Rubrica #SegniDeiTempi: Dignità della vita vs cultura della morte? Una prospettiva cristiana al fine vita. I parte.

Catania, 14 dicembre 2017.

La brusca accelerazione dell’iter del ddl sul fine vita impone una franca riflessione sul complesso rapporto tra malattia, qualità della vita e dignità della persona.

Dietro apparenti forme di tutela della persona si nascondono prospettive eutanasiche e foriere di una cultura di morte, già entrata nell’universo valoriale di diversi Paesi europei ed extra-europei.

Intervistiamo la prof.ssa Assuntina Morresi, membro del Comitato Nazionale di Bioetica, in prima linea nella difesa della vita umana, autrice del libro Charlie Gard-Eutanasia di Stato edito da L’Occidentale, per approfondire il tristemente famoso caso del bimbo inglese e individuare la fitta trama di interessi dietro la trasformazione dell’orizzonte bioetico di riferimento.

Il caso Charlie Gard ha acceso i riflettori sulla svolta ideologica sul fine vita: dopo la tragica conclusione qual è l’orientamento comune?

La storia di Charlie Gard ha scoperto una tendenza in atto; non costituisce un precedente – già gli operatori inglesi si erano trovati davanti a situazioni simili – ma un incidente, perché ha rivelato lo stato dei fatti.

Come ha denunciato Papa Francesco, la cultura dello scarto è recepita in numerosi protocolli medici: ogni volta che ci si trovi davanti a una prognosi infausta, come quella di Charlie Gard, la preoccupazione non è più l’assistenza nella fase terminale, ma la soppressione di una vita caratterizzata da una bassa qualità.

In modo silente e senza clamore, un criterio eutanasico è entrato nella prassi medica.

Si è creata una nuova gerarchia di valori tra favor vitae e favor mortis…

Certamente! Charlie Gard è stata una sentinella, una lampada accesa per manifestare questa tendenza serpeggiante nelle coscienze.

Pensiamo al caso totalmente opposto di Dj Fabo: l’opinione comune è stata che non si potesse vivere un’esistenza così segnata dalla sofferenza fisica, in modo molto simile a quanto hanno ritenuto i giudici inglesi per il piccolo Charlie.

I media, in tutti e due i casi, hanno portato avanti l’idea che, in tali condizioni, sia meglio farla finita, senza preoccuparsi delle migliori modalità per garantire un’assistenza.

Si rovesciano in modo crudo le coordinate di tutela della vita, tanto da imporre la visione eutanasica anche contro la volontà dei genitori.

Il fatto che i giudici abbiano scelto, nella controversia, contro la posizione dei genitori, può essere considerato una conseguenza della crisi della famiglia?

Fa molto pensare che i genitori, pur non essendo stati dichiarati inabili a prendersi cura del figlio, siano stati messi da parte in questa decisione.

Ma non ritengo che ciò sia il punto determinante: nel leading case di Tony Bland (ragazzo inglese, in stato vegetativo a causa della strage di Hillsborough del 1989, n.d.r.) l’istanza dei genitori, poi accolta dalla giustizia inglese, era per l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali.

Perciò, non è essenziale chi decide, ma cosa si decide: non mi preoccupa che, in caso di contenzioso tra i genitori su questioni relative a minori, decida un giudice con particolari competenze; piuttosto, il potere di vita e di morte su un minore non lo può avere nessuno, sia esso genitore, medico o giudice.

Per me, sarebbe stato aberrante anche se i genitori avessero chiesto la morte del figlio.

Avendo premesso ciò, nel contesto del Caso Charlie Gard, la voce dei genitori non è stata quella preferenziale, ma una voce tra le altre, per di più di minoranza: il tutore, il giudice e l’ospedale erano già orientati per l’eutanasia; l’unica voce per la vita del piccolo era la famiglia.

Ciò dimostra la sfiducia dello Stato verso i genitori rispetto al loro compito di cura dei figli.

…continua il prossimo giovedì 

Andrea Miccichè 

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