Rubrica #SegniDeiTempi: Perché ricordare la Shoah? 

Catania, 26 ottobre 2017

Dopo i fatti della strumentalizzazione della figura di Anna Frank da parte degli ultrà laziali contro la tifoseria romanista, è d’obbligo fermarsi a riflettere su ciò che è stata la Shoah e perché, ancora oggi, non si può rimanere indifferenti davanti all’orizzonte di male che ha segnato il Novecento.

La Shoah non è stata l’annientamento soltanto di un popolo, ma di ogni Persona, in ogni tempo e in ogni luogo: a tutti è stato tolto il valore della civiltà; a tutti è stata negata la possibilità di testimoniare ideali; si ripropone quell’appendere le cetre ai salici, di biblica e letteraria memoria, così che scrivere poesie dopo Auschwitz è un atto di barbarie (T. W. Adorno).

Il principio della distruzione è racchiuso nella banalità del male, teorizzata da Hannah Arendt: il confine tra gli estremi di Bene e Male è stato reso labile, poiché la libertà è stata scissa dalla responsabilità; quel binomio, costruito sapientemente da Lévinas, per cui essere liberi significa rispondere al volto dell’Altro, è stato cancellato dalla lucida follia di chi si è posto arbitro della vita e della morte per un popolo intero.

Eppure, nonostante la Shoah e, anzi, proprio a causa di essa, è necessario fare memoria, assumersi su di sé il dolore del secolo, comprendere che il sistema nazista è un fenomeno che nasconde il male radicale della mania di onnipotenza dell’individuo.

La sola memoria del sentimento è insufficiente, provoca una commozione effimera, cieca davanti alle nuove sofferenze.

La corona di fiori, la promessa di una delegazione di tifosi ad Auschwitz, i discorsi sono nulla: violano soltanto il sacro silenzio davanti al dramma storico.

È la memoria attiva che può rendere quel silenzio fecondo: comprendere che tutti siamo lesi dalla barbarie del genocidio è il primo passo per entrare nella storia e operare una scelta etica.

Più che esorcizzare il male con frasi di circostanza, la vera responsabilità è accettare la cicatrice del passato come monito per il presente.

La memoria della Shoah porta con sé l’imperativo sacro del tiqqun ‘olam, del perfezionare il mondo, al fine di rispondere a quel dolore tramite una nuova redenzione, una rinnovata fiducia nel valore della civiltà, perché la Storia non sia un groviglio senza significato, ma sia illuminata dal volto dell’Altro, dal principio della libertà responsabile, perché la sofferenza del secolo non rimanga senza senso, ma riceva un “balbettio di significato” (Hans Jonas).

Pertanto, come affermava Elie Wiesel, “chi ascolta un superstite dell’Olocausto diventa a sua volta un testimone”, in una catena di martiri della Shoah, capaci di rinnovare quell’interrogativo della Genesi: “Adamo, dove sei?” e di rispondere, con altrettanta forza, “Sono nel Volto dell’Altro”.

Andrea Miccichè

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