Rubrica #VivereVangelo: La mezuzah e la casa cristiana.

​Modena, 23 febbraio 2018
Quando sono entrato nel mio appartamento, una tra le prime cose che ho appeso è stata una bandana che mi regalarono alla Giornata diocesana della gioventù nel 2012, l’anno del terremoto. È un bel triangolo rosso con la croce di san Geminiano, patrono della diocesi di Modena, e una scritta tratta dalla lettera ai Filippesi di san Paolo, che dice: “Siate sempre lieti nel Signore” (Fil 4, 4). L’ho appesa alla porta di ingresso, come protezione per la casa e per chi entra, ma soprattutto per ricordarmi, quando esco, di non avere una faccia da funerale e cercare di portare almeno un po’ la gioia del Signore. Questa scritta mi ricorda una consacrata laica, che conobbi qualche anno fa, una professoressa di lingue straniere, la quale mi aveva confidato la sua gioia nel ricevere l’eucaristia al mattino tutti i giorni prima di andare a scuola, perché così poteva portare dentro di sé il Signore sul luogo di lavoro e lasciargli irraggiare silenziosamente il suo amore, senza che nessuno lo sapesse apertamente. La scritta sulla mia porta è un po’ la presenza del Dio-con-noi, che mi invita a lasciarlo entrare in me, come in un tabernacolo, e a portarlo in giro come l’arca dell’alleanza nelle peregrinazioni dell’esodo nel deserto. 

La porta è un simbolo molto importante: è un elemento di confine che separa e nello stesso tempo unisce il dentro e il fuori, e in tutte le culture riveste un ruolo fondamentale. Gli Ebrei, per esempio, sono soliti fissare sugli stipiti della porta la mezuzah, un astuccio che contiene una pergamena sulla quale sono stilati due brani dello Shemah, la preghiera fondamentale ebraica, cioè Deuteronomio 6, 4-9 e 11, 13-21.  Vorrei riportare il primo di questi brani:

Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio  tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Queste parole celeberrime ci invitano ad amare il Signore con tutto il nostro cuore: se il cuore è la sede più profonda della nostra persona, dove compiamo le scelte esistenziali che ci uniscono a Dio, ecco che allora queste parole ci ricordano che ogni scelta che compiamo deve essere fatta davanti a Dio e secondo Dio.  L’anima è la fonte della vita biologica, quella parte dell’uomo che ha a che fare col mangiare, col dormire, con i ritmi della vita: il Signore ci ricorda che ogni attività può essere epifania di una vita buona e che si può adorare Dio anche con il respiro, con il modo di concepire lo stare a tavola, da come orientiamo il nostro stile di vita giornaliero. Infine le forze ci ricordano le azioni pratiche, con le quali siamo chiamati a dare testimonianza della speranza che c’è in noi, anche senza le parole. 

San Pietro ci ricorda che noi siamo pietre vive, edificio spirituale che si lascia edificare da Dio, e san Paolo spiega che è la nostra vita il sacrificio spirituale più gradito a Dio. Questo significa che, se la chiesa è l’edificio di pietra dove noi, attraverso i sacramenti, attingiamo alla fonte della Vita per vivere bene durante la settimana, la nostra casa è il luogo dove noi, Chiesa vivente, esplicitiamo quella Vita che si è resa presente in noi e a cui noi siamo legati come tralci alla vite. La Santa Messa è la chiamata della famiglia di Dio per ricevere, con l’eucaristia, il Corpo del Signore, che ci rende consanguinei e concorporei di Gesù, e quindi sempre più fratelli tra di noi. È una cena di famiglia per celebrare l’amore e diventare autentici figli di Dio. La nostra casa è invece una chiesa domestica, dove analogamente ai sacramenti celebrati a Messa, viviamo la liturgia feriale, esercitando il sacerdozio battesimale che accomuna tutti i credenti, laici e ordinati.  

La mia casa quindi è un piccolo monastero quotidiano dove ogni ambiente è luogo della presenza feriale di quel Dio che è nato in una mangiatoia, lavorava al banco di un carpentiere ed era sottomesso ad una madre, che filava, cucinava e amava come una qualunque madre sulla terra. La porta è il luogo di accesso alla vita che si svolge nell’abitazione e normalmente chi entra, lo fa con un saluto che celebra l’amicizia, così come il fedele che entrando in chiesa si fa il segno della croce, l’alleanza che unisce l’uomo a Dio. Il salotto è il luogo del dialogo, dove le persone si scambiano informazioni, consigli, affetti, come la navata è il luogo della preghiera, dialogo tra il fedele e il Padre che è nei cieli. Nella cucina c’è un tavolo che serve per mangiare, ma spesso è impiegato anche per leggere, studiare, fare altri lavori manuali. Possiamo vederlo in analogia con l’altare, dove il sacerdote, attraverso la Parola, imbandisce la Cena del Signore. Ogni casa ha inoltre un bagno, dove ci si purifica dallo sporco, per poter vivere nella casa in modo degno con gli altri abitanti. Nella chiesa troviamo similmente il fonte battesimale, che lava dal peccato originale e ci fa rinascere figli di Dio e membri della Chiesa. Infine la camera da letto è il luogo dell’intimità, del sonno e dell’amore, degli affetti privati e della vita nascente, dove ci si può spogliare e vivere il pudore in modo casto, lontani dagli occhi indiscreti. Analogamente il tabernacolo è il Santo dei Santi, dove è custodito il corpo del Signore che ha sposato per sempre la natura umana e, vigile, riposa in attesa di donarsi a chi si dona a Lui con tutto il cuore.  

Analogia non vuol dire identità, come ci ricorda il Concilio Lateranense IV: “Non si può rilevare una qualche somiglianza tra Creatore e creatura senza che si debba notare tra di loro una dissomiglianza ancora maggiore”. Però, se dobbiamo notare una differenza tra liturgia dei sacramenti e liturgia della vita, dobbiamo e possiamo tener presenti anche le somiglianze, attraverso cui, nella vita di tutti i giorni esercitiamo da laici il nostro ufficio di sacerdoti, re e profeti, che condividiamo con tutti i battezzati. La domenica è quindi nello stesso tempo il culmine della settimana e lo slancio che ci fa ripartire verso quella quotidianità dove il Signore, deposti i vestiti festivi, si fa trovare sotto le vesti del lavoro, della famiglia e delle amicizie.

E tu come vivi la tua ferialità? E quale scritta appenderesti sugli stipiti della tua porta?

Stefano

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...