Rubrica “Vivere il Vangelo”: L’intervista. In dolce attesa… Dialoghi tra fedi diverse con un’amica ritrovata

​Modena, 30 settembre 2017

Mancano pochi giorni alla nascita di Adam e, visto che la mia amica Eleonora è ritornata in Italia per il parto, ne approfitto per farle una telefonata e chiederle se le va di concedermi una piccola intervista, in primo luogo perché l’attesa di un figlio è un’esperienza davvero particolare, in secondo luogo perché lei è presbiteriana, e quest’anno ricorrono i cinquecento anni dalla Riforma protestante. 

Eleonora, ti puoi presentare ai nostri lettori?

Sono tua amica da tanti anni, da quando a Parma studiavamo assieme filosofia, nelle aule strettissime di Borgo Carissimi, cercando di farci un’idea degli esami e della vita. Poi mi sono trasferita a Roma, dove ho studiato bioetica e ho approfondito una delle mie grandi passioni: le lingue. Sono sempre stata una ragazza indipendente e questo mio spirito libero mi ha portato a studiare economia in Cina e a trovare lavoro come cultural deployment leader in Inghilterra, dove vivo con mio marito Joel, un ragazzo ungherese. 

Cosa ti sta dando la fede in questo periodo della tua vita?

Direi che tutto può riassumersi nella parola “affidamento”. Io sono sempre stata una che controllava tutte le cose che le succedevano intorno, ma la gravidanza è tutt’altro che controllo: non sai se l’embrione attecchirà o no, non sai se e come progredirà. Ecco, affidarmi a Dio in questo periodo mi ha salvata completamente. Poco dopo che ho scoperto di essere incinta, la mia azienda mi ha spedito negli Stati Uniti: diciotto ore di volo per arrivare in Missouri, ed ero in panico ogni giorno, perché avevo paura di perdere la gravidanza. Avevo però anche tanta fiducia, perché mi dicevo:“Questo bimbo è voluto dall’alto: Signore, l’hai voluto Tu e mi aiuterai a preservarlo”. Anche ora che sono rientrata in Italia per il parto, i problemi li affronto affidandomi: “Tu lo vuoi, Signore, andrà bene”. La fede mi sta molto aiutando anche al corso pre-parto: vedo che molte altre ragazzesono preoccupate e hanno paura, io no, mi affido e questo mi aiuta a superare giorno dopo giorno le cose che si presentano.

Puoi raccontarci come hai riscoperto la fede? 

Sono presbiteriana, una confessione che nasce dalla riforma calvinista. In Inghilterra vivo un altro tipo di fede rispetto a quella che vivevo in Italia. Ma come sai, la mia fede in Dio è nata molto lontano da casa, in Cina. Stavo facendo il master in economia e dovevo intervistare cinquecento consumatori per la tesi. Tra le informazioni richieste c’era anche se erano credenti o meno: dopo il comunismo circa il 90% degli intervistati faceva capire di non credere. Lì mi è capitata un’esperienza molto dura: mi ero lasciata con Joel e mi sentivo nella più completa solitudine e senza orientamento. Ho conosciuto una ragazza ghanese che è diventata mia amica e mi ha sostenuto: era protestante e mi ha fatto conoscere una comunità dove ci si trovava a pregare tutti insieme. Ci riunivamo a casa di una famiglia dove tutti, dai bambini agli adulti, ascoltavamo e commentavamo la Parola di Dio. All’estero quando sei lontana da tutto e da tutti, se trovi qualcuno che ti accoglie, lo senti ancora più vicino e lì, sentendomi amata, ho riscoperto quella fede che avevo lasciato tanto tempo prima. Dio mi ha trovata per una via veramente strana: per una personacome me così libera e contraria a certe forzature della Chiesa, come mi erano state fatte conoscere, era difficile accostarsi alla fede, ma Lui ha saputo avvicinarsi al mio momento di solitudine e farsi riconoscere. E alla fine ho ritrovato anche Joel.

E oggi nella vita di tutti i giorni che rapporto hai con la tua fede?

Ho girato molto e cambiato tante case, mi sembra di essere una zingara. Ora sono qui in Italia e sto aspettando Joel, che è costretto a rimanere in Inghilterra per lavoro: verrà presto qui ad aiutarmi col bambino. Sono riuscita ad inserirmi in alcune comunità, ma i continui spostamenti rendono difficile mantenere relazioni stabili e la comunità è la cosa che mi manca di più. Poter condividere la mia fede con altri è molto importante e il fatto che ora sia costretta a viverla in modo intimistico è qualcosa che mi pesa. Per questo pur di incontrare Dio, partecipo alle celebrazioni cattoliche: certo ho le mie preferenze, ma alla fine la cosa più importante è incontrarlo. Mi astengo dall’eucaristia,perché noi viviamo i sacramenti in modo diverso, ma ora almeno riesco a parlarne coi miei parenti ead instaurare un dialogo con loro anche su queste questioni. Devo dire che una delle cose che ha colpito di più anche mio marito è stato il percorso che abbiamo fatto insieme in preparazione al matrimonio: ci siamo sposati infatti un anno fa. Mio marito è stato educato in un rigido collegio ungherese, dove si preparavano anche i seminaristi, e ci siamo stupiti del fatto che “l’anziano” che ci teneva il corso ci abbia accolto in una pasticceria, offrendoci dei dolci. Ha instaurato con noi un dialogo e, grazie a questo suo modo cordiale di fare, ci ha permesso di aprirci, è riuscito a toccare anche temi molto intimi come la sessualità. Il fatto che lui fosse sposato gli ha permesso di portarein modo vivo anche la sua esperienza personale. È stato tutto molto concreto e reale.

Grazie Eleonora per le tue parole. Da queste brevi risposte mi sembra possano nascere molti spunti di riflessione ecumenica. Penso che il dialogo sia il modello più adeguato, forse quello che permette in modo più concreto il rispetto delle diversità e delle tradizioni a confronto, ma nello stesso tempo lo stimolo per ripensare le proprie idee. La difficile arte di costruire ponti verso l’alterità ha però bisogno dell’amicizia e di una sincera e comune attesa di cercare il meglio per l’uomo, quell’Adam che tu, Eleonora, porti in grembo come segno di speranza. 

L’unico Dio che si è fatto uomo per noi ci insegni la strada verso l’unità e la fraternità, segno distintivo del Vangelo. 

Stefano G.

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