Rubrica sui “Segni dei tempi”: “Jus soli”…un po’ di chiarezza…

​Non ho voluto scrivere prima…

Ho atteso che i toni si placassero e che vincesse la ragionevolezza sul populismo, la verità sul fake, l’umanità sulla paura.

L’oggetto del contendere mediatico è il Messaggio del Santo Padre per la 104a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato: secondo discutibilissime anticipazioni, il Papa avrebbe appoggiato la politica del nostro Governo nell’introduzione del ius soli e del ius culturae, come nuove possibilità per ottenere la cittadinanza.

Immediatamente, la politica si è divisa tra chi invita Francesco ad accogliere i profughi a casa sua e chi lo trasforma in una specie di leader progressista del melting pot europeo.

Nessuno dei due schieramenti ha in alcun modo ragione: basti leggere nella sua integralità il Messaggio.

Anzitutto, quattro verbi esprimono le coordinate dell’azione politica – accogliere, proteggere, promuovere e integrare –; quattro punti per un esame di coscienza al quale nessun amministratore può dirsi compiaciuto di sé.

Il Papa esorta ad anteporre la sicurezza personale a quella nazionale, sul solco dell’insegnamento di Benedetto XVI (le cui parole sono spesso usate faziosamente in funzione xenofoba), non certo per distogliere gli amministratori dal doveroso compito di tutelare i propri concittadini dalla minaccia terroristica che incombe, ma per spostare il piano della discussione da un conflitto etnico – il ritornello dell’invasione musulmana in Europa ha raggiunto ritmi snervanti – a una complementare esigenza di protezione interna ed esterna.

Ciò che sfugge, o meglio, è opportuno che sfugga per favorire una dialettica d’odio, è l’umanità che ci contraddistingue: il profugo, che ha i requisiti, ha il pieno diritto ad essere accolto e integrato, affinché possa esprimere al meglio la propria persona in campo culturale, lavorativo, sociale.

Ragionare in termini di nazione – rischiamo di sfociare nel nazionalismo e nelle pulizie etniche dello scorso secolo – vuol dire chiudere la porta al forestiero, che, come dice il Vangelo da noi accolto, è Cristo stesso.

Perciò alla problematica fondamentale dell’accoglienza, bisogna prendere in considerazione i percorsi di protezione, promozione della persona umana e integrazione.

Non si tratta di attribuire la cittadinanza a chiunque, ma di fare giustizia e mettere tutti – italiani e non – nelle stesse condizioni.

Mi si potrà obiettare che, in un momento di crisi e di mancanza di risorse, bisogna privilegiare i cittadini.

Eppure si tratta di una contraddizione: chi dice così, pur contestando l’atteggiamento di austerity, lo applica al caso concreto: la soluzione proposta dal Papa consiste, infatti, nell’investire in pari grado sia per i cittadini che per i rifugiati.

Da un punto di vista solamente economico, la ricchezza importata dai migranti entra in circolazione ed è un potenziale incremento di benessere per la collettività.

Piuttosto, dobbiamo ripensare i metodi di distribuzione della ricchezza in modo più equo: questo è il salto di qualità a cui siamo chiamati come Stato.

La stessa cittadinanza non sarà più un tabù: attribuire la cittadinanza alla nascita o dopo un percorso di integrazione culturale saranno scelte da prendere in considerazione, riconoscendo che il regime attuale presenta incongruenze.

Parliamo di principi comuni, ma dimentichiamo che il sangue non li veicola: la comunanza di sangue italico non garantisce il pensiero italiano!
Andrea Miccichè

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