Dire e bene-dire, l’esperienza di Emmaus. Rubrica “Vivere il Vangelo”

Modena, 2 settembre 2017

Ritorno da tre giorni di esercizi spirituali in uno sperduto borgo delle colline piacentine. I filari dei tigli accompagnavano la strada fino a questa antica villa, dove per tre giorni una suora ha lasciato risuonare nella sua bocca la Parola di Dio, mentre un gruppo di sessanta giovani ha mantenuto il voto del silenzio, per lasciare che il Veniente camminasse indisturbato nei sentieri dei cuori, come una stella cadente in una notte sgombra di nuvole e di luci. 

Nella mensa dove ci ritrovavamo tre volte al giorno incrociando sguardi assorti, era appesa la riproduzione di una Cena in Emmaus di non so quale pittore, vivo ricordo di quando Gesù si fece riconoscere nello spezzare il pane. E confrontandomi con la Parola, ripenso a quante parole inutili ho detto nella mia vita, quante lanciate con astio, quante non dette, quante dette male e a sproposito, perché tra me e il fratello a cui le dicevo non vedevo il Viandante che cura i cuori e placa le tempeste della lingua, spada affilata che ricama ferite profonde come il mare. 

I due discepoli, che se ne andavano delusi da Gerusalemme dopo la crocifissione del “profeta potente in opera e parola”,  si lanciavano parole di tristezza l’uno contro l’altro, perché quando Lui non c’è, la Parola si scinde in tante parole vane, e la Ragione, si tramuta nelle ragioni di uno, immancabilmente diverse da quelle dell’altro. È interessante come alcuni pensino che il discepolo senza nome sia in realtà la moglie dell’altro, e qui il mio pensiero non può non correre a tutte quelle volte che la mia voce non ha saputo accordasi alla melodia della persona che amo, perché persa a leggere uno spartito tutto personale, voltata da un’altra parte rispetto all’unico Maestro di musica che insegna la sinfonia dell’amore. 

Ma Gesù ci precede sempre, sa di che pasta siamo fatti, e Lui, meraviglia delle meraviglie, ci ama così, ci lascia parlare, per insegnarci poi la via migliore di tutte. Le parole non servono a niente se non sono accompagnate da un gesto di amore, sono dipinti d’acqua per un moribondo che ha sete realmente, sono immagini di pane per uomini che ti allungano mani vuote di cibo e di affetto. E allora Lui cosa fa? Prende tutto il nostro dire e lo impasta nel pane della sua vita, Lui che ha il potere di trasformare il “dire” in “bene-dire”, e poi lo spezza, e lo ridona a chi ha fame di senso. Così chi è separato può diventare nuovamente uno in Lui, e poi ritrovarsi nuovamente frammento accanto al fratello, che non è più nemico, ma la parte mancante del tuo puzzle. 

Solo l’amore ricrea, solo l’amore è parola che nutre, e quando mangi amore, diventi amore e parli amore. Gesù alla fine del Vangelo di Emmaus sparisce: gli occhi guariti dei due lo possono ora riconoscere nel volto del fratello che ti tiene la mano e mangia accanto a te.
Stefano Golinelli

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