Rubrica “Segni dei tempi”. In ricordo del Card. Caffarra

Caltanissetta, 7 settembre 2017

Ricordare una persona scomparsa è sempre difficile: cogliere l’essenza di un volto, il cuore di un apostolato, le sfaccettature di una missione sono compiti veramente ardui.

Se, poi, si considera che il personaggio che vogliamo presentare come testimone è il card. Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, oggi deceduto dopo una lunga malattia, si giunge a sfiorare l’impossibile.

Eppure, siamo in dovere di fare luce su questa personalità complessa, da tutti considerata come il padre dei cosiddetti dubia, dei dubbi rivolti da quattro porporati al Papa per ottenere chiarimenti sull’interpretazione dell’Amoris Laetitia.

Sul web si privilegia il lato divisivo, quasi noir, di un apostolo della famiglia e della difesa della morale cattolica: tratteggiato come un inquisitore o come l’estremo baluardo contro le derive progressiste, il card. Caffarra è sminuito nella sua grandezza.

Ma lasciamo al tempo il compito di far affiorare la Verità: a noi basta ricordare un’immagine e una battuta, che sono ben più espressive di tante parole al vento.

Un’immagine: l’abbraccio del cardinale con il Papa presso il Duomo di Carpi, nel corso della visita di Francesco nelle zone colpite dal terremoto.

In molte icone si vedono gli apostoli Pietro e Paolo abbracciati, segno della comunione che oltrepassa le diverse vedute e giunge alla perfetta carità.

Francesco e Carlo, Pietro e Paolo: a dispetto delle dietrologie, la dialettica nella Chiesa è sempre esistita e anche i principi degli apostoli ne sono stati protagonisti.

Fondamentale è, tuttavia, mantenere l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace, come afferma San Paolo nella Lettera agli Efesini: molteplicità nelle prospettive, ma sempre fedeltà alla Chiesa e al deposito della fede.

E, in quest’ottica, si comprende anche la battuta con cui il card. Caffarra respingeva le accuse di opposizione al Santo Padre che gli erano mosse: “Preferirei che si dicesse che ho l’amante piuttosto che sono contro il Papa!”.

Preferire che sia infangato il proprio nome piuttosto che essere accusati di disobbedienza è una forma di martirio: l’obbedienza al successore di Pietro è la garanzia dell’ortodossia della fede, ed è anche il contesto nel quale può muoversi un legittimo dissenso, o meglio, una costruttiva alternativa, espressa con le forme e lo zelo di chi è consapevole della propria missione.

Nessuno è esente da errori o debolezze: dinanzi al nostro limite si apre la Misericordia di Dio, come ricorda Papa Francesco; siamo certi che in questo momento, il nostro fratello cardinale, giunto alla conoscenza perfetta intercederà per la Santa Chiesa ancor più di quanto faceva in vita, perché, sotto la guida del Santo Padre, superi le intemperie del nostro tempo.
Andrea Miccichè

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