Rubrica “Vivere il Vangelo”. L’antica arte di riparare i vasi rotti

Modena, 16 settembre 2017

In questi giorni mi sono confrontato con il vangelo di domenica scorsa (Mt 18, 15-20), quello che parla della correzione fraterna, ed è stato come ricevere sale su di una ferita, perché questa volta il fratello da correggere sono io. Tanti mesi fa ho rotto un oggetto prezioso, perché non lo capivo, perché ritenevo che non facesse parte di me, perché questo oggetto mi feriva. Tuttora non capisco questo oggetto, ma non posso dire che non sia stato pieno di grazia, come un antico vaso, che non capisci da dove viene, quale è stata la sua storia e perché ti è capitato tra le mani, eppure non puoi non ammirarne la bellezza.

In Giappone esiste un’arte ancestrale di nome “kintsugi”, letteralmente “kin”, cioè oro, e “tsugi”, riunire, che consiste nel riparare oggetti di ceramica rotti attraverso un metallo prezioso, che può essere oro, argento liquido o lacca con polvere d’oro. Nell’estetica giapponese, infatti, un oggetto rotto non perde il suo valore, anzi le linee di frattura, colmate col metallo più prezioso che ci sia, creano una nuova bellezza, data dal fatto che le venature che si vengono a formare sono sempre diverse ed uniche per ogni oggetto, come la storia che ha portato quella ceramica a rompersi, proprio in quei punti. 

È un po’ quello che ha fatto il Risorto con il suo corpo: Egli non è diverso dal Crocifisso, ma ha ricevuto glorificato il corpo della passione, in cui le ferite rimarranno per l’eternità nel Regno del Padre, a mostrare per sempre la bellezza dei segni dell’amore. Facendo comunione con Lui, anche noi diventiamo il corpo mistico di Gesù, di cui Lui è il capo, e siamo chiamati a riprodurre in noi la storia di quel corpo ferito e risorto. I tagli, i fori, le lacerazioni che abbiamo inflitto all’unità dei fratelli sono chiamati ad essere colmati come un vaso giapponese dall’oro dell’amore, per creare ogni giorno un capolavoro nuovo: il capolavoro della comunione. 

Matteo nel Vangelo ci dice che l’amicizia con l’altro è un guadagno, ed usa proprio il verbo del lucro economico (“kerdàino”), per ricordarci che il vero tesoro non è ciò che hai o ciò che l’altro ti può dare, ma ciò che ognuno è: l’altro è il talento nascosto. E due talenti messi insieme sono già un gruzzolo considerevole per giocarsi la vita, figuriamoci una comunità radunata. 

Ma se l’arte di riparare i cocci è per l’appunto un’arte, da chi impararla, e come? Confesso di avere ben poche nozioni a tal riguardo. Eppure il Vangelo di Luca (Lc 2,19) ricorda che c’è una persona esperta nel mettere insieme le cose distanti: è Maria che di fronte alla nascita di Gesù “serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”, alla lettera “mettendole insieme nel suo cuore”. Il verbo usato è “symbàllo”, il verbo del simbolo, cioè di quella parola che riesce a tenere uniti due significati, in modo che l’uno sia la manifestazione dell’altro. Maria rammendava, cuciva, aggiustava le cose di casa, teneva insieme questa strana famiglia a Nazareth, dove Dio aveva deciso per sempre di rimanere unito all’uomo. Ed era così innamorata di questo bambino, il quale teneva insieme l’infinito ed il finito, il tutto ed il frammento, che ne diveniva giorno dopo giorno il simbolo, la manifestazione più autentica. Perché chi ama diventa simile a colui che ama. 

E allora anche lei si faceva discepola del Signore dell’unità: “Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne (Ef 2, 14).

Mi metterò alla scuola dei due abitanti di Nazareth, per imparare l’arte dell’unità, e come il pagano ed il pubblicano, i testardi del Vangelo della scorsa domenica, cercherò di accogliere come se fosse la prima prima volta il Vangelo della pace.

Stefano Golinelli

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