanno emergendo piste percorribili, che se seguite possono diventare segnavia di future strade, consapevoli che il cristiano deve potersi impegnare in politica perché il cristianesimo è la fede del popolo di Dio e non una setta di eletti; d’altro canto si devono osare nuove strade per entrare nel dialogo con la pluralità democratica del giorno nostro, in uno stato laico per costituzione, che scalpita tra un laicismo alla francese e un indifferentismo dilagante. 

Prima però di eleggere qualcuno, ricordiamoci che il cristiano è tale perché è stato eletto, scelto e chiamato per nome. Dio, guardandoci con misericordia, ci ha scelti senza alcun merito, non per essere migliori degli altri, ma perché noi a nostra volta chiamassimo altri alla vita, facendoli partecipare al dono della comunione. Solo perché Dio ci ha eletti, noi possiamo eleggere, cioè scegliere cosa fare col dono che abbiamo ricevuto.  Dio ci ha creato con una parola che è anche fatto, quindi noi siamo parole viventi scritte sul gran libro della natura. Ma ogni libro è muto se qualcuno con la sua voce non lo legge e lo fa risuscitare, donando vita a quelle potenzialità che non possono attivarsi da sole. Nessuna parola si legge da sola: ha bisogno di un lettore. Dio che è Parola, attraverso il soffio del suo Spirito, ci chiama alla vita, ognuno con un nome diverso, come diverse sono le stelle del cielo. E lo fa anche con i fatti e gli incontri della vita. Risvegliati da questa voce, noi possiamo chiamare altri, possiamo eleggere altri a partecipare di questo dono e sentirci assieme un popolo di chiamati. 

Come l’amata vede l’amato in ogni creatura perché tutto le ricorda di lui, così il cristiano scorge Cristo in ogni luogo, perché con l’incarnazione Dio ha ricapitolato nel corpo di Gesù l’intera creazione, che ora è ricolma del profumo della sua presenza, in un gioco tra immanenza e trascendenza, che solo gli innamorati possono intuire.

Dice Étienne Grieu: “Se è lui che mormora, canta e chiama così, allora è tutta la città che stormisce della sua presenza. Anche i catenacci e i lamenti annunciano la venuta del beneamato. Il cuore della Chiesa ne viene aperto e allargato all’infinito. Essa ama tutta la città, mondo di speranze, di lamenti e di ricerche. L’ama così com’è, nell’infinita varietà dei suoi ornamenti: l’ama perfino nei selciati delle sue strade, nelle sue edicole di giornali ricoperte di rimmel e di fard, perfino nei suoi parcheggi sotterranei, nelle sue zone industriali tagliate in geometrie, nei suoi caffè dalle conversazioni erranti, nelle sue case popolari stoiche nell’assenza di locatori, nei suoi sensi unici, nei suoi raccordi attorcigliati, nei suoi supermercati con lo sguardo da sonnambuli, nei suoi circhi, nei suoi zoo, nelle sue rotonde che si inarcano, nei suoi forni che già regalano il profumo del buon pane, nelle sue chiuse, nelle sue fogne che fuggono, vergognose, strisciando, nei suoi pedaggi nelle sue stazioni, nelle sue fontane che non smettono mai di cantare, nelle sue vie pedonali e nel clamore dei suoi stadi”. 

Forse allora queste elezioni possono essere l’esperienza spirituale di lasciarsi chiamare, eleggere, guidare e di ricordare la prima chiamata che fonda tutte le altre: quella alla vita. Solo così potremo a nostra volta eleggere e chiamare qualcun altro, responsabilmente. E una volta eletto qualcuno, non gli lasceremo tutto il peso del lavoro e delle colpe, ma continueremo col nostro pensare, col nostro fare, col nostro pregare, col nostro ascoltare, questa azione di genesi che costituisce giorno dopo giorno il nostro bene comune. Lo Stato nasce nelle relazioni, e nelle pieghe e nelle piaghe delle relazioni è nascosto il Dio-che-è-relazione: Egli lascia le realtà terrene libere di essere se stesse, contraendosi per farle venire alla luce; queste però scoprono che sono libere tanto più quanto più si ricordano di quella voce che continuamente le chiama alla vita. 

Buone elezioni!

Stefano G.

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