Rubrica #SegniDeiTempi: Dignità della vita vs cultura della morte? Una prospettiva cristiana al fine vita. II parte.

Catania, 21 dicembre 2017

Spesso si denuncia che, dietro la regolamentazione del fine vita, si nascondano anche interessi di tipo economico: quanto è vera quest’affermazione? È in atto una spending review umanitaria?

Nella vicenda di Charlie mi sembra di dover escludere il fattore economico: l’ospedale ha speso di più tenendo il piccolo, rispetto a ciò che avrebbe risparmiato permettendo il trasferimento negli USA per la cura sperimentale.

Ma generalmente gli interessi economici hanno una valenza forte: basti pensare che in Inghilterra, dopo i settantacinque anni, le strutture ospedaliere pubbliche non effettuano la dialisi.

In un momento di risorse limitate, si costruiscono priorità basate sulla presumibile qualità di vita.

Cambiando i criteri che qualificano la vita, per cui ciascuna esistenza non ha più valore incommensurabile e pari dignità, chi non è più al massimo delle potenzialità è meno tutelato di altri.

Per essere più concreti: è chiaro che, nel caso in cui uno ha a disposizione un solo organo da trapiantare, dovendo scegliere tra un soggetto giovane e uno molto anziano, la scelta è prevedibile, ma dovrà basarsi non su una presunta differente dignità, ma su criteri di appropriatezza medica, come l’idoneità all’intervento.

Il criterio di appropriatezza medica prescinde da valutazioni sulla dignità della persona, che hanno dietro anche motivazioni economiche.

Ma tengo a sottolineare che il dramma di Charlie Gard sta proprio nella naturalezza con cui i medici hanno portato avanti la concezione per cui il best interest del piccolo fosse morire.

Dal caso Charlie Gard ad oggi: che prospettive legislative si profilano in Italia?

Il ddl attuale non può definirsi sul fine vita, è un disegno che permette ad un soggetto di interrompere cure e trattamenti – comprese l’alimentazione e l’idratazione artificiali – sia in sede di diretto consenso sia in presenza di una dichiarazione anticipata, a prescindere dal fatto che si trovi nella fase terminale della patologia.

Tutto il discorso sull’accanimento terapeutico, portato avanti anche da alcuni che sostengono di appellarsi alle parole del Papa, si riferisce ad una situazione estrema, di imminenza della morte: più precisamente, nelle ore o giorni che precedono il decesso.

La legge in discussione, invece, muove da una situazione di consenso al trattamento, nella cui nozione rientrano anche l’alimentazione e l’idratazione.

Se fosse disgraziatamente approvata, ci troveremmo davanti ad un testo scritto malissimo: per esempio, non è richiesta paradossalmente la controfirma di un medico al momento della redazione della dichiarazione, mentre per le modifiche sarebbe necessario sia un medico che due testimoni.

Poi, il momento in cui acquistano efficacia le dichiarazioni è indicato con la perdita della capacità di autodeterminazione del soggetto.

Ma quando una persona è capace di autodeterminarsi?

Un soggetto colpito da shock anafilattico, che aveva chiesto di staccare la spina, deve essere lasciato morire senza attuare nessuna terapia salvavita?

Per concretizzare la situazione, ho effettuato con alcuni studenti questo esperimento: dopo aver letto loro un testamento biologico, lo ho invitati a scrivere il proprio; la difficoltà di tutti è stata prevedere in termini precisi quali trattamenti accettare e quali no.

Un conto è aver davanti la prospettiva di una particolare patologia con un esito prevedibile, un altro è ipotizzare i possibili scenari clinici del proprio futuro, prendendo posizione rispetto ad essi.

Alla fine non deciderà né il paziente, né i medici, ma i giudici.

In definitiva, è una classica mossa elettoralistica, per raggranellare qualche voto in più.

Ma il conto da pagare in termini di salvaguardia della vita è infinitamente più alto.
Andrea Miccichè 

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