Rubrica “Parola a voi”: Intervista impossibile a Giò Ponti. Seconda parte.

Modena, 13 novembre 2017

Insieme a Riccardo Benatti continuiamo la nostra intervista impossibile a Giò Ponti. Se la volta scorsa l’architetto ci ha parlato della sua cultura e della sua idea di architettura e design, questa volta toccherà anche le tematiche della fede e del suo rapporto con l’arte. Ascoltiamo questo messaggio proveniente dal passato, come dentro una bottiglia di vetro salvata dal mare, e lasciamoci interpellare dalla meraviglia per dare la nostra risposta al tempo presente con il talento che Dio ci ha affidato. 

Buona lettura. Stefano G.

Quale rapporto c’è tra il committente e l’architetto?

Vitruvio diceva che il committente è il padre, l’architetto è la madre e la costruzione è figlio di questo matrimonio. E tu lo vedi se questo figlio è cresciuto bene…avete visto il palazzo Pirelli a Milano? Oppure la sede della Montecatini sempre in città? Quest’ultima è stata il mio primo grande incarico. È stata una grande occasione di disegno totale dall’architettura agli arredi! Ho studiato e disegnato ogni minimo particolare per i 1500 impiegati della Montecatini: apparecchi, sedie, scrivanie, …per me non è stata una questione di prestigio o altro. Il fatto è che passiamo la maggior parte del tempo a lavoro e quindi l’ambiente del lavoro dovrà essere dei più degni, più belli e più civili. È una nostra responsabilità di architetti! A volte Guido Donegani, fondatore e presidente della Montecatini, mi contestava molti aspetti della progettazione e io gli rispondevo di ogni soluzione adottata con una tale passione e intensità che riuscivo a farlo innamorare dell’opera, tanto che non ho cambiato nulla del mio progetto. Non sono presuntuoso o arrogante. Sono sempre stato molto rispettoso e sincero con i miei committenti. A volte la questione è comprendere qualcosa che non è sempre chiara e il segreto sta nel coinvolgere la persona stessa. Quando questa persona entra nel progetto, lo capisce, diventa tutto più chiaro e si innamora. Ci si può innamorare veramente delle cose solo se le conosciamo. Come si fa ad innamorarsi se si rimane solo all’esterno?

Allora Architetto, ci faccia innamorare della sua ultima opera: la Concattedrale Gran Madre di Dio a Taranto.

Quando mi è stata commissionata quest’opera era la metà degli anni 60’. Ormai avevo progettato tutto: case, musei, edifici, mobili, ceramiche, riviste…come potevo non concludere con l’architettura sacra? È stato un percorso molto intenso con Motolese, l’Arcivescovo metropolita di Taranto, che sognava questa grande cattedrale per i fedeli. Questa volta però era diverso. Mi sono sempre chiesto chi fosse il vero architetto dietro la progettazione di una chiesa…(l’architetto Gio Ponti si ferma di parlare e comincia a disegnare su un foglio in silenzio)

Ed è riuscito a darsi una risposta a questa domanda? 

Certamente! Vede questo disegno? (gli mostra il disegno della facciata della cattedrale). Le vede queste grandi finestre della facciata? Sono finestre che si aprono al cielo e non si aprono dall’interno di una chiesa. Questo perché il vero progettista di una chiesa non è solo l’architetto, ma anche Dio stesso. Queste finestre, infatti, contemplano la bellezza della creazione stessa di Dio, che con tanta umiltà non ha creato un mondo perfetto, affinché con i suoi figli potesse proseguire la costruzione di questo mondo. Possiamo dire che l’Italia l’han fatta metà Dio e metà gli architetti!

E le finestre che si aprono all’interno della chiesa stessa cosa contemplano? 

Maria Santissima che è stata fra noi in questo mondo e ha cresciuto il figlio di Dio affinché adempisse la parola di Dio stesso. Questo messaggio è evidente nell’unica raffigurazione dietro l’altare. Per il resto ho voluto che la chiesa fosse semplice, accogliente e luminosa come la parola di Dio. La sua presenza è rappresentata dalla luce che entra e si diffonde armoniosamente all’interno della chiesa stessa. Questa luce arriva a toccare tutti i presenti. Tutti siamo chiamati a percepire, conoscere e vivere Dio, attraverso la sua parola che spicca il volo su ali d’aquila, di cui ho disegnato una sua forma stilizzata per l’altare. Per questo non ho voluto altra raffigurazione se non quella di cui ho parlato prima, affinché il fedele fosse permeato nel cuore e nell’anima e non fosse abbagliato da dipinti, statue o altri sfarzi comuni nelle nostre chiese. Ma un occhio attento si rende conto che Maria e Gesù non sono i soli raffigurati. Esempio: le forme delle aperture presenti all’interno della chiesa completano questo concerto di angeli e santi attorno a Gesù. 

E come? Ci spieghi meglio. 

Gesù è all’interno di una finestra rettangolare con architrave triangolare che si trova al centro di una serie di aperture, di cui sei alla sinistra e altrettante alla destra: i suoi apostoli. E poi vedete che sono presenti triangoli equilateri e altri con punta più acuta? L’architettura della chiesa è un concerto di forme e colori che hanno una loro precisa collocazione di cui non posso svelarvi proprio tutto tutto. Cercate voi stessi. Niente ho lasciato al caos, ma solo all’immensità dell’amore di Dio.

Quale frase può lasciare ai nostri lettori per riassumere il suo lavoro?

Meravigliosa ventura quella degli architetti, concessa da Dio: costruire la Sua casa e costruire per gli uomini, nella Sua ispirazione, la loro casa, il tempio della famiglia.

Riccardo Benatti

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