Rubrica #VivereVangelo: Lasciate che i bambini vengano a me. Storia di un insegnante speciale.

​Modena, 14 ottobre 2017

“Signore e signori, ragazzi e ragazze: tutto ciò che serve in questo mondo è un po’ di stupore”: sono queste le parole che Mendez dice ad un certo punto nel “Circo della farfalla”, un bellissimo cortometraggio che sto facendo vedere alle mie terze medie. Queste parole mi sono risuonate nelle orecchie molte volte negli ultimi giorni ed emergono dal cuore oggi, ripensando alla cena che la settimana scorsa ci ha offerto, come tutti gli anni, il nostro prof. di lettere delle medie, per noi semplicemente Ermanno.  

Sono venticinque anni che lo conosciamo, io e i miei amici, da quel fatidico primo giorno di scuola quando, assegnandoci subito un tema come compito, ci mandò a casa in lacrime. E poi descrizioni, cartine, riassunti, ricerche di vocabolario, a volte richieste impossibili: ma lui aveva una dote… la dote dello stupore. 

Non riuscivi a non innamorarti prima di tutto del personaggio, dei suoi viaggi strampalati con ogni mezzo di trasporto, del modo con cui perdeva ore sulle parole e sui valori, del senso di avventura che ti faceva scorrere nelle vene, quando cercavi di stare dietro ai suoi ragionamenti improbabili. 

Un giorno, col consenso dei genitori, ci ha aspettato nel parcheggio della scuola per portarci a casa sua. Poco prima avevamo fatto delle caldarroste in classe, cosa già all’epoca proibita, oggi impossibile. Si è presentato con il furgone di suo fratello e ci ha preso in braccio, lanciandoci come sacchi tra i sacchi delle castagne, e ci ha portato nel mirabolante mondo dove viveva. 

Lui era ed è così: prima ti spiega Leopardi, Pascoli, D’Annunzio e poi ti stupisce con il racconto di un viaggio in Egitto, o con le leggende di un calzolaio, la coltura dei fagioli o come si fa il vino: stare con lui era un’eterna avventura e generazioni di studenti gli sono grati per il suo modo assolutamente anticonvenzionale di spiegare. 

Tutti gli anni da venticinque anni anche io coi miei compagni andiamo a trovarlo a cena per mangiare lo gnocco fritto o come si dice da noi a Modena “il” gnocco fritto, perché l’unto vince sulla grammatica. Sono cene infinite in cui si parla di tutto, dalla famiglia ai parenti lontani, dalla gradazione del vino nell’ultima vendemmia a come vivere il cristianesimo, dalle storie del duca di Modena all’interpretazione maoista del comunismo, dall’allevamento dei conigli alla pesca dei siluri… fino a quando gli occhi si chiudono, qualcuno si addormenta sul divano e ci salutiamo con la promessa di vederci magari per un giro in bici.

La settimana scorsa gli ho chiesto: “Ermanno cosa ci vuole per i ragazzi di oggi?” Lui ci ha pensato un po’, si è versato un abbondante bicchiere di vino e mi ha detto: “Bisogna sfidarli a tirare fuori il meglio di loro, bisogna far loro usare le mani e la testa: bisogna provocarli”. 

Poi ci ha raccontato di quando con un gruppo di amici si è recato negli anni settanta in Nepal con la jeep, per poi fermarsi al confine cinese e ritornare indietro con la voglia di vedere e capire la Cina. 

Una volta a casa, con un suo amico è andato in autostop fino a Roma per parlare con l’ambasciata cinese e chiedere un visto di studio, ma trovandola chiusa, ha acceso come se niente fosse un fornellino sotto il colonnato di San Pietro per farsi due spaghetti… ed è tornato a casa… “La prossima volta ce la farò”. 

La scuola con lui era spiazzante: nessuno, penso, ha mai capito il suo programma, ma col suo modo di fare ha sempre lasciato acceso in noi quegli occhi stupefatti da bambini che si meravigliano della vita. 

Grazie a lui ho rivisto quegli occhi in alcuni miei studenti molto piccoli posti di fronte alla bellezza di una lingua antica o allo stupore e alla commozione di sentire per la prima volta una parabola del Vangelo. Lo meraviglia fa nascere la filosofia, diceva Aristotele, il fiducioso abbandono degli occhi alla sorpresa dell’amore fa nascere la fede, diceva il maestro di Nazareth, chiamando vicino a sé i più piccoli.

Ricordo ancora quel maggio del 1994 quando Ermanno ci portò alle Cinque Terre in gita per studiare sul campo la poesia di Eugenio Montale: sul promontorio di Punta Mesco dovevamo trovarci con un’altra classe per giocare e leggere i tentativi di poesia che avevamo composto noi a casa. “Prima però – ci disse Ermanno – andiamo a trovare un vecchio marinaio, che mi salvò la vita quando stavo per naufragare qui davanti con la mia barca a vela. Ma si trova dalla parte opposta!” Arrivammo da quel signore e mangiammo come la cosa più buona del mondo i limoni che ci stava offrendo, con una fame ed una sete incredibili: da quel momento i limoni di Montale ci entrarono nel sangue. 

“Lasciate che chi ha un cuore di bambino venga da me”, diceva il falegname Figlio di Dio. E se non hai quel cuore, scambialo con un limone scoperto in amicizia lungo un sentiero della Liguria e scoprirai la bellezza della vita.

Stefano G.

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