Rubrica “Vivere il Vangelo”: l’esperienza del lago di Tiberiade.

​Caltanissetta, 12 agosto 2017

La fede è arte del rischio: a chi credo? cosa credo? perché credo? Domande che non esigono una risposta, ma una vita di risposte.

Come diceva Tertulliano “credo quia absurdum”, credo perché è assurdo: il mistero che professiamo ci spinge a lasciare da parte gli strumenti intellettivi per imparare a contemplare.

Ma possiamo estendere l’affermazione di Tertulliano anche all’assurdo che ci circonda: davanti alla sofferenza, alla guerra, alla morte, al male, l’unica certezza apparente è l’assurdità dell’esistenza!

Ma è lì che nascono le risposte: è nell’esperienza dell’assurdità che si scopre l’arte del rischio: fede non significa scommettere, non è l’atteggiamento di sfida che genera la fede, ma l’abbandono alla dimensione della certezza velata di possibilità.

Se da credenti siamo certi che oltre la sofferenza c’è la vera felicità, contemporaneamente siamo punti dal dubbio.

Pensiamo all’apostolo Pietro che, vedendo Cristo camminare sulle acque agitate del lago di Tiberiade, gli chiese di poter anche lui camminare nella tempesta.

È da notare che la richiesta di Pietro inizia con “Signore, se sei tu”: se tu sei, allora io sono; se tu puoi, dunque, io ti seguo.

Pietro ha rischiato di affondare, ha accettato il pericolo, ha intrapreso il cammino; ma il vento l’ha scosso, ha provocato il dubbio.

Ma, nella narrazione evangelica, l’apostolo non è abbandonato a sé: nonostante la poca fede, è stato salvato.

In Pietro possiamo riconoscerci: la fede non si acquisisce una volta per sempre, è frutto di un costante rimettersi in discussione, orientare la propria ragione al mistero, intuire le tracce di fedeltà lasciate da Dio.

Non è stata l’impetuosità di Pietro a fargli conoscere il Maestro – dopo aver assicurato di non abbandonare mai Gesù, anche davanti alla morte, lo rinnegherà senza tanta esitazione –, ma l’aver accettato il rischio, sapendo di non restare deluso.

Andrea Miccichè

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