Rubrica #SegniDeiTempi: INTERVISTA. Il volto della Misericordia nel cuore dei carcerati. 2° parte.

Catania, 23 novembre 2017
Accogliendo il messaggio di Papa Francesco di evangelizzare con la misericordia, noi cristiani veniamo in contatto con la profondità del mistero del Male, che, se illuminato dalla Grazia e dalla Carità, può essere trasformato in testimonianza e vocazione.

Ecco due testimonianze: un sacerdote, Padre Antonio Lovetere, e S. F., ex detenuto (in questa 2° parte), ci mostrano il cammino di rinascita dal buio della colpa fino al reinserimento e all’impegno sociale.
Raccontaci la tua esperienza: come sei riuscito a vivere il carcere nella prospettiva della conversione?

S. F.: Provengo da una famiglia benestante, ho frequentato la parrocchia, il volontariato, fino a quando, tra cattive amicizie e desiderio di guadagnare soldi facilmente, sono caduto in un giro malavitoso, a causa del quale sono stato arrestato.

Fortunatamente, la detenzione è durata poco, ma sono stato segnato profondamente; l’esperienza del carcere non si può dimenticare del tutto. E, in questo la società non aiuta.

Ciò che colpisce di più non è la perdita della libertà, gli spazi ridotti, le poche comunicazioni – a questo mi sono abituato – ma la perdita della stima da parte degli altri; non si dà a chi ha sbagliato una seconda possibilità.

Ciò che mi ha risollevato e mi ha dato la forza di ricominciare è stato ritornare nella comunità cristiana, grazie a Padre Antonio Lovetere e alle associazioni che mi hanno accolto, ridandomi dignità e mostrandomi che non sono il denaro o il potere a qualificare una persona.

Nel carcere ho potuto confrontarmi con altri detenuti, venendo a contatto non solo con le loro profonde sofferenze, ma soprattutto con il senso di umanità, con la voglia di cambiamento, che mi ha spronato a divenire un uomo migliore.

Ora sono padre affidatario di due figli e lotto perché le istituzioni migliorino e la Sicilia sia liberata dalla piaga della mafia.
Alla luce della tua esperienza, è opportuna un’amnistia, come richiesto dal Papa, o è meglio che sia garantita la certezza della pena?

S. F.: Io credo che, nel nostro sistema penitenziario, la certezza della pena sia un lontano ricordo; la legge, purtroppo, non è uguale per tutti e un’amnistia aggraverebbe ciò, perché favorirebbe indiscriminatamente persone che ancora non hanno coscienza della propria colpa.

Invece, io credo che debba essere modificato il senso della pena, attraverso un percorso rieducativo, che coinvolga ancor di più le associazioni e non soltanto le istituzioni preposte. Io posso dire che la giusta pena, che ho scontato, mi abbia aiutato a crescere e a vigilare di più su me stesso.
Quale messaggio vuoi offrire ai giovani?

S. F.: Parlare ai giovani è molto difficile; sembra che infrangere le regole sia divertente, pare che dia potere.

Ciò che posso consigliare è spendere la propria vita in favore degli altri, cacciando l’illusione del potere e del denaro e riscoprendo il valore delle buone amicizie.

E, poi, impegnarsi perché la società sia sempre più accogliente, in modo che nessuno sia un’isola, come dice Papa Francesco: molte volte, lo scarto produce sentimenti di rivalsa, di desiderio di potere, che corrompono la buona volontà e fanno compiere grandi errori.
Andrea Miccichè

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