Rubrica #VivereVangelo: Nella notte verso la luce. Dialogo con San Giovanni della Croce. 

Modena,  15 Dicembre 2017.

Caro amico, questa settimana, il calendario che ho appeso alla parete mi ricorda il tuo compleanno:  sei morto infatti il 14 dicembre del 1591, giorno in cui sei nato al cielo. E quindi voglio far festa con te e dirti il bene che ti voglio con queste poche parole, ma ancor di più coi moti del mio cuore.

Ti ho incontrato tanti anni fa a Parma, lo ricordo ancora, in una giornata tetra: forse non era così il clima fuori, ma era la sorda tortura che mi trascinavo dentro. Mi hai chiamato da uno scaffale di una libreria con un piccolo sguardo che ha catturato il mio. Ti ricordi? Dal tuo libriccino “La notte oscura” ti sei fatto sentire con un guizzo e ti ho letto, ti ho vissuto in quei giorni, ti ho fatto entrare dentro di me e da quel tempo siamo diventati amici, non per merito mio, ma a causa della tua bontà. 

Io ti raccontavo le mie pene e tu mi ricordavi le tue, quando per seguire la strada di Dio ti hanno imprigionato per circa nove mesi al buio, facendoti subire terribili umiliazioni, e lì con un filo di luce hai intravisto la gioia nascosta nella croce e hai scritto canti d’amore.

Mi ricordavi che chi si fida di se stesso è peggiore del demonio e mi dicevi che se volevo essere perfetto, dovevo vendere la mia volontà e darla ai poveri di spirito, andare a Cristo nella mansuetudine ed umiltà e seguirlo fino al calvario e al sepolcro.

Quante volte affascinato ti ho seguito e poi ti ho tradito, rattoppando malamente le mie intenzioni, senza la fiducia necessaria per scalare il monte Carmelo, che tu mi indicavi: ma tu mi hai sempre fatto compagnia nel bene e nel male, cantandomi le tue poesie come un fratello maggiore ad uno piccolo, per fargli sparire la paura. E mi dicevi: per salire il monte della perfezione bisogna imparare a scendere, la strada della salvezza è verso il basso.

Caro amico, quanto mi hai aiutato a vedere Gesù come una persona da incontrare ed amare nella povertà e non come un’idea da raggiungere con lo sforzo e da capire! Quanto mi è stato utile tenere la tua mano nella notte senza sapere la strada, fidandomi solo del contatto con il palmo di quella persona che tu mi suggerivi essermi mandata da Dio in quel momento, per condurmi nella strada verso la luce. Orientarsi, andare verso oriente, verso il sole è l’unica cosa che tutti cerchiamo, ma l’unica cosa che ci spaventa, perché la strada prevede di percorrere la notte, senza poterla evitare e, nella notte, la nostra più grande paura. 

Quante volte ti facevo vedere le mie ferite e ti dicevo che non potevo più camminare, ma tu versavi dentro ad ogni taglio l’olio dell’Amore di Dio e ogni ferita si trasformava in spinta per ripartire e miracolo di senso. 

La sapienza della croce è folle, ma è la sapienza di Dio, quel Dio di luce che è fuoco divorante e quando si avvicina a te, ti abbaglia e ti abbruttisce, come un ciocco di legna nel camino, perché ti fa sputare tutti gli umori malvagi che i continui tradimenti alla Verità dell’Amore ti hanno fatto purtroppo assorbire. Solo alla fine di un lungo cammino, quel povero pezzo di legno, visitato dal fuoco dell’Amore, inizierà ad ardere anche lui, partecipando alla natura del fuoco, pur rimanendo legno. È il miracolo dell’amore che ti fa diventare somigliante a colui che ami, senza perdere la tua identità, ma trovandola nel paradosso del dono di sé all’altro che ti guarda e ti aiuta ad accettarti così come sei. 

Ti ricordi quante volte in questi anni mi hai detto: rinnega i tuoi desideri e troverai quello che il tuo cuore desidera: che ne sai se il tuo appetito è secondo Dio? Sono stato un allievo insufficiente, ma piace stare con te, come un fratello più piccolo fa con uno più grande, e vedere la luce che emani e il profumo che diffondi, il profumo di Papà, che mi ricorda che non solo solo e mi dà forza per andare avanti. Mi piace soprattutto quando mi parli della scala d’amore per raggiungere Dio, una scala segreta per il cielo che bisogna imparare a scendere e non a salire, una scala che possono percorrere solo quelli che accettano di ammalarsi d’amore. L’unica cura per chi si ammala d’amore è l’amore: l’unico rimedio alla ferita dell’amore è lasciarsi ferire e bruciare sempre di più fino a diventare tutto una piaga d’amore, fino a uccidere l’uomo vecchio per rinascere uomo nuovo. Come tu facesti quel 14 dicembre di tanti anni fa, quando passasti da questo mondo allo sposo che che avevi desiderato e intravisto qui sulla terra, ma mai posseduto interamente.

San Giovanni, una volta un amico domenicano mi disse che questa strada non la può compiere completamente se non chi sceglie una vita come la tua: ma io credo che tutti, chi più e chi meno, vivano queste esperienze. Tu però le hai vissute più pienamente per spiegarle anche a noi. E forse è il tempo che questo tuo modo di intendere il Vangelo esca dai conventi e uno stuolo di mamme, papà, operai, artisti, scienziati, fornai proclamino la possibilità di diventare mistici, mistici del quotidiano, santi della porta accanto che vivono lo Spirito Santo nel prisma multicolore del popolo di Dio, come Maria, la santa semplice e profonda che non vuole che nessuno si senta orfano. Come Gesù, il laico che con il suo Amore ha dato un nuovo significato al termine sacerdozio, tracciando una nuova via, quella della complementarità, tra laici e sacerdoti.

Auguri amico mio! Non smettere di volermi bene e… grazie per avermi accettato e avermi fatto vedere il buono in me che non vedevo.

Stefano G.

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