Rubrica #RiflessioniCristiane: Vivere e convivere. Riflessione sulla lettera aperta di Theresa May di questo 19 ottobre.

Roma, 19 ottobre 2017

Vi svelo un segreto: per potere “rifettere cristianamente” in questa rubrica, le notizie del mondo e gli accadimenti personali sono elementi di vero e proprio studio.
Non mi limito ad ascoltare la notizia, ma cerco di leggere la stessa: è un lavoraccio! Ma è un lavoro che mi piace e rende le mie giornate più interessanti.
Tra gli avvenimenti, che hanno destato il mio interesse in questo 19 ottobre, figura la lettera aperta del Premier britannico, Theresa May. La lettera è indirizzata a tutti i cittadini provenienti dall’Unione Europea, che abitano nel Regno Unito.
In essa due affermazioni hanno suscitato il mio interesse. Le riporteremo di seguito (in grassetto) e vi rifletteremo.

 

Salvaguardare i diritti dei cittadini dell’Unione Europea che vivono nel Regno Unito e dei cittadini britannici che vivono nell’Unione Europea .

Circa questa affermazione, un redattore di una rubrica recante il nome “#RiflessioniCristiane” ha la legittimità di una sua visione in merito.
Si tratta del verbo vivere. E’ di uso comunissimo? Sì, ma può destare alcune suggestioni.

Ci rendiamo conto che la vita è piena di concretezza? Qui sta la prima consapevolezza in merito. Inglesi o no, si vive, si cerca la propria realizzazione, si vuole fare qualcosa di bello per se stessi e, forse e lo si spera, per il mondo.

Vivere fuori dal proprio paese, come accolti in un altro paese, non significa vivere in modo peggiore. Siamo noi a vivere: uno Stato di Diritto esiste, ma non respira come chi vi vive dentro. Questo è sostanziale.

 

Attribuiamo un enorme valore al contributo che i cittadini UE apportano al tessuto economico, sociale e culturale del Regno Unito. E so che gli altri Stati membri attribuiscono altrettanto valore ai cittadini britannici che vivono nelle loro comunità”.

I cittadini dell’Unione Europea, che vivono fuori dalla propria nazione, sono portatori di un contributo dal valore “enorme”: un valore che dà più senso alle relazioni della vita.  La Premier britannica si riferisce al “più valore” in campo economico, sociale e culturale.
Questi ultimi due aggettivi sono importantissimi:
Sociale: la società è per se stessa inclusiva, dal momento che, ovviamente, bisogna vivere dentro essa. In questo tessuto sociale non si può non guardare a quanto di buono gli altri possano apportare. Il famoso detto “l’uomo non è un’isola”, seppur forse troppo semplicistico, è esempio di ciò. Vivere significa per se stesso con-vivere. La convivenza, poi, non si subisce, né risulta limitativa: è parte di ciascuna esistenza che cresce nella relazione.
Culturale: sembra ovvio leggere quest’aggettivo da una donna di governo, ma, a sensibilità cristiane, esso dovrebbe sembrare provvidenziale. La cultura è parte della vita, è portatrice di senso alla vita, aiuta nelle diniamiche con gli altri. Nella cultura ci sta tutto il bene di chi ha vissuto prima di noi. Essa, pertanto, cerca sempre il bene nuovo che può farla divenire migliore. Un estraneo alla cultura di un popolo, se integrato e accettato, porta sensibilità e sfumature diverse al sentire di una comunità. Non hanno fatto così anche i cristiani nel mondo? Basta pensare a quanto avvenuto al tempo Imperiale Romano.

Oggi la lettera aperta di tale capo di governo ci ha fatto leggere il nostro tempo cristianamente: un buon inizio per essere cristiani nel mondo.

A presto.

Luca Sc.

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