Rubrica #VivereVangelo. Il volto di Cristo.

​Modena, 12 gennaio 2017
Mi è capitato di vedere alcune sere fa un programma di arte dove si faceva notare il fatto che le prime rappresentazioni di Cristo ricalcano le fattezze degli dei greci, per poi lasciarsi condizionare dalle situazioni storiche e culturali dell’artista che aveva il compito di raffigurare il Nazareno Figlio di Dio: dal bambinello biondo con i ricci, all’uomo maturo con la barba, dal Cristo ieratico e trionfante dell’arte bizantina, al Gesù sofferente dei francescani.  Di fatto, se escludiamo la traccia misteriosa e nello stesso tempo luminosa dell’uomo della Sindone, nei Vangeli non compare una descrizione fisica dell’aspetto di Gesù. Certo, il nostro immaginario ha ormai sedimentato l’immagine tradizionale del falegname di Nazareth confortata anche da alcune conferme di santi mistici, per esempio santa Faustina Kowalska, che ha reso famosa l’immagine di Gesù misericordioso. Ma il punto non è qui: di fatto la Scrittura non ci svela il volto di Cristo. Perché?

L’uomo dell’Antico Testamento viveva nel paradosso di essere a immagine e somiglianza di un Dio di cui era proibita la rappresentazione: questo perché Dio non voleva che l’uomo si costruisse un Dio a sua immagine e somiglianza, un idolo che non parla, non ascolta, non respira, non salva. L’ebreo era l’uomo del sesto giorno, un uomo incompiuto, che potendo vedere Dio solo di spalle, condivideva nella sua identità il mistero di Colui che lo aveva plasmato dalla terra. Con il Nuovo Testamento le cose cambiano: Gesù è la luce attraverso cui vediamo la luce, colui attraverso il quale  vediamo quel Padre che ci ha creato e di cui siamo dunque i figli. I Padri della Chiesa insistono nel dire che l’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, ha ora scoperto definitivamente il modello eterno presente nella mente del Padre, Gesù. 

Eppure scopriamo che anche nel Nuovo Testamento il volto di Gesù è elusivo così come la sua identità, che non si scopre subito, ma che si deve avere la pazienza di seguire per il percorso di tutta la sua vita… e oltre: nel Vangelo di Marco solo con la morte di Gesù il soldato che lo trapasserà con la lancia potrà finalmente gridare che era Figlio di Dio.

Certo possiamo immaginare il volto di Gesù come quello di un ebreo del suo tempo, segnato dal lavoro di carpentiere, un volto stranamente molto simile a quello di sua madre, levigato dalla polvere incontrata lungo le strade di Palestina e dagli incontri fatti nelle case, lungo le rive del mare, sulle montagne, dentro le sinagoghe. Il volto mansueto e umile di chi sa vivere nel nascondimento un segreto che però non può fare a meno di trapelare, attraverso una strana luce di gioia che fa sentire accolto chiunque fa cenno di accoglierlo alla sua presenza. Una luce che a volte può diventare così forte da essere come quella del sole e far emergere una realtà che oltrepassa quella dell’umano. Ma Gesù è anche l’uomo del dolore, sfigurato dalle percosse, dalla corona di spine, dagli sputi, stritolato dai dolori della croce. I suoi occhi portano il segno di una contraddizione: chi li guarda sente di essere alla presenza del “più bello dei figli dell’uomo” (Sal 44), ma anche di fronte a chi “non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi… uno davanti al quale ci si copre la faccia (Is 53). Solo la madre intuisce che la sua bellezza proviene dal carico di dolore che egli volontariamente ha deciso di sopportare per amore…

Ma il volto del Cristo non ha volto perché bisogna avere il desiderio di cercarlo, di incontrarlo, di lasciarsi aprire gli occhi per vedere che il proprio volto è a sua immagine. Per scoprire il volto di Gesù allora noi dovremmo semplicemente guardare il nostro volto, liberato da ogni odio, da ogni paura, da ogni peccato, da ogni rigidità: allora scopriremmo il riflesso del volto di Cristo. Ma qui cadiamo in un altro paradosso: il nostro volto, ciò che ci è più vicino e che noi siamo, noi non lo conosciamo, perché nessuno può vedere il proprio viso. I nostri occhi sono primariamente orientati verso l’altro, non verso se stessi: mistero di donazione iscritto nella fisionomia della nostra carne. 

Solo il Vangelo di Matteo (Mt 25) ci dà una traccia da seguire per scoprire il volto di Cristo: questo volto è presente nel volto di chi ha fame, sete, è straniero, nudo, malato, in carcere. Dio incarnandosi si è fatto presente nel volto di ogni uomo: il volto di Dio ora è il volto di Adamo, affinché noi guardando gli occhi di questo nuovo Adamo, possiamo intuire, attraverso un velo che si è alzato, il mistero che ri-vela un Padre sospirante d’Amore per noi.

Come il discepolo di Emmaus amico di Cleopa non ha nome perché ognuno possa identificarsi con lui, il volto del Figlio dell’Uomo non ci viene descritto perché possiamo misteriosamente intuirlo presente nel sorriso di un bambino sull’altalena, tra le rughe della nonna che lo guarda, sulle labbra di una donna che attende un bacio, sulla fronte di uomo intento nel suo lavoro, negli zigomi di un ospite, nelle orecchie di un sacerdote in preghiera, nei capelli diradati di un malato, nel naso di una adolescente che fiuta il futuro. Non c’è bisogno di descriverlo: Gesù per il fedele è una presenza conosciuta da sempre, perché più intima del suo cuore, ma è anche il volto inafferrabile del traghettatore che ti sfida, incoraggiante, a passare sull’altra sponda.

Stefano G.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...